Breve storia della P1 e del loro giornale la Repubblica

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

Alcune precisazioni a margine dell’articolo di Federico Dezzani «La Repubblica in crisi: breve storia (non ortodossa) del giornale-partito “liberal”»

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

nel nostro metodico lavoro di ricerca per migliorare la comprensione di quale blocco massonico-capitalistico e con quali mezzi ha realizzato la crisi e la spaccatura del P.C.I., ci siamo imbattuti in un articolo, riportato qui sotto, di un “misterioso” giovane, Federico Dezzani classe 1984, laureato in economia all’Università di Torino, che ha colto abbastanza bene il gruppo di potere, che noi definiamo P1, che ha trasformato con l’ausilio della P2, l’altra gamba del compasso massonico, il P.C.I. nell’attuale partito liberale conosciuto come PD, sdemocratizzando l’Italia.

Dezzani definisce questa P1 “oligarchia atlantica: ebraica o protestante, ovviamente atlantista, convinta sostenitrice del libero mercato e delle libertà individuali” , ovviamente a discapito di quelle sociali, essendo razzisti e quindi per la selezione darwiniana della specie umana e portatori di quella cultura incubatrice sia del fascismo che del nazismo, come di ogni cultura reazionaria che oggi si palesa sulla scena politica mondiale, dai reazionari dell’Ucraina ai nostrani leghisti o forzanovisti, sino a giungere al M5S e alle formazioni islamiste come l’Isis, tutti figli dello stesso padre: l’imperialismo occidentale con al vertice gli angloamericani.

Questa classe al culmine della piramide del capitalismo, mirabilmente descritta da Karl Marx ne La questione ebraica, e in tutti i suoi approfondimenti successivi da L’ideologia tedesca a il Manifesto del Partito comunista, scritto con l’amico Friedrich Engels, sino a giungere agli studi contenuti ne il Capitale, sa come costruire i processi politici e sociali che portano a sviluppare nelle masse, tramite le orrende politiche economiche antiproletarie dei loro governi liberals, quelle tendenze nichiliste utili per innestare la loro reazione.

Loro sono, come afferma Dezzani: “Quelli dell’alta finanza internazionale, in contatto con i Rothschild, i Rockefeller ed i Lazard: Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, Donato Menichella, Guido Carli, etc. Quelli del “grande capitale”: Vittorio Valletta, Adriano Olivetti, Cesare Merzagora, etc. Quelli del “Congresso per la libertà della cultura”, ossia, detta brutalmente, gli intellettuali al soldo della CIA-MI6: Mario Pannunzio, Benedetto Croce, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Alberto Moravia, Nicolò Carandini, etc.

Questi farabutti in Italia hanno saputo darsi un’immagine progressista ma poi nelle loro più oscure logge facevano ben diverse pratiche col “Mago” di turno: Adriano Olivetti, “il mago”? La risposta a questa domanda va cercata nella poliedrica figura dell’imprenditore eporediese: in stretto contatto con i servizi segreti inglesi già durante la guerra (nome in codice “Brown”), vicino ad esponenti del Partito d’Azione come Ferruccio Parri, sostenitore delle idee euro-federaliste di Altiero Spinelli, Olivetti è pienamente ascrivibile a quel milieu dell’alta borghesia “laica” (cioè iniziata alla massoneria) e anglofila. Di più. Scalfari lo definisce “il mago”, perché Olivetti, come Mattioli, appartiene a quel mondo occulto-esoterico (messianesimo ebraico, divinità femminili, astrologia, dottrine di George Gurdjieff e Carl Jung, etc.) che conta tra le sue fila i massimi rappresentati dell’establishment italiano “laico e liberale”. Il Movimento 5 Stelle, attraverso Gianroberto Casaleggio, è sotto quest’aspetto l’ultimo prodotto dell’agente “Brown”, Adriano Olivetti”.

E sin qui l’articolo di Dezzani mi convince. Ma non quando afferma che tra le componenti che fanno il gioco di questi farabutti in tight, c’è la componente berlingueriana e che Craxi è stato praticamente una vittima di costoro.

Forse al giovane Dezzani manca l’esatta comprensione di come si muova la massoneria nelle nostre società apparentemente democratiche. Essa non è composta solo da uomini dell’alta finanza e delle multinazionali, essa è fatta di decine di migliaia di uomini che vogliono scalare il vertice della piramide sociale e per arrivarci sono disposti a tutto. Per questo diventano massoni.

Craxi, come Berlusconi e come Mussolini erano uomini convinti che la piramide del potere fosse fatta di mattoni mobili e che l’ascesa fosse possibile. Non avevano guardato bene la piramide posta sulla moneta da un dollaro Usa.

Dollaro-Novus-ordo-seclorum-

Il vertice della piramide è staccato ed è rappresentato dall’occhio che tutto vede del loro dio, il grande architetto dell’universo. Se il vertice della piramide è staccato significa che è irraggiungibile e che il vertice è eterno.

Quindi i furboni della P2 non avevano capito un cavolo di come funziona la massoneria e la sua società capitalistica, gli idioti non avevano nemmeno letto la scritta posta alla base della piramide: “NOVUS ORDO SECLORUM” ovvero il nuovo ordine nei secoli.

Quindi la P2, Craxi e tutto il ciarpame politico della destra non sono altro che lo strumento operativo tra le classi subalterne della P1, come lo furono i leader risorgimentali da Garibaldi a Mazzini e come lo sono tutti i politici e partiti interni alle logiche della proprietà privata.

E qui sta la differenza con i comunisti, che sono degli scienziati sociali e nel contempo dei rivoluzionari per l’abbattimento della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Enrico Berlinguer, che era un vero comunista, sapeva molto bene chi erano i soggetti legati a la Repubblica di Eugenio Scalfari e quale ruolo stavano svolgendo contro il nostro Partito. Lui i media li aveva studiati, soprattutto quelli statunitensi e italiani, riprendiamo l’analisi dalla tesi di laurea L’educazione dell’uomo. Il contributo alla ‘formazione integrale’ dei comunisti italiani 1945-1956, di Alessandro Sanzo: «[Berlinguer] denuncia con forza il fatto che le classi dominanti italiane ed americane utilizzano i mezzi di comunicazione di massa, in modo massiccio e subdolo, per corrompere e diseducare (moralmente, politicamente, ideologicamente ed esistenzialmente) le giovani generazioni. Volendo usare una metafora, Berlinguer ritiene che i fumetti, i fotoromanzi, i foto-film, un certo tipo di letteratura, il cinema, la radio e, ultima arrivata, la televisione vengano usati come dei novelli e micidiali cavalli di Troia. Un complesso di strumenti per mezzo dei quali la borghesia tenterebbe costantemente di corrompere i giovani, di addormentarne le coscienze e di far penetrare nel loro animo i germi dell’individualismo, dell’apatia, del pessimismo, della rassegnazione, della sfiducia e della degenerazione.

Una conferma della persistenza e della rilevanza che il tema ha negli scritti del nostro autore e, insieme, una sintesi del suo pensiero sull’argomento, sono rintracciabili in alcuni dei principali interventi berlingueriani. La «borghesia italiana – afferma Berlinguer nel discorso pronunciato davanti ai giovani operai di Torino il 6 luglio 1948 – vorrebbe che i giovani italiani fossero educati come i giovani americani, secondo le concezioni dell’americanismo». A tale scopo, attraverso un gran numero di riviste a fumetti e di pellicole hollywoodiane, essa

«cerca di far credere alle ragazze lavoratrici che il loro ideale deve essere quello di diventare l’amante del loro padrone […], esalta davanti ai giovani le gesta di banditi, di gangsters o, il che non cambia, di banchieri americani facendo loro credere che un giorno potranno diventare banchieri o affaristi».

Il risultato che cerca di ottenere è quello di «far sì che i giovani attendano, rinuncino a lottare, accettino le regole della libera iniziativa, accettino i principi immortali ed eterni secondo i quali la società deve essere divisa tra sfruttati e sfruttatori tra padroni e servi».

Il compito dei giovani comunisti, di fronte a tutto questo, deve essere per Berlinguer quello di fare tutto il possibile affinché simili concezioni di vita vengano respinte e non «penetri nella gioventù lavoratrice una concezione morale che conduce inevitabilmente alla disperazione e alla disgregazione delle sue fila, una concezione che trascinerebbe inevitabilmente decine di migliaia di giovani sulla via del banditismo, della delinquenza, del suicidio e della prostituzione, sulla via della sottomissione e della sconfitta».

Berlinguer accetta la sfida dei media della P1 e della loro Repubblica e ribalta l’operazione che loro stanno facendo sui suoi militanti e sul suo elettorato, e usa le interviste per parlare a loro, tenta di fargli comprendere la deriva politica e morale a cui avrebbero portato il paese se avessero accettato la proposta sia della della P1 incarnata da Scalfari, che della P2 incarnata da Craxi.

Parla di una terza possibilità e Moro questo era. Ma nel Partito il massone Napolitano remava contro con tutte le sue forze atlantiche infiltrate, assieme ai dirigenti legati agli infiltrati del revisionismo antimarxista russo e dell’Est Europa. Tutti uniti contro uno sbocco politico e sociale più avanzato in Italia che avrebbe influito anche sui destini d’Europa. Questo era l’Eurocomunismo per Berlinguer:

«[…] l’eurocomunismo deve consistere in una strategia e in un movimento politico e sociale il più ampio possibile e il più unitario possibile: un movimento che, avendo compreso il significato liberante della Rivoluzione d’Ottobre e avendo compreso anche la verità e la decisività del problema che affrontò la socialdemocrazia, col quale essa si misurò ma che non risolse e soccombette al capitalismo [sic], riesce a divenire oggi la forza che, unica al mondo, osa realizzare il legame costante tra il mondo che è frutto della Rivoluzione d’Ottobre, il movimento operaio rimasto fuori dall’esperienza comunista (socialisti, socialdemocratici, cristiani) e tutte le forze rivoluzionarie, di liberazione, di progresso d’ogni parte del mondo. Di tutte le forze politiche sociali, cioè, che avendo compreso o venendo a comprendere la possibilità di uscire dal capitalismo per via democratica (il che vuol dire la inscindibilità del rapporto democrazia-socialismo), possono dar vita a un grande blocco storico, nei singoli paesi e su scala mondiale, che ha l’intelligenza e la possanza di poter liquidare le posizioni conservatrici di ogni tipo».

Berlinguer aveva cercato di creare le basi per una politica internazionale dei comunisti più rispondente alle esigenze delle nuove generazioni: aveva visto che il processo di unificazione europeo non poteva essere lasciato nelle mani della borghesia, che l’avrebbe realizzata in forma reazionaria, così come oggi la conosciamo; ma che era necessario esercitare una battaglia tesa a far recepire i valori della nostra Carta costituzionale – dall’antifascismo, ai diritti dei lavoratori, all’egualitarismo – collegandola al comunismo come progetto di libertà, non in modo astratto ma sapendo coniugare le libertà sociali alle libertà individuali.

Ma ai massocapitalisti della P1 e della P2 queste posizioni di Berlinguer non garbavano affatto e iniziarono un’offensiva a tutto campo, anche all’interno del suo Partito, costringendolo a prendere con estrema fermezza posizione. A Genova, il 17 settembre 1978, in chiusura della Festa nazionale de l’Unità, Enrico Berlinguer fa l’intervento di chiusura e afferma:

«È in atto un’offensiva contro il Pci (… ) Oggi si sviluppa contro il Partito comunista una vociante offensiva denigratoria, fragorosa ma confusionaria (…). Una delle forme in cui la campagna anticomunista si esprime è quella che chiamerei degli ultimatum ideologici: “Se non rinunciate a Lenin dall’A alla zeta, se non rompete i vostri rapporti con il Pcus, non siete occidentali ma asiatici”. E credete che si fermino a questo? No. Perché dal ripudio di Lenin si dovrebbe passare a quello di Marx; dalla rottura con Pcus si dovrebbe passare a riconoscere che la Rivoluzione proletaria d’ottobre è stata un puro errore; e magari, risalendo nella storia, si dovrebbe riconoscere che la Rivoluzione francese sarebbe stato meglio se l’avessero fatta i soli girondini e non vi fossero stati i giacobini. E tutto questo ancora non basterebbe. Perché alcuni dei nostri critici pretendono che noi buttiamo a mare non solo la ricca lezione di Marx e di Lenin, ma anche l’elaborazione e le innovazioni ideali e politiche di Gramsci e di Togliatti. E poi, di passo in passo, dovremmo giungere fino a proclamare che tutta la nostra storia – che ha anche le sue ombre – è stata solo una sequela di errori».

Nonostante l’errore di analisi di Dezzani sui berlingueriani e quindi su Berlinguer, dovuto alla giovane età e alla non conoscenza di come funzionasse il P.C.I. (non è mai esistita la corrente berlingueriana, perché era vietato per Statuto costruire correnti all’interno del Partito; Berlinguer sarebbe stato in contraddizione con il metodo del centralismo democratico in cui coerentemente credeva), il pezzo è da leggere perché fornisce molti spunti di riflessione su come lavorano i massocapitalisti della P1.

La Repubblica in crisi: breve storia (non ortodossa) del giornale-partito “liberal”

di Federico Dezzani

Il secondo quotidiano italiano, la Repubblica, attraversa una profonda crisi, certificata dall’inarrestabile emorragia di copie: le tensioni, latenti sin dall’avvicendamento alla direzione tra Ezio Mauro e Mario Calabresi, sono recentemente esplose con la diatriba che ha pubblicamente contrapposto Eugenio Scalfari, “il fondatore”, a Carlo De Benedetti, “l’editore”. Circola addirittura la voce che l’Ingegnere voglia liberasi del giornale. Le disgrazie di Repubblica sono da collegare alla crisi dell’area politica di riferimento, quella sinistra “liberal” di cui il quotidiano romano è stato il padre nobile. Il progetto “la Repubblica” nasce, infatti, negli ambienti atlantici, per traghettare la sinistra dall’ideologia sovietico-marxista a quella atlantico-liberale: breve storia non ortodossa, dal “gruppo del Mondo” all’attuale crisi.

I “liberals” sono in crisi. Il loro giornale-partito, anche

Il crepuscolo della Seconda Repubblica avanza minaccioso e non è certo casuale che sia accompagnato dalla crisi del quotidiano che, senza dubbio, ha dominato questo periodo della storia italiana, la Repubblica. Il quotidiano romano nasce, infatti, nel 1976 (vedremo, nel prosieguo dell’articolo, in quali particolari “circostanze”) per affiancare l’Unità, quotidiano ufficiale del Partito Comunista e sensibilizzare Botteghe Oscure sulle tematiche “liberali”; cavalca nei primi anni ‘80 il caso P2; assiste l’assalto giudiziario che nel 1992-93 demolisce la Prima Repubblica; assume la funzione di mentore della sinistra post-comunista, traghettandola nella metamorfosi PCI-PDS-DS-PD; detta l’agenda al governo, se la sinistra vince le elezioni; guida l’opposizione antiberlusconiana, se le sinistra le perde. Assumendo la funzione di giornale-partito, Repubblica segue così le fortune dell’area politica di riferimento: patisce il governo Monti, si smarrisce con quello Letta, affonda, svelato il bluff iniziale, con l’esecutivo Renzi e si sfalda con quello Gentiloni.

La diffusione “cartaceo+digitale”, che nel 2011 si attesta ancora attorno alle 425.000 copie, cala così alle 315.000 dell’autunno 2015, quando Ezio Mauro, direttore sin dal 1996, cede la poltrona a Mario Calabresi, in arrivo da La Stampa. L’avvicendamento, prodromo del matrimonio tra L’Espresso ed un altro gruppo editoriale “liberal” per eccellenza, l’Itedi degli Agnelli-Elkann, non porta fortuna: la diffusione subisce un nuovo tracollo, calando sino alle 210.000 copie dello scorso autunno: in redazione sono forti i malumori nei confronti del neo-direttore, forse non del tutto a ragione, considerato che Calabresi ha l’ingrato compito di “coprire” gli impopolari esecutivi Renzi e Gentiloni. Le tensioni accumulatesi dentro il quotidiano debordano in pubblico nel gennaio 2018, con il velenoso confronto a distanza tra “il Fondatore”, Eugenio Scalfari, e “l’Editore”, Carlo De Benedetti: una considerazione politica del primo (“Preferisco Berlusconi a Di Maio”) incendia le polveri, spingendo il secondo ad una velenosissima replica (“Scalfari? Un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte”). Il Fondatore mena l’ultimo fendente: “Credo che quell’accusa di avere speculato grazie alle informazioni riservate ottenute da Renzi abbia avuto un ruolo importante nel suo cattivo umore. […] De Benedetti ama Repubblica, ma vuole liberarsene ¹ .

Imputare l’emorragia di copie al direttore Calabresi, oppure alle più generalizzate difficoltà dell’editoria e della carta stampata, come fatto da Scalfari, o alla “perdita d’identità” di cui parla De Benedetti, è superficiale. Il Corriere della Sera, concorrente per eccellenza, ha superato più brillantemente gli ultimi anni, perdendo solo un terzo della diffusione totale (dalle 470.000 copie del 2011 alle 310.000 dello scorso anno). La Repubblica vive una crisi strutturale perché la sua funzione storica, quella di essere il giornale-partito che ispira e guida la sinistra “liberal”, è esaurita, causa collasso della sinistra stessa: le prossime elezioni, infatti, certificheranno la caduta ai minimi storici del PD, incapace ormai di intercettare due categorie chiave dell’elettorato di sinistra, “giovani e lavoratori”, disperse tra Movimento 5 Stelle, astensionismo e partiti di destra. L’Ingegnere, cui non manca il senso per gli affari, ha probabilmente fiutato che il destino di Repubblica è segnato e perciò medita, nell’intimo, di sbarazzarsene.

Le rotative della Repubblica sono in funzione dal 1976: hanno egregiamente adempiuto al loro compito: presto sarà, forse, ora di spegnerle.

Ma come è nato questo giornale-partito che, affiancando l’Unità, ha progressivamente acquistato la guida della sinistra, spostandola dai valori marxisti a quelli liberali? Chi è Eugenio Scalfari, ormai considerato da tutti soltanto un vegliardo che ama vantare le sue conoscenze con papa Jorge Mario Bergoglio e col direttore della BCE, Mario Draghi? Chi ha messo i soldi per l’avvio del settimanale L’Espresso e poi de la Repubblica? Perché, alla fine negli anni ‘80, è entrato nell’azionariato del quotidiano il finanziere De Benedetti, che ha giocato un ruolo di primo piano nel saccheggio dell’economia nazionale? Perché, infine, la Repubblica è sempre stata la punta di lancia di tutte le operazioni euro-atlantiche contro il nostro Paese, da Tangentopoli agli attacchi all’ENI, dal Rubygate al caso Regeni? Per rispondere a questa domanda, bisogna scrivere una breve, ma puntuale, storia del quotidiano romano: una storia, ovviamente, non ortodossa. Per fare ciò, ci serviremo di una preziosa fonte di informazioni: “La sera andavamo in Via Veneto. Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica”, scritto dallo stesso Scalfari e edito da Mondadori nel 1986. È un libro che spiega “tutto”, purché si abbia la giusta chiave per decifrarlo.

La semi-autobiografia di Scalfari racconta le gesta, lunghe un quarantennio, del gruppo di “liberals”, alias “liberali”, alias “radicali” che, nell’immediato dopoguerra, si fa rappresentante degli interessi dell’establishment atlantico, quello basato sull’asse Londra-New York. All’indomani delle elezioni del 1948 l’Italia, infatti, è dominata dal bipolarismo DC-PCI: la fedeltà del Partito Comunista a Mosca obbliga l’establishment atlantico a sostenere la Democrazia Cristiana, ma è un’alleanza forzata. Questo partito cattolico di massa, un po’ terzomondista e molto statalista, non è certo in sintonia con l’oligarchia atlantica: ebraica o protestante, ovviamente atlantista, convinta sostenitrice del libero mercato e delle libertà individuali (divorzio, aborto, droghe, etc.). Il grande disegno dell’establishment liberal è quindi di insinuarsi nella sinistra italiana, fagocitare progressivamente il PCI e, una volta conquistato, spostarlo su valori “atlantici e liberali”: l’operazione, che parte nel 1955 con la nascita del Partito Radicale, si conclude con pieno successo nel 1991, con la nascita del Partito Democratico di Sinistra. In questa manovra, gioca un ruolo decisivo Eugenio Scalfari e il suo gruppo di “liberals”: a loro va imputata la paternità del Partito Radicale, del settimanale l’Espresso, del quotidiano la Repubblica.

Chi sono quindi questi liberals, “spesso longilinei, spesso benestanti”, come li definisce Scalfari? Sono gli esponenti di quel milieu economico-finanziario-culturale, di chiara matrice massonica, che, soffocato o perlomeno domato sotto il regime fascista, rifiorisce con la conquista della penisola da parte degli alleati. Quelli del Partito d’Azione: Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Bruno Visentini, Mario Paggi e Altiero Spinelli, etc. Quelli dell’alta finanza internazionale, in contatto con i Rothschild, i Rockefeller ed i Lazard: Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, Donato Menichella, Guido Carli, etc. Quelli del “grande capitale”: Vittorio Valletta, Adriano Olivetti, Cesare Merzagora, etc. Quelli del “Congresso per la libertà della cultura”, ossia, detta brutalmente, gli intellettuali al soldo della CIA-MI6: Mario Pannunzio, Benedetto Croce, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Alberto Moravia, Nicolò Carandini, etc. Il giovane Eugenio Scalfari, dimenticati i suoi esordi giovanili su “Roma fascista”, è, ovviamente, in contatto con tutti i membri del gruppo, assolvendo spesso alla funzione di cerniera tra il nucleo di Roma e quello di Milano. Perché proprio Scalfari? Perché rampollo di una benestante famiglia che frequenta da generazioni quell’ambiente (nel 1950, Scalfari sposa Simonetta De Benedetti, figlia di Giulio, storico direttore de La Stampa).

La scalata alla sinistra italiana da parte dei “liberals” prevede, fin dal principio, la creazione di un giornale che possa evolversi in movimento politico: il 19 febbraio 1949, esce così il primo numero del settimanale “Il Mondo”, “laico ed anticlericale”, diretto da Mario Pannunzio. Scrive Scalfari: “Il Mondo lanciò quella che sarebbe stata l’idea guida ed il programma politico del gruppo per 18 anni: la formazione di una terza forza politica che bilanciasse i due super-partiti DC e PCI”. Nel 1955, germoglia dal seme del Mondo il Partito Radicale che, non a caso, è dominato dalle stesse personalità “laiche ed anglofile” del settimanale: Pannunzio, Scalfari e Paggi. Scopo del Partito Radicale italiano (in Francia si ripete l’esperimento con Pierre Mendès France) è quello di erodere lo spazio a sinistra occupato dal Partito Comunista, fedele a Mosca, facendo leva, più che sui diritti del lavoro, sui “diritti delle persona”, tanto cari al pensiero massonico. Il 1955, però, è soprattutto l’anno in cui al progetto del Mondo, troppo elitario e autoreferenziale per avere un impatto sulla politica, è affiancato un esperimento editoriale destinato ad avere ben altro successo: il settimanale l’Espresso.

Con la benevolenza del potente Raffaele Mattioli, allora direttore della Comit e massimo rappresentante in Italia della “finanza laica” connessa alle grandi piazze internazionali, Eugenio Scalfari e Arrigo Benedetti (già direttore de L’Europeo) ideano un settimanale (che in origine avrebbe dovuto essere un quotidiano) che non si rivolga più soltanto ai salotti degli intellettuali, ma al grande pubblico, sensibilizzandolo sulle tematiche “libertarie, progressiste, libertine” care ai liberals. Un settimanale nazionale, poi, che faccia molti “scoop” comodi ai poteri atlantici, colpendo ora la DC, ora l’ENI, ora qualche fazione avversa, ora lo Stato-imprenditore, ora pungolando il PCI.

Il progetto editoriale comporta però ingenti investimenti: a quale porta Mattioli consiglia loro di bussare? Don Raffaele indirizza Scalfari e Benedetti dal magnate di Ivrea, Andriano Olivetti. Nel capitolo “A Ivrea incontrammo Adriano il Mago”, leggiamo: “L’incontro tra noi e Adriano Olivetti fu uno di quei fatti del tutto occasionali, assolutamente non prevedibili nell’economia d’un destino di gruppo, eppure determinanti come pochi altri incontri sono stati nei 35 anni di questa vicenda. Se non fosse avvenuto in quel momento e in quelle circostanze, probabilmente l’Espresso non sarebbe mai nato e il viaggio dei liberali nel frastagliato arcipelago della vita italiana avrebbe dovuto inventarsi altri vascelli e forse seguire un diverso itinerario”.

Perché proprio Adriano Olivetti, “il mago”? La risposta a questa domanda va cercata nella poliedrica figura dell’imprenditore eporediese: in stretto contatto con i servizi segreti inglesi già durante la guerra (nome in codice “Brown”), vicino ad esponenti del Partito d’Azione come Ferruccio Parri, sostenitore delle idee euro-federaliste di Altiero Spinelli, Olivetti è pienamente ascrivibile a quel milieu dell’alta borghesia “laica” (cioè iniziata alla massoneria) e anglofila. Di più. Scalfari lo definisce “il mago”, perché Olivetti, come Mattioli, appartiene a quel mondo occulto-esoterico (messianesimo ebraico, divinità femminili, astrologia, dottrine di George Gurdjieff e Carl Jung, etc.) che conta tra le sue fila i massimi rappresentati dell’establishment italiano “laico e liberale”. Il Movimento 5 Stelle, attraverso Gianroberto Casaleggio, è sotto quest’aspetto l’ultimo prodotto dell’agente “Brown”, Adriano Olivetti.

La permanenza di Olivetti nell’azionariato dell’Espresso, dove ha investito l’ingente cifra di 125 milioni di lire, controllando così il 70% del capitale, è però breve. Trascorre a malapena un anno ed Olivetti decide di spossessarsi delle azioni a titolo gratuito, regalando il 60% de L’Espresso a Carlo Caracciolo, il 5% ad Arrigo Benedetti ed il 5% ad Eugenio Scalfari. Sorge, a questo punto, un legittimo interrogativo: i 125 milioni erano effettivamente di Olivetti o questi è stato soltanto il prestanome di poteri “liberal” occulti, come la finanza internazionale o i servizi atlantici? Resta il fatto che, nel 1956, il principale azionista de l’Espresso è ora il principe Carlo Caracciolo. Scrive Scalfari: “Da quel momento l’azionista di maggioranza fu Carlo Caracciolo, un bel giovane biondo di trent’anni, di nobile famiglia napoletana, figlio di Filippo Caracciolo di Castagneto (diplomatico e amicissimo di La Malfa e di Parri con i quali aveva lavorato intensamente durante la Resistenza), cognato di Gianni Agnelli, che aveva sposato sua sorella Marella. Carlo era stato anche lui nella Resistenza e a 17 anni aveva combattuto in Val d’Ossola nelle brigate di Giustizia e Libertà”. Un aristocratico, il principe Carlo Caracciolo, nelle cui vene scorre il miglior sangue dell’alta società anglofila e liberal.

Subentrano gli anni ‘60 e l’Espresso conduce, ovviamente, battaglie dal marcato sapore atlantico: contro l’ENI di Enrico Mattei (“Avversò costantemente i liberali ed i repubblicani, in quanto partiti da lui considerati padronali e filoamericani”, “L’inquinamento dei partiti comincia da lui”) e di Eugenio Cefis (“il nostro gruppo cercò di fermare o quantomeno di rallentare la marcia verso il potere di Eugenio Cefis e del vasto sistema di alleanze che a lui facevano capo”), contro “il circuito perverso DC-aziende di Stato-governo”, contro Aldo Moro (“noi liberals vivemmo Moro, per tutti gli anni del centro-sinistra, dal ‘63 al ‘70 e anche oltre, come un avversario, il grande saponificatore”). I meriti de L’Espresso sono riconosciuti dall’establishment atlantico e, nel 1962, il settimanale può organizzare un convegno all’Eur, tema “la partnership atlantica”, potendo contare nientemeno che sulla partecipazione de The Economist: “Fu per noi un’occasione importante, perché l’Economist godeva del prestigio che si sa, e il fatto che il suo direttore e l’intera redazione fossero venuti a confrontarsi con noi dette la misura della stima di cui l’Espresso ormai godeva da parte del miglior giornalismo europeo”.

Il successo dell’Espresso, che cavalca l’inarrestabile laicizzazione della società (divorzio, aborto, obiezione di coscienza, femminismo), è indiscutibile. Affinché, però, i “liberals” possano scalare la sinistra italiana, ancora occupata dal monolitico e filo-sovietico PCI, occorre fare il grande salto, dal settimanale al quotidiano: solo con un simile strumento, sarà possibile insidiare l’Unità e traghettare progressivamente Botteghe Oscure da Mosca verso Washington.

Scrive sempre Scalfari: “I simpatizzanti o addirittura i militanti del PCI avevano il loro giornale di partito, ma i mutamenti in corso nella società e di riflesso nel partito rendevano quella sola lettura sempre più insufficiente e insoddisfacente. Infatti, la gente comunista non se ne accontentava e risultava chiaro dai sondaggi d’opinione che molti di loro erano disponibili ad acquistare un secondo giornale, oltre all’Unità”. Dove trovare i fondi per lanciare il quotidiano, 5 miliardi di lire, di cui l’Espresso può metterne al massimo la metà? Scalfari e Caracciolo trovano un socio della Mondadori di Mario Formenton, proprietaria del settimanale, anch’esso “progressista” a suo modo, Panorama: il 14 gennaio 1976 nasce così la Repubblica. Particolare degno di nota: alla neonata redazione si unisce, di lì a un anno, Pier Leone Mignanego, in arte Piero Ottone. Collaboratore dell’angloamericana Psychological Warfare Branch (PWB) nel 1945, corrispondente da Londra per la Gazzetta del Popolo, corrispondente per il Corriere della Sera dalla Germania Occidentale e poi dall’URSS, Ottone, esponente come Scalfari e Pannunzio del giornalismo “anglofilo”, è chiamato alla direzione di Piazza Solferino nel 1972, quando Giulia Maria Crespi decide di rendere lo storico quotidiano milanese “meno conservatore e più liberale”.

Scalfari, poco prima del lancio di Repubblica, nel settembre 1975, incontra personalmente Enrico Berlinguer, illustrandogli i suoi piani verso il PCI: “nessun pregiudizio ideologico, rifiuto di ogni ghettizzazione e discriminazione, nostra propensione per un’ipotesi di alternativa di sinistra rispetto al suo programma di compromesso storico”. La Repubblica, insomma, deve allontanare il PCI sia dalla Democrazia Cristiana che da Mosca, per avvicinarlo a Washington: l’omicidio Moro (che avrebbe voluto pilotare l’ingresso dei comunisti al governo, sedendo al Quirinale) ed il quasi concomitante viaggio di Giorgio Napolitano negli Stati Uniti (primavera dl 1978), completano la manovra. “A partire dal 1979, si può dire che il segretario del PCI avesse scelto Repubblica quale sede privilegiata per esporre il suo pensiero, a parte ovviamente l’ufficialità del giornale del PCI”. Eliminato Moro dalla corsa verso il Quirinale, rimane però ancora l’insidia di Giulio Andreotti: il caso Gelli-P2, ampiamente cavalcato dal Gruppo l’Espresso, spegne definitivamente i sogni presidenziali del Divo Giulio.

Nonostante la tiratura di Repubblica aumenti, i conti faticano a tornare, tanto che a metà degli anni ’80 il Gruppo l’Espresso è in una situazione tecnica di fallimento: entra così in scena Carlo De Benedetti, destinato, dopo la “guerra di Segrate” e la spartizione della Mondadori con Silvio Berlusconi, a diventare l’azionista di riferimento del gruppo, “l’Editore”. Perché interviene proprio De Benedetti a soccorre il quotidiano dell’establishment liberal ed anglofilo? Semplice: l’Ingegnere (cui si deve, ad esempio, la distruzione del settore informatica dell’Olivetti) è il rappresentante di quella finanza internazionale che, attraverso Don Raffaele Mattioli, aveva già patrocinato la nascita del settimanale l’Espresso.

Gli anni ‘80 sono dominati dalla figura di Bettino Craxi: socialista, filo-arabo, attento agli interessi nazionali e, perciò, “fascista” se non “nazional-socialista” tout court, La Repubblica, ovviamente, guida l’opposizione al segretario del PSI. È significativo quanto scrive Scalfari: “I socialisti del nuovo corso hanno coniato una definizione curiosa: noi saremmo la nuova destra, insieme ad alcuni esponenti dell’imprenditoria (leggi De Benedetti), ad alcuni grandi borghesi (leggi Bruno Visentini), e all’ala berlingueriana del PCI. Una nuova destra tecnocratica, giacobina, illuminata, che però non disdegna gli affari corsari e vagheggia governi presidenziali di tipo (pensate un po’!) badogliano”. La definizione data dal PSI di Bettino Craxi e Rino Formica non potrebbe descrivere meglio “i liberals” che fanno capo al Gruppo l’Espresso.

Tangentopoli spazza via il Pentapartito: l’establishment euro-atlantico ha deciso che sarà la sinistra a guidare la stagione delle privatizzazioni e l’ingresso dell’Italia “in Europa”. La Repubblica ha dato il proprio determinante contributo al risultato, fagocitando progressivamente il PCI, ora PDS, sino a dettarne la linea. L’ingresso in politica di Silvio Berlusconi scatena, nel 1994, una guerra destinata a durare 25 anni: la Repubblica è il campione dell’antiberlusconismo e, di conseguenza, il campione della sinistra. La scalata al campo progressista, iniziata nel lontano 1976, ha ottenuto un tale successo che l’editore del giornale-partito, Carlo De Benedetti, è anche la “tessera numero 1” del Partito Democratico che nasce nel 2007: si tratta, proprio come sognato da Scalfari trent’anni prima, di un grande “partito radicale” che, accantonati i diritti del lavoro, difende soltanto più “le libertà personali” (femminismo, omosessualità, droga, aborto, immigrazione etc.).

La simbiosi tra il Gruppo l’Espresso ed il Partito Democratico è tale che le sfortune del secondo si ripercuotono anche sul primo: La Repubblica, sostenendo prima l’esecutivo Monti, poi quello Renzi ed infine quello Gentiloni, perde lettori alla stesso ritmo con cui la sinistra perde consensi. Giovani (ormai demograficamente marginali) e “lavoratori”, due colonne portanti della sinistra e del pubblico di Repubblica, non votano più PD, né leggono una rivista del Gruppo l’Espresso: l’enorme massa del disagio sociale si rifugia nell’astensionismo, nei partiti di destra o nel Movimento 5 Stelle, creato ad hoc dagli stessi poteri che nel 1955 avevano incoraggiato la nascita del settimanale l’Espresso. I valori “liberali”, inoltre, hanno talmente impregnato la società che persino il modernista Jorge Mario Bergoglio, intima conoscenza di Eugenio Scalfari, li promulga da San Pietro.

Non ha torto, l’Ingegnere De Benedetti, a volersi disfare della Repubblica: la sua funzione storica è, oggettivamente, esaurita.

Breve storia della P1 e del loro giornale la Repubblicaultima modifica: 2018-02-07T07:36:37+00:00da iskra2010
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