30/09/2011
L'affare Karachi e i guai di Sarkozy - Le mazzette degli amici del presidente

Come si vede dalla foto il presidente Sarkozy ha seri problemi...
Ma anche i francesi con il sistema elettorale che si ritrovano,
il maggioritario a doppio turno, non stanno tanto bene...
Saluti comunisti
Andrea Montella

22 settembre 2011
di Leonardo Martinelli
Ieri i magistrati di Parigi hanno arrestato Nicolas Bazire, testimone di nozze al matrimonio con Carla Bruni. L'inchiesta risale agli anni Novanta e porta anche un attentato avvenuto nella città pakistana nel 2002
A più riprese la giustizia francese ha lambito la galassia Sarkozy. Amici di amici coinvolti in loschi affari. Suoi ministri accusati di aver incassato tangenti. Ebbene, ci risiamo. Ma stavolta, come fanno notare a Parigi, si colpisce addirittura il «premier cercle» del Presidente: la sua ristrettissima cerchia di amici e consiglieri. Sì, dopo averlo sottoposto all’umiliazione della custodia cautelare, è stato incriminato per la solita brutta storia di mazzette Nicolas Bazire. Oltre a essere il numero 2 di Lvmh, il colosso del lusso francese (quello delle borse Louis Vuitton, feticcio dei parvenus di mezzo globo), è uno dei fedeli da sempre dell’altro Nicolas: frequentatore assiduo dell’Eliseo, testimone di nozze al matrimonio con Carla Bruni.
I giudici istruttori Renaud Van Ruymbeke e Roger Le Loire, che stanno indagando su un giro di tangenti della metà degli anni Novanta, hanno convocato Bazire ieri alla procura di Parigi. E l’hanno subito, a sorpresa, trattenuto. E’ stato liberato solo stamani, dopo aver trascorso la notte in cella, ma i problemi con la giustizia, per lui, sono appena iniziati. Ieri i giudici hanno incontrato anche Thierry Gaubert, altro amico della prima ora di Sarkozy (anche se ultimamente un po’ in disgrazia), e hanno incriminato pure lui per la stessa vicenda, l’affaire Karachi. Nella città pakistana, nel 2002, morirono in un attentato 15 persone, undici delle quali tecnici e ingegneri della società pubblica francese Dcn, che riforniva il Paese asiatico di sottomarini. Sul momento si puntò il dito su Al-Qaeda. Ma con il tempo affiorò un’altra verità: l’eccidio era stato organizzato dai servizi segreti pakistani.
Facciamo un passo indietro. Quel maxicontratto con il Pakistan venne firmato nel 1994, con l’avallo del premier neogollista Edouard Balladur e del suo ministro del Bilancio, un promettente Nicolas Sarkozy. Bazire, invece, era direttore di gabinetto del primo ministro, che l’anno dopo avrebbe sfidato alle presidenziali un altro candidato della destra, Jacques Chirac. Quella commessa venne strappata promettendo mazzette, da pagare progressivamente, man mano che le forniture andavano avanti, a rappresentanti del Governo pakistano (e questo è stato ormai provato). Non solo: su quelle tangenti Balladur e il suo entourage (soprattutto i «suoi due Nicolas», come venivano chiamati) avrebbero incassato «retrocommissioni» per finanziare la campagna presidenziale. Poi, però, a sorpresa (non era il favorito), Chirac vinse. E apparentemente i suoi uomini, una volta conquistato il potere, smisero di pagare ai pakistani quelle tangenti, che loro non avevano promesso e dalle quali non avevano ottenuto vantaggi. L’attentato del 2002 sarebbe una vendetta degli uomini forti del Pakistan per quelle mazzette mancate. Le inchieste vanno avanti da tempo, grazie all’insistenza dei familiari delle vittime, che chiedono giustizia. La custodia cautelare e l’incriminazione di Bazire si sono basate sulle recenti rivelazioni di alcuni testimoni, compresa l’ex moglie di Gaubert, la principessa Elena di Yugoslavia. Avrebbe raccontato di frequenti trasferte dell’ex marito all’epoca in Svizzera con un certo Ziad Takieddine (mercante d’armi franco-libanese, che è stato intermediario di tanti contratti francesi per la fornitura d’armi). Ritornavano sul territorio francese e consegnavano valigette piene di biglietti a Bazire. Gaubert, 60 anni, originario di Neuilly-sur-Seine, il sobborgo chic di Parigi dal quale proviene anche Sarkozy, è stato uno dei fautori della fortuna dell’attuale presidente fin dai primi anni, quando divenne sindaco di quel ricco comune. Gaubert, molto inserito, aveva i contatti giusti. Lo ha poi accompagnato in seguito, anche se, a causa di uno screzio con Cécilia, ex moglie di Sarkozy, venne allontanato dal «primo circolo» alla fine degli anni Novanta. Continuando, comunque, a bazzicare l’ambiente della destra, le sue feste e i suoi intrighi, ascoltato amico di Brice Hortefeux, altro «barone» dell’Ump, il partito del Presidente.
Nel ’95, Bazire (che oggi ha 54 anni, due in meno del suo amico Sarkozy), dopo la sconfitta del suo referente Balladur, lasciò la politica, diventando uno dei massimi dirigenti della banca Rothschild e poi addirittura numero due di un colosso come Lvmh, il gruppo di Bernard Arnault, altro amico del Presidente. Lo stesso Gaubert, una volta caduto in disgrazia, si è riciclato come direttore delle relazioni pubbliche del colosso bancario Bcpe, consigliere del presidente del gruppo François Perol, ancora uno della combriccola del Presidente. Sono esempi della tipica osmosi fra alta politica e alta finanza (privata, non solo quella delle partecipazioni pubbliche) che si compie in quel di Parigi. Senza che questo scandalizzi nessuno. Oggi Lvmh ha in previsione il consiglio d’amministrazione. Dove Bazire siederà come se niente fosse.
Intanto, però, Olivier Morice, avvocato delle famiglie delle vittime di Karachi, ha dichiarato : “Sarkozy ha dato il suo via libera a quel sistema di corruzione”, alludendo al giro di tangenti che sarebbero passate tra le mani di Bazire e Gaubert. La storia non finisce qui.
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29/09/2011
Il Partito del Lavoro dalla "sinistra fascista" alla pseudo radicale "sinistra centrista"
foto MOWA
L’importanza di non essere e non chiamarsi comunisti
di Angelo Ruggeri
Quelli che vogliono il "Partito del Lavoro" come il mussolinismo della cosiddetta "sinistra fascista" della Repubblica Sociale di Salò.
Ormai si vede chiaramente che certe soggettività burocratiche sono allo sbando, non avendo più né senso storico né teorico-politico, non sanno cosa dire e cosa fare e senza sapere dei precedenti storici, propongono, ancora, un altro "PDL": col quale, senza nemmeno provare a rivendicare IL PROPORZIONALE INTEGRALE, sperano di poter partecipare, sopravvivere e galleggiare (e magari guadagnare un poco di sottogoverno) nella cosiddetta Seconda Repubblica ispirata dalla P2 di Licio Gelli e dai gruppi di potere capitalistici palesi ed occulti, nazionali e internazionali.
Inutile dare zucchero all'asino (diceva mio padre) quali sono quelli che oggi e come il mussolinismo della Republica Sociale di Salò propongono un Partito del Lavoro. Di lavoro parlava sempre anche il fascismo, maestro di demagogia, perchè parlare di lavoro (di cui Gramsci denunciava nei primi 10 anni del Novecento e contro i socialisti alla Mussolini, essere il male peggiore che scade nel corporativismo) serve per non attaccare il potere d'impresa che richiede una strategia a tenaglia di un sindacato di classe e di un partito non del "lavoro" ma "comunista", onde avere una lotta e una visione e coscienza di classe complessiva della società e su come funzionano oggi il comando del capitale nel rapporto fabbrica-società-stato, grazie a quelli che sono gli specifici rapporti sociali e di produzione capitalistici, che richiedono una teoria della prassi (non del puro e banale tatticismo elettoralistico o movimentismo protestatario) ed analisi storica e "marxiana" in nome di una trasformazione sociale di tali rapporti e non di difesa (inevitabilmente corporativa) del "lavoro" che come "l'operaismo" e stato sempre cultura della destra (anche quella interna al Pci).
Donde che del lavoro parlava sempre e abbondantemente il fascismo nella fase del mussolinismo rampante degli anni 20 e il corporativismo e la Carta del lavoro fascista del 1927, dove parlare del LAVORO serve al sistema di accumulazione e agli specifici rapporti di dominio del capitale e vigenti all'interno della produzione e non già ad attaccare i rapporti sociali e di produzione capitalistici.
Ecco perché IL FASCISMO parlava e PROPONEVA DI FONDARE UN "PARTITO DEL LAVORO" NELLA FASE DEL MUSSOLINISMO DELLA REPUBBLICA SOCIALE DI SALO’, in forza di frammenti dei cosiddetti "diritti sociali" (conculcati dai liberisti); il LAVORO nella formula classificatoria della "terza via" fascista - una delle tante terze vie succedutesi fino a quelle attuali del centro sinistra e dei post ed ex comunisti - che diventava la base di una visione di cosiddetta "sinistra fascista" CHE SULLE PREMESSE DELLA POSSIBILE SCONFITTA MILITARE, POLITICA E QUINDI STRATEGICA DEL FASCISMO STORICO, SI INCARNO’ NELLA PROPOSTA DI UN "PARTITO DEL LAVORO" E DELLA SOCIALIZZAZIONE DELLA IMPRESE - DI CUI LA PROMULGAZIONE DEL DECRETO DA PARTE DELLA "RSI" e che già abbiamo trasmesso più di una volta per via e-mail - avendo il fascismo per primo fatto del corporativismo e del LAVORO una propria bandiera al servizio dei supremi interessi della nazione (qui citiamo noi stessi a proposito di quella nazionalizzazione della classe operaia, in Germania da Bismark all'attuale sistema presidenziale del cancellierato e in Italia "il siamo tutti sulla stessa barca" e gli operai che stanno ai remi devono vogare sotto il ferreo comando di chi vigila sull'interesse nazionale, fa capolino nel Patto di cartello della triplice.
Ma da chi invoca di "non pagare il debito" - senza sapere che l'unica che non lo pagò, fu la Russia della Rivoluzione d'Ottobre -, riceverebbe una sollecitazione e una potente spinta verso il nazionalismo con cui oggi si invita ai sacrifici, facendo passare l’errato concetto che siamo tutti sulla stessa barca. In questo modo i proletari e i lavoratori verrebbero assemblati in un FASCIO di un blocco nazionale più o meno militarizzato, da opporre a un nemico economico "esterno", la finanza internazionale e il "GOVERNO DELLE BANCHE", creando quella cultura della guerra utile a far uscire il capitalismo - che è fatto non solo da banche e finanza - ma anche da industrie, dalle secche in cui si trovano e a impedire nel contempo la diffusione dell’unica alternativa, la lotta per l’applicazione integrale della Costituzione nata dalla Resistenza. Costituzione che sposta il baricentro dei poteri, partendo dai posti di lavoro, verso il proletariato e le classi subalterne. Facendo della programmazione politica dell’economia uno dei pilastri della sua azione in quanto studiata proprio per far fronte ai momenti di crisi di un sistema capitalistico ormai giunto da tempo nella sua fase imperialistica.
Ecco la ragione per cui nasce la farsa DI UN PARTITO DEL LAVORO, che non per caso vede tra i promotori di tal partito anche coloro che hanno sostenuto la Camusso e sottoscritto il PATTO DI CARTELLO della TRIPLICE SINDACALE (come appunto veniva chiamata durante il ventennio).
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28/09/2011
Papà, c'è D'Alema. E' in frac!
Che dire... Bastano le parole di un brano della canzone Contessa...
“...Se il vento fischiava ora fischia più forte
le idee di rivolta non sono mai morte
se c'è chi lo afferma non state a sentire
è uno che vuole soltanto tradire
se c'è chi lo afferma sputategli addosso
la bandiera rossa gettato ha in un fosso...”
Saluti comunisti
Andrea Montella

9 settembre 2011
Papà, c’è D’Alema. E’ in frac!

Massimo D’Alema vice-conte e nobiluomo del Papa di Ines Tabusso Non si vorrebbe essere scortesi nel paragone, ma come respingere quelle altre immagini che spontaneamente riemergono dai magazzini della memoria? Come non risentire il grido di Francesco Paolo, il sedicenne figliolo del principe di Salina, che “fece nel salotto una irruzione scandalosa: «Papà, don Calogero sta salendo le scale. È in frack!». Al principe – scrive Tomasi di Lampedusa - la notizia fece un effetto maggiore del bollettino dello sbarco a Marsala. Quello era stato un avvenimento previsto, non solo, ma anche lontano e invisibile. Adesso, sensibile com’egli era ai presagi e ai simboli, contemplava la Rivoluzione stessa in quel cravattino bianco e in quelle due code nere che salivano le scale di casa sua. Non soltanto lui, il Principe, non era più il massimo proprietario di Donnafugata, ma si vedeva costretto a ricevere, vestito da pomeriggio, un invitato che si presentava, a buon diritto, in abito da sera. Il suo sconforto fu grande e durava ancora mentre meccanicamente si avanzava verso la porta per ricevere l’ospite. Quando lo vide, però, le sue pene furono alquanto alleviate. Perfettamente adeguato quale manifestazione politica, si poteva però affermare che, come riuscita sartoriale, il frack di don Calogero era una catastrofe. Il panno era finissimo, il modello recente, ma il taglio era semplicemente mostruoso. Il Verbo londinese si era assai malamente incarnato in un artigiano girgentano cui la tenace avarizia di don Calogero si era rivolta. Le punte delle due falde si ergevano verso il cielo in muta supplica, il vasto colletto era informe e, per quanto doloroso è necessario dirlo, i piedi del sindaco erano calzati da stivaletti abbottonati”. Pare che il Nobiluomo D’Alema avesse scelto meglio le scarpe, ma il frac è difficile da portare, e poi c’è sempre in agguato quella vecchia battuta: un cameriere è un uomo che porta un frac senza che nessuno se ne accorga, mentre ci sono uomini che hanno l’aspetto di cameriere appena si mettono un frac.
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"Due terroristi in casa di un agente, Cia ed FBI sapevano. La versione ufficiale sull'11 settembre è falsa

Twin Towers, colata di acciaio fuso procurata dalla nanotermite

Intervista di Ignazio Dessì a Giulietto Chiesa.
Dieci anni dall'attacco alle Twin Towers, dieci anni dall’evento che ha scosso il mondo, ma anche dieci anni di bugie, di depistaggi e di domande senza risposta. Per Giulietto Chiesa , giornalista, ex inviato a Mosca dell’Unità e della Stampa, scrittore, politico e componente del 9/11 Consensus Panel, ci sono molte "pistole fumanti" che indicano quanto sia falsa la versione ufficiale sull’11 settembre e come i cittadini siano vittime di possenti “armi di distrazione di massa” in mano a potentati che "controllano le mainstream corporate dell'informazione”.
Giulietto Chiesa, cosa c’è davvero dietro e oltre l’11 settembre?
“C’è il grande cambiamento della storia che gli Usa hanno imposto al resto del mondo quando si sono accorti che stavano per perdere la supremazia, impostando un cambio di linea elaborato da tempo dai centri di ricerca statunitensi come si evinceva dal Progetto sul nuovo secolo americano (Project for the New American Century) e dai Documenti sulla sicurezza nazionale Usa del 2000. Si è trattato di una operazione tipo Pearl Harbor, finalizzata a dare agli Stati Uniti il ruolo di vittime per cementare tutto l’Occidente attorno a loro e a certi interessi. E l’operazione è riuscita perfettamente, visto che da un decennio siamo in guerra contro il terrorismo internazionale costruito da loro stessi, o meglio dagli stessi che hanno progettato l’11 settembre, creando un drappo verde islamico da agitare contro l'infuriato toro occidentale”.
Eppure gli Stati Uniti, a voler essere precisi, sembrano avere ancora grosse difficoltà sia dal punto di vista politico-internazionale che economico.
“Certo, tutto ha funzionato per sei anni, poi nel 2007 la crisi è riesplosa con virulenza amplificata e ci troviamo nella stessa situazione del 2000, solo che ora gli Usa sono quasi in bancarotta. Per questo, dicendo che occuparsi dell’11 settembre non è un esercizio storico ma una riflessione sul presente e sul futuro, dico che noi siamo di nuovo in grave pericolo, perché il superclan mondiale che ha organizzato i fatti di Ground Zero è ancora al potere e si batterà con tutti i potentissimi strumenti a disposizione per mantenerlo”.
Ma praticamente da chi è stato organizzato l’abbattimento delle torri gemelle, dai servizi segreti statunitensi?
“Sgomberiamo il campo dall’equivoco: quando si dice che l’America ha fatto da sola si dice una sciocchezza, perché non sono gli americani che hanno agito ma alcuni cittadini americani con alcuni cittadini pachistani, arabo-sauditi e israeliani, tutti personaggi molto importanti e spesso con doppi e tripli passaporti”.
Quindi la Cia e gli altri servizi occidentali non c’entrano nulla?
“Un servizio segreto non lascia mai la firma in operazioni di questo genere. Casomai si prendono dei gruppi operativi, li si fa dimettere dai servizi, scomparire ed agire per conto proprio, o in conto terzi, per realizzare certe operazioni con gli stessi collegamenti e mezzi che avevano prima. Trovare la firma della Cia sull’11 settembre quindi è impossibile. Si può tuttavia affermare che una operazione simile non può essere condotta senza l’intervento (diretto o indiretto) e senza il finanziamento e le strutture di conoscenza ed operative di cui dispongono i servizi segreti. Il primo a fare questa osservazione del resto non sono stato io ma Andreas von Bülow, ex Segretario della Difesa e Ministro della Tecnologia nel governo tedesco, dopo pochi minuti dall’avvenimento, e assieme a lui altre decine di personalità internazionali come lo stesso ex presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga. Tutto però è stato seppellito dal silenzio e, anche se qualche notizia circola ancora su Internet, non se ne parla più”.
La tragedia del World Trade Center ha portato alle guerre in Iraq e in Afghanistan e oggi la Libia è scossa dalla guerra civile. D'altro canto Siria e Iran sono nel mirino dell'Occidente. Pensa possa essere stato il petrolio l’obiettivo vero della grande manipolazione?
“No, il petrolio c’entra ma non è il motivo principale. L’11 settembre è stato organizzato non per il petrolio ma per il dominio globale. Anche in Libia la guerra è stata fatta per il 'controllo' perché l’Africa, per esempio, diventerà un grande territorio di scontro per il contenimento della Cina. In Medioriente invece ci sono altre cose determinanti: c’è per esempio lo stato di Israele e c’è un problema di gestione geopolitica delle aree che non sempre e necessariamente ha a che fare col petrolio”.
Eppure è singolare che tutti i territori toccati dalla guerra abbiano grandi giacimenti petroliferi o siano fondamentali per il controllo delle risorse energetiche.
“Il petrolio è una componente per fare affari, come gli appalti per la ricostruzione dei paesi reduci dalla guerra. Il petrolio dell'Iraq, per esempio, ora è interamente in mani americane e c’è un paese da ricostruire con i soldi degli iracheni”.
Ma lei quali fatti può citare per dimostrare che l’attentato alle Torri Gemelle non è stato un attentato di Al-Qaida ma qualcos’altro, voluto da un certo establishment mondiale titolare di interessi colossali?
"In un nuovo libro uscito in questi giorni (Zero2, edito da Piemme) io indico non più ipotesi ma vere e proprie prove sulla falsità della versione ufficiale. Questioni che in paesi democratici richiederebbero l’apertura di opportuni processi".
Ci faccia qualche esempio concreto.
“Gliene faccio alcuni. Del fatto che i piloti degli aerei non erano in grado di pilotarli si è parlato ampiamente. Ma bisogna anche considerare che i due presunti piloti del volo American Airlines AA77 (al-Anjour e al-Mihdhar) che avrebbe colpito il Pentagono hanno vissuto per quasi un anno a San Diego in California a casa di un agente della FBI, mai interrogato, come è stato documentato da giornalisti come Philip Shenon del New York Times che pur non crede alla teoria del complotto. Inoltre i due sono stati finanziati da un altro doppio agente dell’FBI e dell’Arabia Saudita, Omar Al Bayoumi, che trasmetteva loro denaro proveniente dalla moglie dell’ambasciatore saudita. Questi documenti si trovano negli archivi dell’FBI e dimostrano che questa organizzazione sapeva da mesi quanto stava per accadere. I due terroristi erano stati seguiti passo per passo, si sapeva che un anno prima avevano partecipato a Kuala Lampur a una riunione nella quale si stava progettando l’attentato e la Cia aveva ricevuto precise segnalazioni dalla NSA (National Security Agency), la più importante agenzia di sicurezza Usa. La riunione era stata registrata e i due seguiti fin negli aeroporti mentre i loro passaporti, fotocopiati, evidenziavano un visto multiplo di ingresso negli Usa dato loro dalla Cia”.
Richard Clarke, ex capo dell’antiterrorismo americano, ha però sostenuto che la Cia aveva tenuto nascosta la loro presenza all’FBI.
“E allora come si spiega che i documenti erano anche nei loro archivi? No, c'è solo da chiedersi chi sia stato a impedire che queste informazioni attivassero le contromisure operative. Distrazione? Strano che si distraggano tre servizi segreti americani contemporaneamente. Perlomeno sospetto. E di più: visto che tali cose sono state accertate, perché non si chiamano i responsabili a testimoniare sotto giuramento? Evidentemente godono di potenti coperture politiche”.
Inoltre? “Inoltre vorrei citarle alcuni record mondiali assoluti. Sono crollate tre torri in acciaio nello stesso giorno, su se stesse, verticalmente, alla velocità di caduta libera e, a questo proposito, ci sono più di 1500 ingegneri e architetti di tutto il mondo, soprattutto americani, pronti a giurare come ciò contrasti con tutte le leggi della fisica e con tutte le conoscenze di architettura sugli edifici in acciaio. Dire che le torri sono cadute perché colpite dagli aerei e si sono afflosciate su se stesse per il calore dell’incendio provocato dal carburante è totalmente inattendibile. E poi perché è caduta anche una terza torre d’acciaio (la WTC7 di 47 piani, ndr) che non è stata colpita da alcun aereo?”
Allude anche al fatto che nelle polveri di Ground Zero sono state accertate tracce di esplosivo?
“Sì, nelle polveri raccolte a Ground Zero, accuratamente verificate e analizzate dal professor Niels Harrit esperto in nanoscienze e nanotecnologie, docente all’Università di Copenhagen, sono state rinvenute tracce di super-termite, potente esplosivo ad uso esclusivo dei militari. Questo esplosivo produce temperature altissime tali da poter fondere metalli che fondono solo sopra i 1500 gradi, cosa impossibile con l’incendio del kerosene. Quelle sostanze non dovevano essere lì, tra le polveri delle torri”.
Ci sono altri record particolari?
“Altro record mondiale assoluto, divertente se non esilarante, è quello delle scatole nere degli aerei dirottati. Né le quattro scatole nere dei due aerei finiti sulle torri né quelle del volo AA77 sono state ritrovate, una cosa statisticamente impossibile. Ma c’è di più: quella rinvenuta, ufficialmente attribuita al volo America Airlines AA77 che avrebbe colpito il Pentagono, è stata tenuta segreta per anni e solo recentemente, applicando il Freedom of Information Act, il ministero del Trasporto Aereo Usa ne ha divulgato il contenuto. L’Associazione dei piloti per la verità sull’11 settembre ha analizzato la cassetta stabilendo così che non si riferisce al volo AA77. Emerge inoltre che la cabina di pilotaggio dell’aereo non è mai stata aperta rendendo quindi impossibile l’ipotesi del dirottamento. Ma ancora, com’è possibile che l’AA77 abbia cambiato rotta in volo se quell’aereo non può farlo? Del resto il Boeing 757-223 non può neppure partire se il suo sistema di radiolocazione non corrisponde alla sua rotta. Invece questo è partito ma da una porta che si trovava a 90 metri di distanza. Facile dedurne che si trattava di un altro aereo. La scatola nera in realtà è stata manipolata”.
Chi può aver posto in essere questa incredibile opera di manipolazione?
“Non certo i 19 terroristi o Bin Laden (ascolta l'audio-intervista <http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/11/05/chiesa-binladen-audiointervista.html?news> ), che per altro non è mai stato incriminato, ma qualcuno con mezzi molto sofisticati a disposizione. E’ possibile che i ‘Piloti per la verità dell’11 settembre’ siano tutti pazzi ma, viste le incongruenze emerse, non sarebbe il caso che un magistrato convocasse le parti in causa per farle deporre sotto giuramento? Invece no. Questa incredibile cassetta è agli atti ma è come se non esistesse. Eppure stiamo parlando di prove che dimostrano come qualcuno ha maneggiato e truccato le carte non solo nel momento dell’11 settembre ma anche dopo”.
Coloro che sollevano dubbi sulla versione ufficiale sull’11 settembre vengono spesso definiti “complottisti”, visionari, “sempliciotti” poco avvezzi a capire la realtà, e in qualche caso demagoghi populisti di probabile estrazione fascistoide o marxistoide. Ma dall'altra parte si risponde che sono più sempliciotti coloro che si bevono acriticamente qualsiasi versione forniscano gli Usa o i vari potentati politico-finanziari di turno. Lei cosa ne pensa?
“C’è gente che afferma spesso di avere in odio tutti quelli che si pongono domande e vorrebbero sapere. Che vengono definiti complottisti e sempliciotti, pazzi o visionari, fascistoidi o estremisti di sinistra. Ma in verità si tratta di un metodo consolidato: onde evitare di entrare nel merito, chi non ha argomenti rovescia sulle persone i propri giudizi. Eppure si sta solo chiedendo di rispondere a delle domande attualmente senza risposta. Cosa debbo dirle, a me questi qui sono indifferenti. Io non ho in odio nessuno e constato solamente che tale modo di procedere impedisce di giungere a una qualche conclusione ragionevole".
E, in definitiva, alla verità?
"Sì, in definitiva alla verità".
00:26 Scritto da iskra2010 in miscellanea | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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27/09/2011
BARI, Mercoledì 28 settembre, seminario su Antonio Gramsci e la rivoluzione in Occidente
BARI, Mercoledì 28 settembre - Ore 17.00
Aula IV della facoltà di Lettere (II piano Ateneo)
Il Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani organizza un Seminario su

Antonio Gramsci e la rivoluzione in Occidente
in occasione dell’uscita del libro di
Marcos del Roio
I prismi di Gramsci - La formula politica del fronte unico (1919-1926)
La città del sole, Napoli
Intervengono
Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno
Marcos del Roio, Università di San Paolo, Brasile
Guido Liguori, Università della Calabria, presidente della IGS Italia
Pasquale Voza, direttore del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani
Coordina
Lea Durante, Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani
Marcos del Roio, conseguiti i titoli di post-dottorato presso le Università di Roma tre e di Milano, è attualmente professore ordinario diScienza Politica presso la Facoltà di Filosofia e Scienze della UNESP (São Paulo, Brasile, campus di Marilia), con un programma di ricerca e insegnamento nel campo della teoria politica del socialismo e della politica operaia. Presidente dell’Istituto Astrojildo Pereira ed editore della rivista «Novos Rumos», è autore di numerose pubblicazioni, in cui vive la lezione di Gramsci nell’analisi dell’attualità geopolitica. È tra i redattori della História do marxismo no Brasil in 6 volumi. A Marilia è tra i più attivi promotori di seminari internazionali di studio sulla teoria politica del socialismo. Nell’agosto di quest’anno è stato organizzato un intenso e denso seminario sul tema “Gramsci, le periferie, i subalterni”, che ha visto la partecipazione attiva – dalle 9 del mattino sino a mezzanotte - di centinaia di docenti e studenti che hanno presentato e discusso decine e decine di relazioni e interventi sul tema, con una passione intellettuale e politica e un interesse che è ormai raro incontrare in Italia.
professore di Scienze Politiche presso la Facoltà di Filosofia e Scienze dell’Università Statale di São Paulo e nell’Università Statale di Campinas, Brasile.. Il volume di Del Roio è stato pubblicato in portoghese nel 2005.
* * *
Identità e diversità nel pensiero di Gramsci
di Giorgio Baratta
su L'ERNESTO 1/2010 del 01/01/2010
[http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=21249]
DEL ROIO SOSTIENE LA TESI FORTE E RADICALE DELLA PIENA CONTINUITÀ TRA L’AZIONE POLITICA E LA RIFLESSIONE FILOSOFICA DI TUTTO GRAMSCI. CIÒ NON COMPORTA LA SOTTOVALUTAZIONE DEI CAMBIAMENTI, DELLE SVOLTE, FINANCO DELLE ROTTURE INTERVENUTE NELL’ARCO DELLA SUA BREVE, MA DENSA ESISTENZA
Con una modalità sobria e discreta, ma anche con efficacia e determinazione, Marcos Del Roio analizza l’attività politico-teorica di Gramsci, prima del suo incarceramento, alla luce di una tesi forte e radicale: la continuità piena tra l’azione politica e la riflessione filosofica di tutto Gramsci. Ricordo quanto mi colpì un’affermazione in tal senso, esente da dubbi, espressa dal protagonista operaio del biennio rosso Battista Santhià, quando ebbi modo di intervistarlo a lungo nella sua casa di Torino nel 1987, pochi mesi prima che morisse. Santhià non era un intellettuale di professione, eppure il suo approccio era quello di un “intellettuale organico” nel senso rivendicato da Gramsci nel suo intervento alla Commissione Politica del Congresso del PCI a Lione nel 1926, quando, in polemica con il primato concesso agli intellettuali dall’estrema sinistra di Bordiga, sostiene: per la estrema sinistra la situazione sembra ancora quella di quando «gli intellettuali erano gli elementi politicamente e socialmente più avanzati, ed erano quindi destinati ad essere gli organizzatori della classe operaia. Oggi, secondo noi, gli organizzatori della classe operaia devono essere gli operai stessi»[1] . Si noti che «organizzatori» sono, nel linguaggio dei Quaderni del carcere, gli intellettuali in senso lato. L’affermazione di Santhià mi apparve allora “trionfalistica”. Ripensando, mi accorsi che egli aveva molte ragioni. Sostenere l’unità dell’opera di tutto Gramsci, del resto, non comporta la sottovalutazione dei cambiamenti, delle svolte, fianco delle rotture intervenute nell’arco della sua breve, ma densa esistenza. Al contrario: senza dissipare la loro unità interna, oggi sappiamo che non si possono studiare i Quaderni senza porre in atto una metodologia di indagine genetico-evolutiva di analisi. Emergono, leggendo Gramsci, idee-cardine che determinano in modo unitario il ritmo del suo pensiero, per lo meno dall’epoca dei Consigli di fabbrica sino alla stesura degli ultimi quaderni (è lo stesso Gramsci a fornirci la chiave di questa continuità in una nota strategica dei Quaderni[2]). Mi riferisco alle idee-cardine che costituiscono l’identità del pensiero, oltre e attraverso le diversità delle sue manifestazioni: ciò che ritroviamo, in genere, nei grandi pensatori. Il titolo e l’esergo del libro di Del Roio rinviano precisamente a questo contrappunto tra identità e diversità che Gramsci teorizza con un linguaggio ricco di immaginazione nel Quaderno 1, e che potremmo, in modo forse un po’ ardito, applicare al suo pensiero: La elaborazione unitaria di una coscienza collettiva domanda condizioni e iniziative molteplici […] Lo stesso raggio luminoso passa per prismi diversi e dà rifrazioni di luce diverse […] Trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità, ecco la più essenziale qualità del critico delle idee e dello storico dello sviluppo sociale[3]. La categoria essenziale del sottotitolo, ma anche del contenuto del libro di Del Roio - “fronte unico” - ci riporta alla medesima problematica, considerata nella temperie dell’azione politica di Gramsci, con riferimento a quel suo radicale leninismo che lo guidò nel vincente duello con Bordiga. IL FRONTE UNICO Del Roio ricorda la nascita nel 1921, in Germania, di questa «formula politica », che è centrale nel pensiero maturo di Lenin, e ne mostra le diverse interpretazioni che ha ricevuto, analizzando la posizione di Gramsci a riguardo. Un aspetto non secondario di quest’ultima è il fatto che, proprio alla luce delle necessità pratiche imposte dalla strategia del fronte unico, si spiega la straordinaria prudenza e duttilità da lui mostrata nel rapportarsi a Bordiga, sia quando questi determinava la linea del partito, sia successivamente, quando cominciò a profilarsi la sua supremazia. L’immagine-metafora del raggio e dei prismi consente di avvicinarci al filo rosso che accompagna la transizione dall’ultimo anno di libertà civile di Gramsci alla genesi dei QuAderni. Del Roio fa emergere in questa direzione alcuni elementi importanti, in particolare nel saggio incompiuto e allora inedito sulla «quistione meridionale», che è del 1926. Ma è l’intera elaborazione politica e teorica di Gramsci lungo quest’anno, che apre gli scenari fondamentali a partire dai quali matura la costruzione del suo pensiero carcerario. Ricordo le tappe essenziali: Congresso di Lione e relative Tesi (21-26 gennaio), Lettera a Togliatti sulla situazione nel partito bolscevico (ottobre), Alcuni temi della quistione meridionale (nei mesi precedenti l’arresto, l’8 novembre). LE TESI DI LIONE Le Tesi per il Congresso di Lione, stese da Gramsci in collaborazione con Togliatti, sono probabilmente il documento più alto e più complesso dell’intera storia politico-teorica del movimento comunista in Italia. Queste Tesi, lette insieme al già citato intervento di Gramsci alla Commissione politica del Congresso, costituiscono un esempio mirabile di quella «filosofia occasionale» che egli ritrovava nelle formulazioni politiche di Lenin e di Machiavelli. L’alleanza leniniana tra operai e contadini, fondamento della politica del «fronte unico», si precisa nella individuazione delle due «forze motrici della rivoluzione italiana », il cui «sviluppo» e «rapidità» - dicono le Tesi - «non sono prevedibili al di fuori di una valutazione di elementi soggettivi»[4]. È opportuno qui sottolineare come la combinazione delle categorie di «forza» (ad evidente metaforicità fisico-biologica e tecnica) e di «soggettività» (a impronta umanistica e storicistica) rappresenti un arco di tensione nel quale si muoverà l’intera riflessione carceraria di Gramsci. Nell’intervento alla Commissione politica Gramsci illustra con inequivocabile chiarezza l’antitesi tra la concezione bordighiana del Partito come «organo» e quella più congeniale del Partito come «parte» della classe operaia. Per sottolineare la distanza tra astrazione e concretezza, tra condivisione e strumentalità, scrive Gramsci: «Il partito è unito alla classe operaia non solo da legami ideologici, ma anche da legami di carattere “fisico”»5. Il ragionamento prosegue e si sviluppa nella necessità di una organizzazione del partito «“per cellule”, cioè secondo la base della produzione»6. Senza questa connotazione che potremmo chiamare tecnico-naturalistica dell’argomentazione, il soggettivismo storicista di Gramsci avrebbe necessariamente imboccato una strada unilaterale e idealistica. È tutt’altro che lineare e immediatamente consequenziale il filo del discorso. Gramsci deve riuscire ad armonizzare due istanze complementari ma distanti l’una dall’altra: la centralità della classe operaia e dell’organizzazione del partito (da qui la polemica contro l’ammissione del frazionismo e l’idea del partito come «sintesi di elementi eterogenei » da parte di Bordiga) e la demo - craticità interna, il carattere cioè antiautoritario del Partito stesso, il che si pone con la relazione dialettica che il Partito stesso ha da stabilire con le organizzazioni di massa, così come, al suo interno, tra centro e periferie. Il problema dei problemi sta nella dimensione egemonica del proletariato (cui si accenna nelle Tesi) nei confronti delle masse contadine (per definizione amorfe e polverizzate), degli intellettuali e via via degli altri strati ‘egemonizzabili’. LA PRINCIPALE QUESTIONE DI METODO Il raggio e i prismi simbolizza la principale questione di metodo che accompagna e guida l’evoluzione del pensiero di Gramsci nei Quaderni. Potremmo denominare tale questione la ricerca di rafforzamento e insieme di indebolimento della dialettica. La dialettica si rafforza e insieme si indebolisce esaltando la sua origine o matrice relazionale. La concettualizzazione dei Quaderni è attraversata di parte in parte da coppie dicotomiche, che danno origine a polarità non necessariamente antinomiche, e comunque prive di un terzo termine che ne rappresenti una (possibile o necessaria) sintesi. Occorrerebbe una complessa disamina lessicale per illustrare ed esemplificare questa tesi, che qui si richiama perché mi appare evidente la sua connessione con l’animus della ricerca di Del Roio. Mi limito a sottolineare la peculiarità, nell’uso dei Quaderni, di coppie dicotomiche quali: storia e natura, umanità e animalità, intellettualità e vita, egemonia e potere, produzione e cultura, riforma e rivoluzione, dimensione evolutivo-temporale e dimensione territoriale-spaziale delle vicende umane (a partire da lingua e linguaggi)… Passando dal linguaggio della luce a quello del suono, si potrebbe dire che i prismi si armonizzano tra loro come in un contrappunto. Possono dar luogo a consonanze come a dissonanze. Il problema (filosofico e politico) nasce dal fatto che le diverse rifrazioni hanno bisogno dell’identità di un raggio. L’unità del contrappunto ha una fonte diversa dal contrappunto medesimo. Il fronte è unico - ed unito - perché ha un centro. *Prefazione al libro di Marcos del Roio I prismi di Gramsci - la formula politica del fronte unico (1919-1926). Note 1 A. Gramsci, La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino, 1971, p. 482 sgg 2 A. Gramsci, Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, p. 328 sgg. 3 Ivi, p. 33 sgg. Nella seconda stesura di questo passo, nel Quaderno 24, ß 3 (quaderno speciale dedicato al “giornalismo”) “l’elaborazione unitaria” diventa “l’elaborazione nazionale unitaria”, mentre la “qualità del critico delle idee” diventa “la più delicata, incompresa eppure essenziale dote del critico delle idee”, ecc. 4 A. Gramsci, La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino, 1971, p. 498. 5 Ivi, p. 482. 6 Ivi, p. 483.
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Danilo Ruggieri: Gramsci tra fronte unico e spirito di scissione
In tempi in cui la frammentazione e la divisione nella sinistra italiana sono egemoni, anzi pervasivi, scrivere un volume sulla politica del “fronte unico” – promossa nei primi anni ’20 dal movimento comunista internazionale – e sul ruolo originale svolto da Antonio Gramsci nell’assunzione di questa prospettiva è un’opera meritevole di attenzione. Il voluminoso testo dello studioso brasiliano Marcos Del Roio (I prismi di Gramsci. La formula politica del fronte unico (1919-1926), Napoli, La Città del Sole, 2010, pp. 336) trova la propria ragione di fondo nella rilettura del pensiero di Gramsci entro e a partire dalla tradizione del marxismo internazionale. Egli entra accuratamente nella disamina del complesso dibattito e dell’azione prodotta dall’assunzione della linea politica del “fronte unico” che, fin dal III Congresso del Comintern (1921), rappresenterà la prospettiva del movimento comunista internazionale per diversi anni. Una strada non esente da errori, sconfitte e rettifiche legate sia ai turbolenti avvenimenti della transizione socialista in Urss, sia ai tentativi rivoluzionari e alle conseguenti sconfitte del movimento comunista nell’Europa Occidentale, a partire dalla Germania.
È importante sottolineare anzitutto che il volume rappresenta una novità poiché nel panorama editoriale vi è ben poco sulla formula politica del fronte unico e sulla specificità della riflessione teorico-politica di Gramsci sul tema. Il libro ripercorre con passione e attenzione filologica l’origine di tale politica, il suo sviluppo, le sue alterne vicende e le interpretazioni che le diverse sezioni nazionali dell’Internazionale diedero del frontismo in relazione tanto al movimento socialista quanto al movimento sindacale. Questa politica rappresenta l’anticipazione della politica del “fronte popolare” che il VII Congresso del Comintern (1935) sancirà con il “rapporto Dimitrov” e che sposterà l’asse politico sul piano internazionale, creando le condizioni per una decisa egemonia dei comunisti alle porte della Seconda guerra mondiale, preparando il terreno della Resistenza al nazifascismo.
La riflessione dell’autore muove dal rapporto dialettico fra registro teorico-politico e registro storico, calando la natura delle posizioni nel contesto di classe, nella specifica condizione storico-politica dei paesi in cui si declina la linea definita dalla Terza Internazionale. Se questo, per un verso, è un merito che da solo stimola la lettura e l’approfondimento, per l’altro mette il lettore dinanzi a un campo di questioni estremamente ampio, che dà massima attenzione alla dialettica centro-periferia e nazionale-internazionale nei partiti comunisti: a quei prismi, cioè, a quelle diverse sfaccettature in cui si declina l'unitarietà della specifica politica del “fronte unico”. Al centro del libro vi è Gramsci e il suo contributo originale all’interpretazione di questa politica, da lui intesa non come passaggio contingente, meramente tattico, ma questione centrale volta a contrastare – una volta fondato il Partito comunista d’Italia – la direzione riformista sul proletariato operaio e contadino da parte del gruppo dirigente socialista, campo strategico per conseguire l’egemonia comunista in relazione alle classi subalterne, costruzione di un blocco storico (Tesi di Lione, 1926) per l’affermazione della rivoluzione socialista in un paese capitalista. È questo il “problema dei problemi” che attraversa l’intero volume, che investe non solo strettamente la strategia politica, ma l’intero campo dell’egemonia nelle relazioni sociali. Gramsci, secondo Del Roio, avrebbe un ruolo originale nella storia del movimento comunista della prima metà del XX secolo, e in certo modo siederebbe accanto a Lenin e Rosa Luxemburg (sebbene non vada ignorata la distanza fra questi due dirigenti del movimento comunista): è questo il filo rosso che sottende tutto il testo e che si traduce in questo proposito dell’autore, apertamente dichiarato: «l’obiettivo esplicito pertanto è quello di mostrare il posto occupato da Gramsci nel contesto della rifondazione comunista del XX secolo” (p. 30).
È proprio la questione della “rifondazione comunista” che costantemente ritorna nel corso del volume. Da un lato troviamo lo “spirito di scissione” (uno dei due aspetti del binomio che rappresenta il leit Motiv del libro, assieme a quello di “rifondazione comunista”), originato dalla Prima guerra mondiale e dal macello dei popoli che ne scaturì, e il primo “assalto al cielo”, con la rivoluzione bolscevica, conseguenza non inevitabile dello sviluppo di una teoria rivoluzionaria in Russia, che influenza e si accorda con la sinistra socialdemocratica maturata nel contesto europeo. Dall’altro, l’autore si concentra sul percorso di “rifondazione comunista”, che delinea essenzialmente come reazione al processo di “degenerazione” del pensiero di Marx ed Engels nel movimento socialista internazionale e di revisione del marxismo, a favore d’una concezione neokantiana sul piano teorico e positivistica sul piano politico, operata dalla tradizione socialdemocratica della Seconda Internazionale. Sorge il quesito se in tal modo si voglia richiamare un “ritorno alle origini” del pensiero marx-engelsiano deformato-revisionato dalla vulgata positivistica o se questa necessità di “rifondazione comunista” si intenda come richiamo alla svolta di un dialettico processo di avanzamento della teoria marxista nell’era dell’imperialismo e delle rivoluzioni. In realtà il termine “rifondazione comunista” indica un percorso di nuova fondazione, di ritorno alle origini, esclude per definizione il processo dialettico della lotta fra linee politiche nel movimento socialista che è permanente-immanente, rapporto che è sempre espressione di fratture all’interno delle classi subalterne. Per Lenin, infatti, la radice del riformismo era il prodotto di una divisione sociale, di una differenziazione all’interno della classe operaia, processo del quale l’“opportunismo” era l’involucro politico-ideologico, non semplicemente una questione di deviazione politica dei gruppi dirigenti – come giustamente nota Del Roio.
In questo senso, leninismo e gramscismo non possono intendersi semplicemente come rifondazione del pensiero materialista di fronte alla deviazione dei vari Kautsky o Bernstein. Il marxismo è una concezione del mondo viva, in grado di interpretare e mettere in campo una teoria e una prassi della trasformazione. È stato proprio lo sviluppo del movimento rivoluzionario dell’epoca la condizione di pensabilità della gramsciana filosofia della prassi, quel movimento che ha rappresentato certo un salto di qualità – dunque anche una rottura – rispetto al passato. In questo processo Del Roio fa meritoriamente emergere la forza teorica e la lucidità politica del comunista Antonio Gramsci.
FONTE: Critica Marxista n.1, 2011 [http://www.igsitalia.org/Libro%20di%20Del%20Roio.pdf; http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=16076&catid=41&Itemid=68]
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L’arresto e la lunga detenzione determinarono una brusca cesura nella militanza di Antonio Gramsci e nella sua azione di direzione del movimento comunista in Italia. Ma la completa separazione dal corpo attivo del partito e l’isolamento dal contesto sociale delle lotte non impedirono alla sua mente, pur nella separazione del carcere, di approfondire ed elaborare concetti che avrebbero orientato quello stesso movimento operaio e comunista, una volta vittorioso sul nazifascismo, per decenni, mostrando perfino nella contemporaneità una straordinaria capacità di interpretare le grandi questioni del nostro tempo e della transizione verso il socialismo. Ci sono in Gramsci assolute organicità e coerenza di pensiero che scandiscono una continuità tra la sua azione politica precedente all’arresto e la riflessione filosofica cui fu costretto nel carcere: una continuità che non vuol dire piatto continuismo né insensibilità alle trasformazioni radicali in atto nella società. È questa unitarietà del pensiero gramsciano che Del Roio intende riaffermare in evidente polemica con letture frettolose e superficiali che pretendono di rintracciare una stessa cesura tra il Gramsci politico e quello filosofico, tra il dirigente e il pensatore, tra il direttore dell’“Ordine Nuovo” e l’autore dei “Quaderni”, in coincidenza e in conseguenza della sua detenzione.
Del Roio sceglie il titolo del suo libro per rimarcare – con la metafora del raggio di luce attraverso un prisma – il contrappunto tra identità e diversità. Sceglie per rimarcare questa tesi la formula politica del “fronte unico” in cui si condensa in modo esemplare tutto il leninismo di Gramsci e l’assoluta coerenza del suo pensiero nell’agire politico prima dell’arresto – con le Tesi di Lione e la lotta vittoriosa contro lo schematismo bordighiano – e nella riflessione del carcere sulle due “forze motrici della rivoluzione italiana”, la classe operaia e quella contadina. Un tema che per le sue implicazioni – centralità del proletariato e del suo partito, democrazia, rapporto partito-masse, egemonia – e per le direttrici di ricerca e di marcia che scaturiscono dalla riflessione gramsciana, mantiene una straordinaria attualità pur nel contesto contemporaneo ed una straordinaria freschezza e promessa di prospettive. Non per caso Gramsci è letto ancor oggi e ancor di più oggi in contesti di lotta – come quello latinoamericano di cui Del Roio è espressione – che lo pongono come riferimento della loro ricerca sperimentale di percorsi vincenti per la propria liberazione e verso il socialismo.
[dalla rivista ALBA, n. 9/2010,
http://www.redportiamerica.com/site/wp-content/uploads/24-25.pdf]
13:30 Scritto da iskra2010 in miscellanea | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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