Costruire un vero Partito Comunista. Se non ora quando?

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Intervista a Mario D’Acunto sulle ragioni e le prospettive del comunismo oggi. Mario D’Acunto è ricercatore CNR, attualmente lavora a Roma, ma ha studiato e lavorato per quasi venti anni a Pisa. Dopo aver militato in Rifondazione Comunista (all’ultimo Congresso ha votato nella 3^ mozione), oggi si considera un militante comunista.
 
Perché in un momento così difficile, attanagliati da una crisi economica spaventosa e con una presenza residuale dei comunisti in Italia, insisti sull’importanza della ricostruzione di una soggettività comunista?
 
Credo che bisogna partire da una domanda fondamentale, se coloro che si riconoscono nella teoria e nella prassi dei comunisti, vogliono essere i protagonisti dei processi storici diventando la componente più avanzata della trasformazione sociale, oppure semplice testimonianza residuale di un passato importante, ma appunto, ormai alle spalle. La crisi economica attuale mostra una contraddizione forte tra quella che è una situazione oggettiva, in cui i meccanismi di accumulazione sono immersi in una crisi di sovrapproduzione di capitale enorme e la mancanza di soggettività forti che si oppongano allo stato presente di cose. Dentro questa contraddizione c’e’ anche un’altra contraddizione, forse meno evidente, ma con forti significati per noi comunisti, specialmente in Italia, vale a dire, la contraddizione tra la nostra capacità di analisi (quando dico nostra, intendo dei singoli e delle singole compagne ovunque siano collocati) e la assoluta mancanza di una forza organizzata.
 
Intendi il Partito Comunista?
 
La forza organizzata dei comunisti deve rispondere alle esigenze storiche della fase che si attraversa, oggi lo scenario a cui ci troviamo di fronte è molto simile a quello che si presentò davanti a Lenin, cioè un aut-aut, da una parte il volto sempre più imperialistico e distruttivo del capitale, dall’altra la necessità di uscirne, avendo come obiettivo quello di creare un sistema in cui i mezzi di produzione siano controllati dalla collettività. Si, penso che il partito leniniano gestito dal centralismo democratico sia la struttura organizzativa più avanzata. Per anni la destrutturazione dell’organizzazione partito non ha prodotto nulla di significativo. Oggi, gli insegnamenti di Lenin e di Gramsci sono straordinariamente moderni, il partito di leniniana memoria va semplicemente adattato alla nostra realtà, un partito di quadri con la capacità di un lavoro di classe rivolto alle masse e con la capacità di una reale egemonia politica e culturale. Ma per fare questo occorre capire come mai in Italia si è destrutturato il PCI prima, e poi cosa è stata Rifondazione Comunista. Per farla breve, in Italia è avvenuta una operazione di smantellamento della esperienza comunista con mezzi diversi da quella operata in Grecia nel ’46-47, in Indonesia nel ‘65, o in Argentina negli anni ’70, solo per citare alcuni casi. Con metodi forse meno drammatici e cruenti, si è ottenuto lo stesso risultato: far scomparire i comunisti dalla scena politica e sociale del paese. Questa operazione meriterebbe una riflessione a parte, che dovrà essere affrontata se vogliamo, dalla diaspora odierna, ricostruire una forza comunista.
 
Tornando alla crisi economica, quali scenari secondo te diventano possibili?
 
La crisi esplosa in modo palese nel 2007, mostra chiaramente la validità dell’impostazione di Marx, il sistema di accumulazione capitalistico è un sistema dominato dall’assenza di ogni possibile equilibrio, e la crisi di sovrapproduzione non è il frutto della degenerazione di qualche operatore più o meno oscuro nel mercato, ma la conseguenza inevitabile dei cicli di produzione. Nasce dalla crisi irreversibile di un modello di sviluppo imperniato sul debito e sulla finanza, che per decenni ha nascosto e tamponato gli effetti sugli investimenti e sui consumi di un saggio di profitto cedente e di salari in calo. Dal 2007 quella finanza che spingeva i consumi, manteneva in piedi imprese industriali di settori maturi (automobile, elettrodomestici, edilizio, per fare qualche esempio) e incoraggiava la speculazione come modo per aggirare la caduta del saggio di profitto e, ora, non è più in grado di far fronte a questi compiti. E quindi si è aperta una feroce guerra economica tra i capitalisti per il controllo delle quote di mercato (con conseguente centralizzazione dei capitali) e dei capitalisti contro i lavoratori per la ulteriore compressione delle quote del prodotto che vanno ai salari. Sappiamo bene che l’uscita dalle crisi di sovrapproduzione si ottiene solo con la distruzione di capitale in eccesso, e quindi, indebitamento, disoccupazione, distruzione fisica, cioè guerra. L’uscita dalla crisi del ’29 fu la Seconda Guerra Mondiale, il decennio che anticipò il secondo conflitto mondiale fu contraddistinto dal rilancio massiccio, in tutti i paesi a capitalismo avanzato, dal settore bellico. Chi finanziò allora la Germania, sapeva bene che la politica espansionistica di Hitler avrebbe portato ad un conflitto generale. In particolare contro l’Unione Sovietica, dove si era capito già dal ’34 che ci sarebbe stato un conflitto di dimensioni planetarie.
 
Oggi la situazione non sembra molto diversa, se guardiamo ai bilanci degli Stati Uniti, soprattutto sotto la presidenza Bush, vediamo che a fronte di tagli della spesa sociale, la spesa militare è sempre cresciuta, una media di 1000 miliardi di dollari annui, una spesa non giustificabile nemmeno, con le esigenze degli impegni militari in Iraq e in Afghanistan, e nemmeno con Obama, malgrado lo sbandierato impegno sociale della spesa sanitaria, è cambiata la filosofia di far trainare il settore produttivo al reparto bellico. Le guerre in Libia e in Siria orchestrate da Usa, Gran Bretagna, Francia e Israele, principalmente, sono il segno di uno scontro imperialistico sempre più stringente, un possibile attacco all’Iran, così come un possibile scontro tra India e Pakistan, appena la coalizione guidata dagli Usa si ritirerà dall’Afghanistan, fanno prevedere un molto probabile uso degli arsenali atomici. Questo offre una ulteriore prova della necessità di potenziale distruttivo che si richiede alla opzione guerra per una ridefinizione dei rapporti di forza tra le potenze in gioco.
 
Allora per i comunisti torna l’obbligo di chiedersi Che fare?
 
Senz’altro, dobbiamo sempre chiederci che fare?, ma credo che oggi bisogna anche chiederci come farlo? Il che fare dipende sempre dalle condizioni in cui ci troviamo ad operare. Per tornare alla domanda che mi ponevi inizialmente, oggi i comunisti, (ovviamente mi riferisco ai comunisti che si pongono nel solco della storia, del modo di pensare ed operare dei comunisti e non dei sedicenti tali) sono in grado di produrre un’analisi rigorosa e radicale dei processi di fase che attraversiamo, ma sono incapaci di dotarsi di uno strumento organizzativo adeguato ai tempi. E’ arrivato il momento di costruire un partito dei lavoratori, dei proletari, di un partito comunista che, forte della storia del novecento, permetta alla nuova classe proletaria di diventare di nuovo protagonista della trasformazione sociale. E quando parlo di nuovo, non uso l’aggettivo in modo disinvolto come un ex segretario di Rifondazione, ma con il senso di continuità e non di rottura con la storia del comunismo. Mi piace sempre usare una metafora mutuata da Newton, noi comunisti, oggi, siamo un bambino che sta sulle spalle del gigante. Il gigante è il comunismo del ventesimo secolo, e noi grazie a quel gigante riusciamo a vedere oltre. Inoltre il bambino guardando oltre, cresce maturando una nuova consapevolezza. La sviluppo storico dell’esperienza comunista del Novecento, con gli immensi successi, ma anche con altrettanti errori, ci permette oggi di progettare una nuova esperienza storica che parta dal modo di lavorare scientifico e rigoroso di Marx, di Engels, di Lenin, di Gramsci. Partendo dalle dinamiche e dai metodi di accumulazione capitalistici, andare alla radice dei problemi in modo rigoroso, utilizzando lo strumento del centralismo democratico. Oggi, date le condizioni attuali, quello che possiamo fare è formare quadri politici capaci di utilizzare gli strumenti di analisi e di prassi che i comunisti hanno costruito nel corso di oltre centocinquanta anni. Ma come nelle tesi di Lione, un partito di quadri non basta, oggi il mondo così interconnesso e complesso, anche e soprattutto nelle sua articolazioni di classe, richiede un confronto con le masse, per questo, la proiezione di massa, così come la sua articolazione internazione in una nuova internazionale comunista è fondamentale.
 
Per tornare al Che fare?, come lo sintetizzeresti nella costruzione di un partito comunista a chi ha vissuto con amarezza l’esperienza comunista in questi ultimi vent’anni.
 
Credo che quello che debba essere oggi una forza comunista in Italia, date le condizioni in cui ci troviamo ad operare, è sintetizzata bene da un documento che i servizi britannici inviarono nel ’62 alla Intelligence Britannica a Londra, documento che ho trovato ne Il Golpe Inglese, di Cereghino e Fasanella, uscito recentemente per Chiarelettere. In questo documento, si avvertiva che il Partito Comunista Italiano era particolarmente pericoloso, in quanto aveva i quadri politici più prepararti tra i partiti comunisti occidentali, era autonomo politicamente da Mosca ed era praticamente autofinanziato dai propri militanti e iscritti. Ecco queste sono le tre caratteristiche chiave che deve avere un partito comunista, avere quadri capaci di fare una analisi rigorosa della fase, delle forze produttive e delle dinamiche sociali e di classe, essere autonomo politicamente e finanziato dai propri militanti, che finanziano la propria organizzazione perché questa li rappresenta come soggetti nella loro condizione sociale. E un termometro di una effettiva realizzazione di queste condizioni è la prioritaria coerenza tra ciò che si dice e ciò che si realizza in pratica, il tempo dei parolai sedicenti comunisti forse è definitivamente tramontato. Ma bisogna superare la incapacità a costruire piuttosto che a destrutturare, il movimento comunista può essere attraversato da scissioni e ricomposizioni, ma io di ricomposizioni non ne ho visto finora. Ci sono intere generazioni, quale la mia (sono del ’66) che hanno conosciuto solo processi di frammentazione fino all’atomismo politico. Per avviare un processo ricostituivo bisogna confrontarsi attraverso una logica per cui la crescita tra i singoli compagni o le varie organizzazioni avviene attraverso una sintesi politica. E un buon punto di partenza per una sintesi politica più avanzata può essere un programma minimo, ma non solo.
 
Un programma minimo non è sufficiente?
 
Sicuramente il programma minimo storicamente è stato utilizzato nella fasi in cui i processi rivoluzionari non erano maturi, ma oggi acquisterebbe anche una valenza diversa. Se i comunisti si confrontano su un programma minimo, individuano sicuramente delle questioni critiche su cui possono facilmente trovare un consenso, ma non è sciorinando una lista delle cose da inserire nel programma che possiamo superare lo stato di cose presenti, è soprattutto il modus operandi che deve essere il punto dell’aggregazione. Il nostro programma può proporre il ritorno ad una centralità dello Stato nel controllare i settori vitali economici, così come intervenire sul settore in crisi dell’auto, implica cambiare la politica del trasporto puntando sul trasporto collettivo. Oppure che è assolutamente irragionevole che sul 10% degli italiani che possiede il 45% della ricchezza nazionali non gravi il 45% delle manovre di bilancio. Oppure che la compressione del costo del lavoro serve in gran parte a bilanciare la maggiorazione del costo dell’energia, in Italia il 30% in più rispetto alla media Europea. Oppure una legge elettorale proporzionale senza sbarramenti. Ma queste ricette, che nascono dal buon senso della difesa degli interessi di classe, sono necessarie ma non sufficienti.
 
Occorre partire dalla contraddizione fondamentale, cioè quella capitale-lavoro e mostrare come tutte le contraddizioni sono ad essa legate in modo gerarchico. E, nell’avviare il processo riaggregativo, dobbiamo proiettarci verso i proletari europei, e costruire una nuova internazionale comunista. Come nei processi produttivi, ci sono i centri e le periferie, così anche nell’esperienza della trasformazione sociale, ci sono i centri e le periferie, Cuba, ad esempio, è un centro, noi una periferia. Il compito storico che ci aspetta è difficilissimo, ma abbiamo un’altra scelta?

06/09/2012

da: www.resistenze.org – pensiero resistente – unità dei comunisti
Costruire un vero Partito Comunista. Se non ora quando?ultima modifica: 2012-09-19T08:20:00+00:00da iskra2010
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2 pensieri su “Costruire un vero Partito Comunista. Se non ora quando?

  1. La risposta al commento sottostante è al link: http://iskra.myblog.it/archive/2012/10/26/i-cani-morti-della-decrescita-e-del-antimarxismo-su-quanto-s.html.”Non basta rievocare le parole d’ordine del passato. Marx, Lenin, Gramsci ecc. hanno vissuto il loro tempo con coerenza e coraggio, ma ora c’è bisogno anche d’altro. La realtà corre sempre troppo veloce rispetto le teorizzazioni politiche e se i comunisti hanno fallito, in questi anni, lo devono proprio all’eccesso della teorizzazione rispetto la strategia del fare sul momento. Teorizzare una libertà e una società realmente diversa da alcune dittature vestite da comunismo non è bastato alla pubblica opinione, confusa anche da chi si travestiva da terrorista rosso. Nel paese del Vaticano, inoltre, è necessario chiedersi quale peso abbia, in realtà, la propaganda religiosa. Per governare, quindi arrivare a cambiare il sistema, devi prima capire come far giungere il tuo messaggio alla gente e se la testa della gente è già impegnata ad ascoltare giaculatorie e comizi televisivi invece che ragionare, non c’è nulla da fare. Ecco dove si ferma la lotta al capitalismo e, in genere, ai veri dittatori: costoro hanno sempre molteplici voci a parlare per loro, i comunisti solo la loro coscienza e i loro bisogni, i bisogni del popolo che, quando si ribella, poi diventa subito disponibile a vendere la libertà appena conquistata a un dollaro al voto. Oggi fioriscono molteplici sfumature a destra, PD compreso; a sinistra non c’è praticamente nulla, oltre il rimpianto per il più grande partito comunista d’Occidente. Non basta rievocarne le antiche parole d’ordine perché il nuovo partito dovrebbe nascere dal comunismo che vorremmo oggi e non su quello che sognavamo ieri, a partire dagli innumerevoli errori concettuali commessi da chi teorizzava solo sui sacri testi. Oggi Marx sarebbe uno scolaretto di fronte a chi sa manovrare capitali oltre le frontiere buone solo per gli immigrati fino a nutrire i circoli delle elite che hanno finalmente realizzato il sogno dei potenti di ogni tempo: allontanare il vero potere dai forconi, mentre ci governano da lontano. Oggi la rivoluzione si ferma a Bruxelles e a Strasburgo dove esiste una corte in grado di condannarci a morte da là, se serve: trattato di Lisbona docet. E quando i veri terroristi sono vestiti da poliziotti e massacrano gente che dorme in una scuola, solo i tribunali borghesi, e non il popolo, sono incaricati di fare giustizia, per modo di dire, naturalmente. Ci sarà poi chi legge il giornale o sente il notiziario delle venti, a giudicare le malefatte del potere attuale. Se non arriviamo a quel cervello, la rivoluzione, prima e ultima istanza di qualunque comunismo, sarà impossibile o inattuabile. Esattamente come oggi, quando l’assenza di lavoro, di abitazioni, di qualunque opportunità e giustizia sociale in un mondo di gabellieri e ricchi che governano a forza di barzellette, non basta a risvegliare neanche il più pallido rivoluzionario da salotto. Le ribellioni da strada, quando ci sono, vengono dibattute all’interno del solito schermo televisivo, magari rilanciate sui circuiti satellitari e infine esorcizzate in diretta. Voi continuate pure a discutere di Marx e Lenin, il capitale gode e riesce pure a fare soldi su quei testi magari riproposti in edizione economica. Intanto così tali e tanti intellettuali non riescono neanche a proporre la minima forma di aggregazione in grado di partecipare alla farsa elettorale borghese. E che un comico riesca ad intercettare la protesta popolare fino a spaventare i partiti è la nostra, vera, nemesi. Una risata ci seppellirà tutti, se non ricominciamo a ragionare e mettiamo via i sacri testi e le vecchie parole d’ordine una volta per tutte.”

    • Diventa difficile rispondere ad un ansioso che presenta alcune richieste o rivendicazioni ma, nel contempo, giudica come se fosse “messianica” la presa del potere. Non si vuole essere ne dogmatici ne, tantomeno, fanatici o ancor meno feticisti su cosa sia e come si possano invertire i presupposti del potere. Si vuole essere semplicemente realisti di fronte ad una espropriazione del ruolo dell’uomo nel paese contemporaneo. Il capitalismo ha degenerato non solo i rapporti di produzione ma tutto ciò che ne consegue… la natura, le relazioni, gli umori e persino i sentimenti tra gli individui ed è per questo motivo che, ancor oggi, il marxismo non ha fallito perché è, semplicemnete, una chiave di lettura scientifica ai bisogni del genere umano… un domani ci sarà un altro o altri, meglio… Oggi, ribadisco non ci sono state altre chiavi di lettura più fresche per risolvere i nostri problemi. Tutto qui.
      MOWA

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