Cirillo e la trattativa con P2, camorra e Cosa nostra

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

Leggendo l’articolo de il Fatto Quotidiano sotto riportato si evince che le Brigate rosse hanno una profonda ritrosia nel mettere a nudo le malefatte del potere. Nel rapimento di Ciro Cirillo, come nella vicenda dell’assassinio del presidente della Dc Aldo Moro, non vengono consegnate al popolo le bobine e le trascrizioni delle confessioni del prigioniero, un noto andreottiano.
Un comportamento poco rivoluzionario quello delle Br, che però mette in luce un altro fatto: la P2, come nella vicenda Moro, è intervenuta nel caso Cirillo per nascondere bobine e trascrizioni. Quindi stando alla descrizione contenuta nell’articolo la P2 e Br si sono mosse in perfetta sinergia per nascondere le malefatte della parte peggiore del Paese.
Un lavoro, quello delle Br, molto servizi…evole.
Saluti comunisti

 

Cirillo e la trattativa con P2, camorra e Cosa nostra

È morto ieri a 96 anni l’ex plenipotenziario democristiano della Campania Per la sua liberazione furono della partita le mafie, i Servizi segreti deviati e i vertici della Dc

di Giorgio Mottola

È morto ieri, all’età di 96 anni, Ciro Cirillo, esponente di punta della Democrazia cristiana napoletana e alter ego politico di Antonio Gava in Campania, al centro di una delle vicende più torbide e misteriose della Prima Repubblica. Il 27 aprile del 1981, quando ricopriva l’incarico di assessore regionale ai Lavori Pubblici, venne sequestrato da un commando delle Brigate rosse. Il suo partito, che tre anni prima, in occasione del rapimento Moro, aveva optato per la linea di fermezza, stavolta scelse di trattare. Nella vicenda Cirillo, e nel processo che ne scaturì, vennero coinvolti i vertici dei servizi segreti, l’allora vicecapo del Sisde Vincenzo Parisi, il capo del Sismi Ugo Santovito, rappresentanti delle logge deviate, come Francesco Pazienza, boss della camorra del calibro di Raffaele Cutolo ed esponenti di primo piano della Dc come Antonio Gava, l’allora segretario nazionale della Dc Flaminio Piccoli ed Enzo Scotti, futuro ministro dell’Interno. Ciro Cirillo venne liberato dalle Br dopo 89 giorni di prigionia. Pubblichiamo un estratto del libro di Giorgio Mottola “Camorra nostra” (Sperling&Kupfer).

Cirillo è certamente un porco, merita di morire”, fece sapere Cutolo alle Brigate rosse, “ma per i nostri interessi generali e in specifico nell’edilizia, preferiremmo che si andasse ad una soluzione vantaggiosa per tutti”. Stavolta le Br si erano scelte bene il nemico. L’anno prima avevano ammazzato un altro assessore campano della Dc, Pino Amato. Un andreottiano emergente, le cui tribolazioni poco avevano scaldato il cuore dell’opinione pubblica. L’intera operazione era stata un disastro e si era conclusa con l’arresto di buona parte della colonna brigatista di Napoli. Con Ciro Cirillo le Brigate rosse erano convinte che sarebbe stata tutta un’altra storia. Avevano individuato, come spiega l’ordinanza sentenza del giudice Alemi, “un personaggio poco simpatico… un nemico più nemico degli altri”. Cirillo era in quel periodo il grande burattinaio della ricostruzione in Campania dopo il terremoto del 1980, essendo l’assessore regionale destinato, prima del sequestro, a una carriera nazionale. “Un personaggio discusso per un modo quantomeno spregiudicato di gestire la cosa pubblica”, recita un’informativa delle forze dell’ordine dell’epoca.

Perciò le Br avevano scelto proprio lui. Durante gli 89 giorni della sua prigionia, Cirillo fu sottoposto a continui e minuziosi interrogatori. “Ne sapete più di me”, provò a schermirsi all’inizio l’esponente democristiano. Ma poi, secondo la testimonianza di alcuni brigatisti presenti, il delfino dei Gava crollò e iniziò a vuotare il sacco: ore e ore di registrazioni, centinaia di pagine trascritte in cui Cirillo confessò gli “affari più compromettenti della Dc del polo napoletano dal 1945 a oggi”. Il giorno della liberazione, uno dei carcerieri suggerì all’assessore: “Dopo che la rilasciamo si faccia un bel viaggio. Potrebbe avere guai con la giustizia e con il suo partito quando pubblicheremo queste cose”.

Di quello sterminato materiale, però, le Br diffusero solo alcune parti. Le più innocue, si direbbe, le meno compromettenti. Certo, nascoste nei covi napoletani del gruppo terroristico c’erano le bobine e le trascrizioni integrali. Ma anche quando i covi furono individuati e perquisiti dalle forze dell’ordine, inspiegabilmente non vennero mai rinvenute. “Non a caso”, commenta il giudice Carlo Alemi nella sua ordinanza sentenza, “proprio quella parte dell’interrogatorio di Cirillo non era stata consegnata ai di lui familiari per la pubblicazione! Non a caso proprio quella parte dell’interrogatorio di Cirillo descriveva tutta la vita della Dc, compresa l’attività non chiara del partito a Napoli”. Le Brigate rosse si trovarono in quel frangente storico nella condizione di poter assestare un colpo forse mortale alla credibilità politica della Democrazia cristiana, il loro antagonista storico. Eppure non ne approfittarono. Perché mai? Non è l’unico dettaglio che non quadra in questa storia. (…)

Dal momento in cui entrò in scena il Sismi, il caso Cirillo si trasformò nella trama di un film distopico. Di quelli ambientati in contesti postapocalittici. Con i servizi militari, fecero la loro comparsa piduisti, mafiosi, golpisti, faccendieri e imprenditori famelici. A capo di questa corte miracolosa vi era niente meno che il numero uno del Sismi, il generale Giuseppe Santovito.

Il retroscena mai raccontato dell’ingresso del Sismi nell’affare Cirillo ce lo rivela Franco Di Carlo, che in quel periodo per conto di Cosa nostra manteneva i contatti con una parte dei servizi: “Pochi giorni dopo il sequestro, venne a trovarmi il generale Santovito di cui ero molto amico e con cui avevo un’assidua frequentazione. Voleva da noi una mano per trovare l’assessore. Mi spiegò che dopo lo scandalo che lo aveva travolto, poteva essere l’occasione per riguadagnare credibilità e soprattutto crediti verso quella parte del mondo della politica che lo stava per scaricare”. Lo scandalo cui Di Carlo fa riferimento è la scoperta delle liste segrete della loggia Propaganda 2 avvenuta il 17 marzo 1981. In quegli elenchi, con il numero di iscrizione 527, compariva anche il nome del generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi dal 1978 all’agosto del 1981.

Non solo il capo, ma quasi tutti i più alti vertici del servizio militare, tra cui il generale Pietro Musumeci (altro protagonista dell’affare Cirillo), risultarono presenti nelle liste della P2 di Licio Gelli. Il clamore della scoperta fatta a Villa Wanda fu tale da portare alle dimissioni del presidente del Consiglio Arnaldo Forlani. Per i soggetti più esposti di quel mondo di collegamento tra mafia, massoneria e servizi era dunque un momento critico. E il sequestro Cirillo si rivelò provvidenziale. Il senso dell’operazione raccontato da Di Carlo viene confermato dalla Commissione d’inchiesta presieduta dal repubblicano Libero Gualtieri: “Dal momento che al vertice del Sismi si era costituita una ‘struttura parallela’, che in parte era nata dai disegni della Loggia massonica P2, si capisce perfettamente come la possibilità di assicurare la liberazione di Cirillo per sfruttarla ai loro fini possa essere stata colta in tutta la sua potenzialità… In mano a questa struttura parallela del Sismi la liberazione di Cirillo era di per se stessa un risultato che poteva essere ‘giocato’ pesantemente nei confronti del partito in cui Cirillo militava”.

La richiesta di aiuto di Santovito fu perciò subito riportata da Di Carlo a Michele Greco: “Mi disse di interessare i Nuvoletta che avevano il polso della situazione a Napoli. Ma quando parlai con loro scoprii che Antonio Gava era già stato a Poggio Vallesana a implorare il loro interessamento per far liberare Cirillo. E fu così che insieme ai Nuvoletta decidemmo di coinvolgere Raffaele Cutolo”. Nelle dichiarazioni successive di tutti i protagonisti, Cosa nostra e gli altri clan napoletani brillano per la loro assenza. L’unico esponente della criminalità organizzata tirato in ballo sarà sempre e solo Raffaele Cutolo. Il Sisde sostiene di essersi rivolto direttamente ed esclusivamente a lui. E così anche il Sismi. Come se all’epoca non ci fossero state altre realtà criminali in Campania. Soltanto nel 1993, grazie alla testimonianza di Pasquale Galasso, si sarebbe scoperto che il quadro era molto più complesso e i tavoli aperti dalla Dc con la camorra molteplici: “Durante il sequestro Cirillo, l’onorevole Antonio Gava mi fece contattare da Raffaele Boccia, suo fedelissimo rappresentante in Poggiomarino, e mi fece chiedere dal Boccia se io e gli Alfieri potevamo fare qualcosa per liberare Cirillo. Non credo che Gava, in quella circostanza, fece contattare soltanto me. Certamente anche altri malavitosi furono contattati allo stesso scopo”.
31 luglio 2017

Cirillo e la trattativa con P2, camorra e Cosa nostraultima modifica: 2017-08-04T04:48:48+00:00da iskra2010
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