Partito democratico: la fuga e gli insulti…

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer
per la ricostruzione del P.C.I.

 

 

Carissime compagne e compagni

allego due articoli che dimostrano la crisi del PD e il livello raggiunto dalle lotte intestine di coloro che si sono venduti al massocapitalismo.

Stanno facendo di tutto per non vincere le incostituzionali elezioni.

Si vede che questa è l’indicazione arrivata dai vertici del massocapitalismo.

Non ci dev’essere nessuna formazione in grado di governare se non si allea con le altre.

I programmi di questi partiti eterodiretti dai capitalisti permettono di creare geometrie politiche variabili utili per accordi di governo. Sono tutti partiti filocapitalisti e il prodotto della loro crisi economica.

Tutte queste formazioni della seconda Repubblica si stanno scannando per favorire ognuno il proprio padrone a discapito dei nostri interessi di classe. Vogliono raggiungere, se gli diamo il nostro voto, il massimo della frammentazione della nostra classe sociale: il proletariato, ma anche delle altre classi subalterne.

Dobbiamo trasformare l’astensione in una vera lotta politica.

Questi partiti nati dal progetto golpista della loggia massonica P2 hanno paura solo dei comunisti.

Mandiamogli un giusto segnale politico.

Diciamo basta a tutto questo mettendo il nostro dissenso sulla scheda elettorale e lavoriamo per ricostruire il P.C.I. di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, l’unico partito, sino a quando è stato diretto dai comunisti, in linea con i principi costituzionali.

Andate a votare ma scrivete sulla scheda elettorale W il P.C.I., W la Costituzione, W la Resistenza.

Saluti comunisti
Andrea Montella

 

Sposetti: “Renzi un delinquente Dopo il 4 marzo si fanno i conti”

Il senatore uscente ”Il partito è la mia casa, non la cambierò Dopo il 4 marzo si fanno i conti, se si va male la sinistra è finita”

STEFANO CASELLI

“Liste vincenti, altro che fedelissimi” Renzi ieri dalla D’Urso su Canale5

■Il leader: “In lista la squadra più forte, altro che fedelissimi”. Il senatore uscente: “Mi chiamano giovani furiosi”

“Abbiamo messo in campo la squadra più forte. Abbiamo idee vincenti e convincenti”. Il giorno dopo la bufera delle liste Matteo Renzi ostenta ottimismo su Facebook, per poi accomodarsi nel salotto Mediaset di Barbara D’Urso a difendere il suo operato urlando a Domenica Live “ho candidato solo persone vicine a me, fedeli? Io rispondo con il fatto che a Napoli il primo candidato che abbiamo individuato è Paolo Siani, un medico, che non viene dal Pd, ma dalla lotta alla camorra. Ed è in prima fila contro la povertà educativa”. Il problema, tuttavia, non è Siani (e nemmeno Lucia Annibali, altro esempio di candidatura della “società civile” portata a esempio dall’ex premier), ma molti degli altri.

E nel partito, questo è certo, le acque non si calmeranno facilmente. Il dilemma è: battersi contro il

“PdR”, il Partito di Renzi, o turarsi il naso e fare campagna elettorale per il Partito democratico? C’è da scommettere che da qui al voto il tema sarà centrale dentro e fuori al Pd. Alzi la mano, infatti, chi non conosce almeno un (ex) elettore dem non imbufalito con il segretario del cerchio magico e che non minacci scheda bianca o nulla.

A toccarla piano è l’ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti – senatore uscente, già ritiratosi dalla corsa alla candidatura prima della notte dei lunghi coltelli del Nazareno – tramite la Repubblica: “Renzi è un delinquente seriale – dichiara Sposetti – ora facciamo la campagna elettorale per il Pd. Dopo il 4 marzo, però, ci occuperemo della delinquenza”.

“Anche perché – ribadisce al F at to Sposetti – il tema è generazionale. Dopo quello che ho detto ho ricevuto molte telefonate di sostegno da ragazzi sotto i trent’anni. Questo significa che se le cose vanno male, per la sinistra è finita per almeno un paio di generazioni. Io ho 71 anni, sono stato eletto la prima volta negli anni 70, la mia casa è questa non la cambierò. Quindi andiamo avanti. Però i giovani li stiamo perdendo”.

Parole che hanno il sapore di un sasso lanciato (quasi letteralmente) in faccia; come a dire, per ora ci si tura il naso, poi faremo i conti. In fondo è stato lo stesso Renzi a cominciare le ostilità. L’analisi più diffusa all’interno del partito è che l’ex premier fiuti una sonora sberla elettorale e che per questo motivo abbia deciso di blindare il gruppo parlamentare per non essere buttato fuori da quelle stanze in cui–pare–non ha fatto entrare nessuno di“esterno” durante la composizione delle liste. Il rischio debacle è forte, anche perché quella elettorale non è una scienza esatta. I famosi“collegi sicuri ”, infatti, sono quelli in cui– sondaggi all amano–idem sono avanti di almeno sei, sette punti su centrodestra e M5S, ma scomparso il partito “di territorio ”, la differenza la fanno i nomi. “Se uno è incazzato con il Pd – confida un altro dirigente Pd – chi glielo fa fare di votare la Lorenzin? Piuttosto, sfruttando l’alleanza, sceglie la Bonino, che almeno ha una storia importante”. Per avere l’elezione certa, ad alcuni esponenti è stata garantita la candidatura in tre regioni. Mancano 34 giorni al voto, chi può avere il tempo necessario per organizzare la famosa campagna elettorale “sul territorio” dappertutto?

Per quello che dico ricevo molte telefonate di sostegno fatte da ragazzi che non hanno ancora 30 anni Chi è Classe 1947, iscritto al Pci, Ugo Sposetti viene eletto per la prima volta al Senato nel 1987. Nel 2001 diventa Tesoriere dei Ds

Nel 2006 è stato eletto alla Camera nelle liste dell’Ulivo. Nel 2013 viene eletto senatore nelle file del Pd.

29 Genn 2018

“Non sono adatto ai riti di questo Pd: io mi fermo”

Massimo Mucchetti Il senatore dem, spesso in dissenso da Renzi, non si ricandida: “Su Stato e industria ho trovato poche sponde nel governo”

STEFANO FELTRI

Senatore Massimo Mucchetti, perché ha deciso di non ricandidarsi?

Oggi nel Pd non ci si candida: si da’ al segretario o al capo corrente la disponibilità a essere messi in lista e loro scelgono. Non sono adatto a questi riti. Del resto, nel 2012 avevo accettato, e non cercato, l’offerta dell’allora segretario del Pd, Pierluigi Bersani, per concorrere a un’azione di governo. Ma il ruolo del Parlamento e’ stato depotenziato. E il governo ha perso troppi treni…

Eppure, lei è rimasto nel Pd e non ha aderito a Liberi e Uguali?

Non capivo l’utilità di una scissione prima del congresso, ancorché attribuisca a Renzi la responsabilità di aver pervicacemente cercato di liberarsi del dissenso, emarginandolo. Temevo inoltre derive estremiste per rendere più riconoscibile il nuovo partito. E poi stavo maturando la decisione di tornare al lavoro professionale, esaurito l’impegno di legislatura che mi ero preso. Certo, avrebbe avuto più senso costituire nel 2014 gruppi parlamentari autonomi, pur dentro la maggioranza, nel vedere la riforma costituzionale e l’Italicum, due disastri assai più importanti delle dinamiche interne di partito che furono la pistolettata di Sarajevo della scissione.

Questo in effetti lei propose, dice Vannino Chiti, un altro che non si ricandida, nel suo ultimo libro: niente scissione ma gruppi autonomi. Ma dei 14 senatori che ebbero allora il coraggio civile di non partecipare al voto su quei due disegni di legge solo 4 o 5 erano disposti al grande passo. Troppo pochi. Il gruppo bersaniano aveva addirittura votato la riforma costituzionale in prima battuta. Ma la preveggenza non sempre pa- ga in politica. Antonio Giolitti aveva ragione sui fatti d’Ungheria. Ma aveva contro Togliatti e dovette divorziare dal Pci.

Che bilancio trae di questi cinque anni in Parlamento? Lascio ad altri i massimi sistemi. Sto al mio. E riconosco che siamo stati poco incisivi. Abbiamo fatto analisi di tipo nuovo sullo Stato azionista e le sue imprese e sull’elusione fiscale delle multinazionali digitali. Ma senza sponda nel governo.

Dopo l’indagine della sua commissione Industria sui risultati delle aziende pubbliche, Paolo Scaroni non è più stato confermato all’Eni. Un colpo per il sistema di potere che ruota attorno a Luigi Bisignani. Quell’inchiesta accese un faro sui risultati reali delle società a controllo pubblico, ma le nomine le fece Renzi. Aver liquidato Alessandro Pansa a Finmeccanica fu un errore. La scelta di Claudio Descalzi, invece, sta dando risultati industriali rilevanti. Aver cambiato i vertici di Cassa depositi e prestiti in corso di mandato senza un progetto invece, preoccupa. Non tanto per i legami con il sistema Bisignani quanto per le scelte ondivaghe su private equity e Sace, telecomunicazioni e Ilva.

Il governo Renzi ha fermato la web tax, il governo Gentiloni ha lasciato fare al Parlamento.

Il Senato aveva approvato una web tax seria all’unanimità, con il consenso del governo. La Camera l’ha snaturata facendo pagare le nascenti imprese web italiane invece delle varie Google, e lo stesso governo ha subito l’impostazione del Pd di Montecitorio e del Nazareno. Alla fine non accadrà nulla.

Parliamo di banda larga. Lei aveva suggerito a Cdp ed Enel di cedere Open Fiber a Telecom contro azioni Telecom e poi di scindere la rete da Telecom con Cdp ed Enel che vendono le azioni Telecom appena ricevute per arrotondare la partecipazione nella società della rete. Ma l’Enel è contraria… E Vivendi, padrona di Telecom, fa melina. La ritirata degli uomini Enel dal vertice di Open Fiber forse dice qualcosa. La Cdp tace. Il governo pure, a parte il ministro Calenda che fa quel che può con il golden power, e fa bene, ma alla fine ci vorrà un accordo senza vinti ma con tutti vincitori. Sto parlando delle aziende, non dei loro capitani: dei risparmi giganteschi possibili e del probabile aumento delle quotazioni. Ma per questo bisognerà attendere il nuovo governo.

Un governo con Berlusconi al centro cercherà di piegare tutto a vantaggio di Mediaset. Berlusconi lo conosciamo, ma Mediaset ci sarà anche dopo di lui. Mediaset ha le torri. Le ha anche la Rai, e pure le società telefoniche le hanno. Sarebbe un reato costruire un campione nazionale attorno alla rete ex Telecom, regolato dall’Agcom al servizio degli operatori in concorrenza nelle telecomunicazioni come nella nuova tv?

Diversi giornalisti saranno candidati da M5s, Pd, e Forza Italia. La credibilità del giornalista dove finisce?

È la contestazione, strumentale e temporanea, che la Fiat fece alla direzione delCorriere della Sera quando accettai la proposta di Bersani. Non ne farei una regola. Montanelli rifiutò il laticlavio. Einaudi fece il ministro e il presidente della Repubblica. La credibilità dipende dalla schiena dritta e dal cervello, non dall’obbedienza a codici astratti.

Si è chiusa la commissione di inchiesta sulle banche con i fuochi d’artificio, poi il tema è sparito dalla campagna elettorale. Da dove si deve ripartire nella prossima legislatura?

Più che da commissioni d’inchiesta su argomenti ignobili ma facili, come le malefatte dei vari Zonin o le presunte inefficienze dei vigilanti (sempre meglio dei colleghi degli altri grandi Paesi, dati i risultati), si facciano le scelte giuste sui temi difficili come le sfide del fintech e delle piattaforme digitali al sistema bancario in essere e le loro conseguenze per il Paese. Tornerà a fare il giornalista ora?

Dopo il giornalismo, la politica è stata la mia seconda vita, un gran master professionale alla fine. La nostalgia per la prima non manca, ma si può anche immaginare una terza vita.

L’ADDIO DI BERSANI E D’ALEMA

“Non ho capito la scissione: sarebbe stato meglio avere gruppi parlamentari autonomi già dal 2014 “

IL RAPPORTO CON TELECOM E VIVENDI “Berlusconi avrà un peso sul destino di Mediaset che però può diventare un campione nazionale” LA TASSA SUL DIGITALE

Il Senato aveva approvato una web tax seria, la Camera l’ha snaturata: pagheranno le piccole aziende Internet invece che Google EX-VICE DIRETTORE DEL “CORRIERE”

Dopo il giornalismo, la politica è stata la mia seconda vita. La nostalgia per la prima non manca, ma si può anche immaginare una terza vita.

29 Genn 2018

Partito democratico: la fuga e gli insulti…ultima modifica: 2018-01-31T04:30:26+00:00da iskra2010
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