28/01/2012
PRC Valdera : I beni comuni fanno strada anche in Valdera

Rifondazione Comunista impegnata a sollecitare le amministrazioni: "Aderite al Forum per i Beni Comuni"
I beni comuni fanno strada, anche in Valdera.
In alcune delle giunte dei comuni della Valdera, infatti, Rifondazione Comunista è stata impegnata in questi giorni a sollecitare le amministrazioni a partecipare al Forum dei Comuni per i Beni Comuni, la rete nata dalla proposta del primo cittadino partenopeo Luigi De Magistris per connettere tutte le esperienze che sono accomunate dalla volontà di tutelare i Beni Comuni. Un grande appuntamento nazionale. previsto per il 28 Gennaio, nato per mettere in sinergia le tante iniziative ed esperienze che in giro per il paese parlano di un modo diverso di utilizzare il suolo, di concepire la partecipazione e la politica e di amministrare la cosa pubblica. L'iniziativa, che speriamo possa allargarsi anche ad altri comuni, ha per adesso visto l'adesione delle amministrazioni di Ponsacco, grazie all'impegno dell'assessora Barbara Giannini, e di Palaia sollecitata dall'assessore Roberto Taddei.
Un'occasione anche per gli amministratori locali di confrontarsi con tutte le realtà nazionali che da tempo si impegnano nei più svariati settori della difesa dei beni comuni, per la costruzione di una piattaforma di valori condivisi e di proposte politiche ancora più concrete, dalla gestione pubblica e partecipata dei servizi, al superamento dei vincoli del Patto di stabilità fino alla definizione di nuove politiche di fiscalità locale in grado di assicurare una reale autonomia finanziaria. Una sintesi politica di enorme importanza per chi pensa, come noi, che la soluzione alla crisi economica strutturale del modello neoliberista passi per la demercificazione di ciò che è di tutti.
In altre parole una nuova idea di politica e soprattutto un modello di sviluppo sostenibile economicamente, socialmente ed ambientalmente. Tutte cose che hanno sempre visto il nostro partito in prima linea e che hanno avuto come pietra miliare quei referendum sull'acqua che oggi in troppi, in sede nazionale ma anche locale, vorrebbe mettere in soffitta".
Rifondazione Comunista Valdera
14:30
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Libia - La guerra nelle parole della "nostra" Difesa
12:00
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Quarta doppia Istruzione occupazione il produttore consumato - La cultura nelle periferie dell’imperialismo
Il produttore consumato. Saggio sul malessere dei lavoratori contemporanei
di Francesca Coin - Il Poligrafo, 2006
La politica italiana taglia l’istruzione, adeguando la scuola pubblica alle richieste industriali di una formazione a “scarso valore aggiunto”
di Paola Baiocchi
Negli anni ’10 del Novecento, l’ingegner Frederick Winslow Taylor, il padre “dell’organizzazione scientifica del lavoro”, sosteneva che il lavoratore ideale doveva somigliare a Schmidt, l’operaio scelto tra altri 74 per trasportare la ghisa perché “tonto”, pieno di “spirito di sacrificio”, “non molto aperto di mente”, e così “sciocco e paziente da ricordare come forma mentis... la specie bovina”. Tanta “ottusità” risultava attraente per Taylor perché i lavoratori più “sciocchi” “obbediscono sempre” anche quando non gli converrebbe: Schmidt aveva accettato, infatti, a fronte di un incremento del 60% del salario, di sobbarcarsi quasi il 400% di lavoro in più.
Taylor e la sua visione appartengono al passato? Ci dicono di no le recenti cronache che arrivano dalla Fiat sull’eliminazione delle pause durante il lavoro: alla “catena”, nella maggiore fabbrica italiana, si lavora con il sistema Ergo-Uas combinato con il Wcm (World class manufacturing), per cui il lavoratore non può muovere neanche un passo dalla sua postazione, durante 18 turni, sabato compreso, e con almeno 120 ore di straordinario l’anno.
In concorrenza con i Paesi emergenti
Cosa c’è al di fuori della Fiat? «Una struttura produttiva debole, fatta da unità piccole o piccolissime, a gestione familiare, che non arrivano a svilupparsi fino ad avere bisogno di forza lavoro qualificata come quella laureata» spiega Fabrizio Battistelli, docente di Sociologia e direttore del Dipartimento di Scienze sociali alla Sapienza di Roma. Eppure i nostri giovani sono solo il 14% della popolazione, rispetto al 19% della media europea e la percentuale dei nostri laureati è inferiore alla media Ocse.
Quale ruolo occupiamo, quindi, nella divisione internazionale del lavoro? «Molti dei settori produttivi di specializzazione dell’Italia (tessile, calzature, cuoio, gioielleria, vetro-ceramiche, mobili-arredo) sono gli stessi delle economie emergenti più aggressive come Cina, India e Brasile» spiega Massimo Angelo Zanetti, docente di Sociologia del lavoro all’Università della Valle d’Aosta, che continua: «Dati Eurostat pre-crisi, parlavano di più del 20% della manodopera italiana occupata nel 2004 nei settori manifatturieri tradizionali. Una presenza ancora forte, a fronte di poco più del 5% della Germania e di una media europea del 13%».
Nella maggiore fabbrica italiana si ricorre all’aumento dell’intensità del lavoro, anche con l’estromissione di lavoratori, e non su prodotti ad alta intensità tecnologica per aumentare il profitto; nelle piccole-medie imprese, impegnate in settori maturi a scarso valore aggiunto, anche.
Il risultato è il monte ore lavorate per addetto più alto d’Europa e gli stipendi tra i più bassi della Ue.
Cambiare le politiche di sviluppo
Ultimi tra i primi e già quasi in ritardo rispetto ai nuovi “emergenti”. «Servirebbe un cambiamento nelle politiche per lo sviluppo – afferma l’economista Roberto Romano – che deve passare attraverso la capacità d’industrializzare le risorse della conoscenza e dell’innovazione tecnologica pubblica».
Ma i dati mostrano un panorama sconfortante: investiamo in ricerca l’1,27% sul Pil, mentre la media Ue-27 è pari al 2,01% (meno di noi spende solo la Slovacchia). Una minore spesa che non è un risparmio, significa meno occupazione, significa impoverimento dei ceti medi e sottrazione di prospettive per i più svantaggiati: i dati Eurostat riferiti al 2010 parlano di un tasso di occupazione del 68,6% nella Ue a 27 e del 68,4% nell’Eurozona; in Italia è al 61,1% (soltanto Ungheria e Malta registrano una percentuale più bassa).
Paesi che spendono di più per l’istruzione pubblica - come tutto il Nord Europa e la Danimarca, che viene spesso richiamata come modello di flessibilità sul lavoro - hanno meno disoccupati.
Deve far pensare anche il dato di quanti ragazzi non compiono gli studi superiori in Italia: secondo i dati Eurostat il tasso di dispersione scolastica dei ragazzi di età compresa tra i 18 e i 24 anni è stato, nel 2010, pari al 14,1% nella Ue-27; al 18,8% in Italia, al 12,8% in Francia, all’11,9% in Germania, al 14,9% nel Regno unito, al 28,4% in Spagna.
Istruzione e sicurezza nelle città
«C’è un nesso molto solido tra istruzione, inclusione sociale e sicurezza nelle città» riprende Battistelli «perché istruzione non è solo creazione di competenze, ma è anche education, cioè un insieme di attività che sviluppano la personalità e la socialità dell’individuo e gli forniscono gli elementi per poter stare nella società, ricoprirvi un ruolo, relazionarsi con gli altri. Tutti questi aspetti si imparano nella scuola dell’obbligo, in particolare nei primi otto anni. Non scolarizzare un bambino o un adolescente – continua Battistelli - vuol dire ritrovarlo per strada ad aggiungersi a gruppi più o meno potenzialmente devianti, fino a essere materia di reclutamento da parte della criminalità organizzata».
Le tematiche di cui abbiamo parlato sono tutte note e i dati disponibili: perché la politica continua a scegliere di tagliare gli investimenti sull’istruzione pubblica, ponendoci in concorrenza con i settori meno garantiti della forza lavoro internazionale, contribuendo così all’aumento della disoccupazione?
Per molti economisti i governi italiani sono incapaci di programmare le politiche industriali. Crediamo, invece, molto azzeccata la descrizione dell’Italia come “un esempio di stabile non governo” fatta nel famoso rapporto del 1975 di Crozier, Huntington e Watanuki, The Crisis of democracy, per la Trilateral Commission (di cui Mario Monti è un esponente). Per inciso, il famoso rapporto attribuiva le difficoltà per la governance in paesi come gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa alla “troppa democrazia” e nella cultura vedeva un pericolo per “l’emergere dell’avversario culturale”.
L’ingegner Taylor non avrebbe avuto dubbi: la scuola migliore è quella che prepara lavoratori con una forma mentis il più possibile vicina a quella bovina.
Box Mal di fabbrica
Nel periodo della grande espansione economica del capitalismo, durata dal 1945 al 1973, i lavoratori delle zone più sviluppate hanno conseguito grazie alle loro lotte una serie di importanti conquiste in termini di diritti e di salario diretto e differito. Ma è in corso da anni un’inversione della tendenza per cui le condizioni dei lavoratori occidentali stanno progressivamente peggiorando, avvicinandosi a quelle dei lavoratori delle zone di più recente sviluppo. Ne parla nel suo libro Il produttore consumato, Francesca Coin ricercatrice presso Ca’ Foscari.
Uno degli indicatori più sensibili è l’orario di lavoro per cui gli Stati Uniti hanno ormai superato, con 2000 ore in media di lavoro l’anno, i giapponesi. Aumenta anche in Italia l’orario di lavoro e assieme alla perdita dei diritti e di rappresentanza sindacale e politica, aumenta un disagio che resta sempre più spesso senza la possibilità di esprimersi. I lavoratori sono esposti alla “tentazione di supplire all’esperienza della realtà con un’esperienza regressiva” come quella del consumo delle droghe.
Una necessità tanto più dominante quanto più sono ridotti gli strumenti culturali e le alternative che la società offe ai lavoratori chi vi ricorrono. Tanto che le sostanze psicotrope diventano l’unica via (alienante) di uscita dall’alienazione.
08:30
Scritto da: iskra2010
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27/01/2012
Manca la sinistra di classe nei campi - IO AGRICOLTORE MOLISANO, VI DICO CHE MANCA LA SINISTRA DI CLASSE NEI CAMPI

Intervista a Pardo di Paolo, agricoltore molisano a cui il mese scorso le banche hanno messo all'asta l'azienda.
1) Qual è la situazione della produzione agricola attualmente in Molise?
Le aziende sono ormai tutte in crisi. Non solo quelle piccole e medie, ma anche le grandi. Il meccanismo che progressivamente le ha portate nella condizione in cui versano è dato dal mercato, così come è venuto a configurarsi in Molise, che oggi le ha portate a non riuscire più a far fronte agli obblighi finanziari. Il meccanismo ora è progressivo. Le piccole aziende sono entrate per prime in crisi, poi è toccato alle medie, ora è il turno delle grandi, in relazione tanto alla struttura dei pagamenti quanto alla possibilità di diversificazione della produzione, senza dimenticare come sul piano economico incida la dimensione dell'azienda su qualsiasi produzione relativamente alla possibilità di operare economie di scala e di produzione (es. l'acquisto dei macchinari al posto del conto terzi). In contemporanea allo spopolamento delle campagne si è avviata la tendenza all’accorpamento delle aziende. Posso parlare sulla base di conoscenze ed esperienza personale soprattutto per il basso Molise, in cui i settori più produttivi restano la cerealicoltura e l’olivicoltura. Tutti gli altri settori sono in contrazione (orticoltura, viticoltura, frutticoltura…), anche se la produzione rimane di qualità.
2) Quali sono le cause della crisi?
La crisi si rivela una tappa obbligata del capitalismo. Si produce troppo rispetto a quanto si consuma. La sovraproduzione porta necessariamente ad una caduta dei prezzi alla produzione, tanto che il lavoro del produttore non è compensato nemmeno nella misura del suo investimento. D’altronde è nella natura del capitalismo, che impone la logica della domanda e dell’offerta e comporta fatalmente che ogni volta che l’offerta supera la domanda ci sia una crisi che comporta la chiusura delle aziende produttive più deboli; del resto il produttore non può fare a meno di contare sulla crescita continua della domanda. Insomma, un cane che si morde la coda. Occorrerebbero nuovi modelli produttivi.
3) Il sistema creditizio aiuta i produttori in Molise?
Le aziende prendono i soldi dalla banche con i contribuiti dell’Ente pubblico, a tassi agevolati. Ciò in ordine alle politiche comunitarie, volte alla tutela di questa risorsa primaria. Nel momento in cui alla vendita della produzione, l'agricoltore non riesce a coprire i costi, andando in crisi, le banche, le quali spesso influenzano il prezzo dei prodotti, cominciano a chiedere tassi più elevati sui prestiti effettuati. Si crea una crisi di fiducia nell’imprenditore, proprio nel momento in cui il mantenimento del credito sarebbe vitale per gli investimenti finalizzati ad affrontare la crisi. Il protrarsi della produzione in perdita e il cristallizzarsi della sfiducia nella solvibilità del debitore porta infine all’abbandono dei produttori in crisi e persino dell’intero settore con conseguente drenaggio di capitali che va a riversarsi su altre attività.
4) Quali sono, se esistono, le realtà che sono in grado di resistere alla crisi?
Il Molise è una regione esportatrice. C’è poca trasformazione dei prodotti agricoli. Le realtà che resistono alla crisi sono quelle i cui imprenditori hanno il “gruzzolo” in banca. Poi c’è la questione dello Zuccherificio, un’azienda dalle potenzialità enormi in mano a persone che non hanno interesse a portare avanti la produzione. Sarebbe invece interesse degli agricoltori, e non solo molisani. Arrivano barbabietole dalla Puglia e dalla Lucania. Anche i responsabili politici di queste regioni dovrebbero assumersi responsabilità sia nel sostegno economico, nella gestione di una struttura unica in tutto il centrosud. L’interruzione della produzione di zucchero nel basso-Molise creerebbe problemi a tutta l’agricoltura dell’Italia meridionale perché il seminativo che prima era impiegato nella coltivazione della barbabietola adesso sarebbe utilizzato per un'altra delle possibili colture disponibili determinando così un aumento della produzione complessiva in quel settore e conseguentemente il crollo del prezzo. Bisogna assolutamente considerare che il mercato dello zucchero oggi è in ripresa. Lo zuccherificio dovrebbe dunque continuare a funzionare. Ma questo esige l’assoluta trasparenza e correttezza dei bilanci e il controllo da parte del partner politico e, per suo tramite, di tutto il Consiglio e dei cittadini, in particolare le fasce sociali e produttive direttamente interessate.
5) Cosa pensi del cosiddetto “Movimento dei Forconi”? Cosa chiede oggi l’agricoltore siciliano?
Oggi la crisi è reale e generale: coinvolge le modalità stesse della produzione. Non mi pare che il movimento se ne renda conto e per questo individua degli obiettivi settoriali e secondari quali ad esempio l’abbassamento del prezzo del carburante. Gli agricoltori, come gli autotrasportatori, chiedono l’abbassamento del gasolio, perché i costi troppo alti riducono i già modesti margini di profitto. Anche in Molise si era creato un movimento che oggi riaffiora con il nome di “Dignità sociale” formato grosso modo dalle stesse persone. Ma anche gli agricoltori non vanno al di là del discorso del gas. Ragionano come piccoli capitalisti. I loro movimenti hanno la caratteristica del corporativismo. Non riescono a comprendere che il problema è la struttura del mercato e i procedimenti di formazione dei prezzi. E dunque la protesta è potenzialmente strumentalizzabile.
6) È una protesta che dovrebbe preoccupare?
Non credo, si spegnerà presto. Non ci sono le premesse. Le dichiarazioni bellicose c’erano all’inizio, ma non si protesta su fatti seri e strutturali del settore, ma su problemi marginali. Può portare, però, ad un aumento dei presso dei generi di prima necessità che oggi scarseggiano nei market: aumento che può, anche finita l’emergenza, stabilizzarsi, con danno precipuo dei meno abbienti.
7) Quale futuro attende il Molise? Quali, secondo te, le soluzioni?
Dovrà rimettersi in moto un sistema produttivo capace di guardare al futuro. Ad esempio, occorrerebbe dar vita ad una nuova agricoltura plurifunzionale e plurisettoriale che, ad esempio, preveda la zootecnia per evitare di continuare a violentare il territorio. Questo implica che ci sia un sistema di assistenza tecnica per seguire i contadini nelle produzioni delle derrate alimentari. Ma in primo luogo serve un’opera di bonifica dei terreni gravemente inquinati da una pessima gestione del ciclo dei rifiuti e imbevuti di prodotti chimici dannosi: anche attraverso la raccolta differenziata e la conseguente produzione di compost si potrebbero rivitalizzare terreni attualmente esausti e quindi destinati a rimanere incolti. Solo così potrà essere restituita terra all’agricoltura. Un tema importantissimo è quello della difesa del territorio. Frane, alluvioni, hanno origine, oltre che da caratteristiche geologiche, da un’agricoltura non più contadina ma iperspecializzata, che prevede la divisione poderale a grandi maglie, la massima meccanizzazione e l’uso di sostanze chimiche. Tutto ciò ha causato il disboscamento, e tante altre forme di degradazione del territorio. C’è poi il discorso dei terremoti che hanno devastato parti importanti della nostra regione. Occorrerebbe introdurre il riconsolidamento dei centri storici, riconvertendoli con criteri antisismici che permetterebbero di recuperare patrimoni urbani già esistenti e di inserirli in circuiti turistici. C’è poi, ancora, il discorso sulla ricerca e sulla gestione delle nuove tecnologie….
8) Ma per questo occorrono risorse finanziarie. Dove prenderle, secondo te?
Si intravvede oggi una sola possibilità: un’imposta patrimoniale. L’unica soluzione che permetterebbe di avere soldi “gratis” senza pagare gli interessi, come avviene invece con il prestito delle banche.
9) Quale soggetto politico potrebbe operare in questa direzione?
Non esiste, oggi, un soggetto politico di fare ciò, purtroppo. Occorrerebbe crearlo. Di Sinistra, con orientamento marxista. Ma è possibile? manca la coscienza di classe di ciò che stiamo vivendo. La gran parte della popolazione, oggi, non si rende conto della gravità della situazione storica attuale e non comprende la necessità sempre più impellente di dar vita ad un modello di sviluppo radicalmente diverso da quello odierno.
tratto da: Partito della Rifondazione Comunista -Sinistra Europea - Federazione di Pisa.
16:15
Scritto da: iskra2010
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Diliberto e Brotini comunisti o fratelli di loggia?
Ma Diliberto senza i massoni non ci sa stare? Dal massone Elia Valori al massone Maurizio Brotini?
Come dissero i compagni bolscevichi con Lenin in testa ai compagni francesi, non si può essere massoni e comunisti.
Dal mio saggio
La massoneria il vero e unico partito della borghesia:
Con altrettanta determinazione i bolscevichi lottarono e imposero ad una sessione del IV Congresso dell’Internazionale comunista del 1922 quanto segue: “È assolutamente necessario che gli organi direttivi del partito rompano tutti i ponti che portano alla borghesia e quindi effettuino una netta rottura con la massoneria. L’abisso, che separa il proletariato dalla borghesia, deve venir portato a conoscenza del Partito comunista. Una parte degli elementi guida del partito (il riferimento è alla situazione francese) ha voluto provare a gettare oltre questo abisso dei ponti mascherati ed a servirsi delle logge massoniche. La massoneria è la più disonesta ed infame truffa per il proletariato da parte di una borghesia indirizzata verso posizioni radicali. Noi ci vediamo costretti a combatterla fino ai limiti estremi ”.
Saluti comunisti
Andrea Montella
http://www.marx21.it/comunisti-oggi.html
http://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-italia/625-lettera...
Lettera di adesione al Pdci di Maurizio Brotini, letta da Nino Frosini nell'Attivo Regionale Toscano. Bentornato a casa Mau!
19 Dicembre 2011 13:22 Comunisti oggi - In Italia
pubblicata su Facebook dal PdCI di Empoli

Maurizio Brotini
Care compagne e cari compagni,
quando l'amico Nino Frosini mi ha chiamato per portare il saluto dell'area sindacale alla quale appartengo, Lavoro Società CGIL, all'attivo regionale del PdCI, ho dovuto con dispiacere dichiarare di non poter essere presente perché fuori zona, a Milano, per il matrimonio di una amica. Aspetto apparentemente singolare, l'amica in questione è una compagna che dal PRC ha deciso, negli ultimi tempi, di aderire al PdCI. Pur non di persona volevo far arrivare a tutti voi, ed al segretario nazionale Oliviero Diliberto, un saluto ed una richiesta. Un saluto politico, come usa tra compagni.
Io penso che sia determinante, decisiva, la presenza dei comunisti in questo paese e nell'intera Europa.Determinante la loro storia, determinante l'assunzione di spartiacque della storia costituito dalla Rivoluzione d'Ottobre (assieme a quella Francese e azzardei anche di quella Protestante). Determinante la prospettiva di una società diversa da quella capitalistica, che noi chiamiamo socialista e comunista. Senza teoria rivoluzionaria non c'è né pratica rivoluzionaria né pratica riformista: c'è solo adesione subalterna all'ideologia delle classi dominanti, foss'anche nella forma del ribellismo e del populismo più o meno di sinistra.
Lo scioglimento del PCI e la scomparsa dell'URSS non hanno determinato un mondo che si incamminava verso la pace perpetua e verso la prosperità economica derivante dalla globalizzazione. Potremmo paradossalmente affermare che l'attuale crisi, che assume in Europa ed in Italia le caratteristiche della guerra dei ricchi contro i poveri e della sostanziale sospensione della democrazia, trae origine proprio dalla sconfitta in occidente del movimento operaio e comunista. Questa sconfitta non è definitiva, ma quello che sarà dipende dalle scelte di ciascuno di noi. Io penso che il tema fondamentale per i comunisti nel nostro paese, in questa fase, sia di dare rappresentanza politica al mondo del lavoro e di porsi il problema di valorizzare e costituire una sponda politica credibile alla CGIL, l'unica forza sociale di massa capace di resistere nel paese. Ho per questo apprezzato l'intervento che il compagno Diliberto ha svolto alla presentazione nazionale del Movimento per Il Partito del lavoro. Così come ho apprezzato, avendo avuto modo di discuterne in varie occasioni nella fase pre-congressuale, il contributo di Diliberto, Giacché e Sorini Ricostruire il partito comunista. Appunti per una discussione: ci ho ritrovato una cultura politica ed un argomentare familiare.
Non che ne condividessi tutti i punti: non concordo e non concordavo su come veniva trattata la questione sindacale ed il rapporto con la CGIL. Ma si respirava la nostra storia, le nostre categorie. Ne ho condiviso il dato di fondo: se non si ricostruisce un gruppo dirigente diffuso che condivida la stessa cultura politica e le stesse categorie analitiche, nonché un giudizio largamente condiviso sulla storia, a volte tragica, ma sempre grande, del movimento comunista nazionale ed internazionale, non si arresterà il processo di divisione e frantumazione della sinistra comunista. Non è sui singoli passaggi politici che si costruisce l'identità di una forza politica che non voglia essere né settaria né minoritaria, ma sulla sua cultura politica e sulle prospettive strategiche che essa assume come elemento costitutivo del suo essere. Abbiamo di fronte a noi un impegno gravoso: alimentare di nuovo il mare nel quale hanno nuotato e si sono rigenerate tutte le culture storiche del movimento operaio: anarchica, socialista, laburista, socialdemocratica, comunista.
E' questa una suggestione ripresa dal grande storico comunista Ernesto Ragionieri: valeva per le radici toscane del PCI della Resistenza e dell'immediato dopoguerra, dovrà tornare a valere per dare forza al lavoro come classe generale e nazionale.Per non rubarvi troppo spazio, la richiesta.
Sono stato, tanti anni fa, tra coloro che si sono opposti allo scioglimento del PCI. Sono stato un giovane - anni fa - impegnato sia nel Movimento che nel Partito della Rifondazione Comunista. Sono attualmente un funzionario confederale della CGIL. Appartengo in CGIL all'area programmatica Lavoro-Società. Ritengo centrale e strategico il tema della rappresentanza politica del lavoro, e sono per questo impegnato all'interno del Movimento per il Partito del lavoro. Ritengo la CGIL un valore in sé, oserei dire a prescindere delle scelte effettuate dai suoi gruppi dirigenti. Ritengo Engels importante quanto Marx, forse un po' meno di Marx sul piano teorico, sicuramente più di Marx sul piano dell'azione politica. Considero Lenin, Gramsci, Di Vittorio e Togliatti fra i maggiori dirigenti, ed intellettuali, del movimento operaio e comunista del Novecento. Ma i miei difetti non si fermano qui: sono anche comunista, sono ancora comunista.
Se tutti i difetti elencati non fossero per voi troppo gravi - ed incompatibili - sarei a chiedervi, in questa forma inconsueta, di poter considerare la mia richiesta di adesione al PdCI.
Per me sarebbe un po' come sentirmi a casa dopo tanto tempo.
Un caro saluto.
Maurizio Brotini
facebook
http://it-it.facebook.com/people/Maurizio-Brotini/1459219...

Maurizio Brotini
Attività e interessi
Massoneria

RSU Hillcats

11:30
Scritto da: iskra2010
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