Biografia di Toni Negri (prima parte) Potere Operaio, Superclan – Uomini, culture, tecniche dell’eversione imperialista

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di Andrea Montella

 

È sempre più evidente che la società in cui viviamo sta trasformando il pianeta in una landa desolata e putrescente e faticosamente, ma con sempre maggior forza, si fa strada tra queste rovine il bisogno di un mondo più giusto ed egualitario, il bisogno di andare oltre il capitalismo e i suoi valori. Ma sono gli uomini borghesi aggregati gerarchicamente e inseriti nel mondo della cultura e dei media che diffondono i germi della diseguaglianza, l’odio razziale, di casta e tutte quelle brutture di cui è piena la Storia recente e passata del genere umano. Ed è per questa ragione che il pensiero e l’azione di Toni Negri vanno minuziosamente analizzati, con strumenti scientifici adeguati e qui non ci sono scorciatoie, solo la ricchezza dell’elaborazione marxiana può consentirci di comprendere fino in fondo le finalità di questo moderno divulgatore dell’ideologia capitalistica.

 

Antonio Negri, più conosciuto come Toni, nasce nel 1933 in una casa alla periferia di Padova, da Aldina Malvezzi e Nerio Negri.

Toni Negri frequenta la scuola, con ottimi risultati, tanto da essere considerato dagli insegnanti dell’istituto “Antoniano”, gestito dai gesuiti, l’allievo più promettente di quel periodo.

Ma i giovani in quegli anni non vivevano certamente in condizioni di normalità, erano catapultati nel mezzo di un conflitto mondiale e l’Italia lacerata negli animi e distrutta materialmente dalla criminale politica del regime fascista, viveva drammi personali che mettevano a dura prova equilibri ed emotività, lasciando spesso negli animi segni indelebili.

Anche la famiglia di Toni Negri fu toccata da uno di questi drammi: nell’inverno del 1943, nella regione dell’Isonzo, i partigiani delle Brigate Garibaldi composte in maggioranza da comunisti, giustiziano il fratello bersagliere, passato con i fascisti del battaglione Mussolini della Repubblica Sociale. La morte del figlio crea nella cattolicissima madre, una forte tensione emotiva, la induce a portare a casa il corpo del figlio tenendolo con sé per diverso tempo, facendo vivere a tutto il resto della famiglia una situazione ai limiti della disperazione. Quell’episodio probabilmente segnerà il giovane Negri per il resto della vita.

Poco dopo la famiglia è colpita da un nuovo lutto: muore il padre Nerio, la signora Aldina Malvezzi da quel momento deve crescere i figli da sola.

Il tempo trascorre e il giovane Negri, diligentemente, prosegue gli studi e come alle elementari, così al liceo “Tito Livio”, frequentato in precedenza da un altro famoso anticomunista, Giorgio Napolitano, continua ad avere ottimi voti e il plauso degli insegnanti.

Toni è un ragazzo religiosamente motivato, frequenta la parrocchia ed è sempre presente alla messa domenicale.

Dopo la maturità si iscrive a filosofia all’Università di Padova, lì è inserito negli ambienti della goliardia e dirige il giornale universitario Bo’, dal nome del palazzo dell’ateneo; ma è in parrocchia che Toni Negri incontra la politica: attraverso don Antonio Sartorato entra nella GIAC (Gioventù Italiana Azione Cattolica). Con lui vi entrano anche due suoi inseparabili amici: Paolo Ceccarelli, che farà l’architetto nella capitale lombarda e Gianfranco Poggi, figlio del presidente del tribunale di Padova, che insegnerà come sociologo ad Harvard, negli Stati Uniti.

A Padova arriva, in quel periodo, Mario Rossi, ex delfino di Luigi Gedda, l’anticomunista che fondò nel 1948 i Comitati civici. Rossi si era convertito all’impegno democratico e attorno a lui si forma nell’Azione cattolica un nucleo di giovani molto attivi che avevano come figura dirigente Toni Negri, essi erano: Enzo Scotti, Dino de Poli, Wladimiro Dorigo, Giovanni Vattimo, Carlo Carretto ed Emanuele Milani.

Toni Negri grazie al suo iperattivismo trova in quel periodo anche il plauso del giovane deputato veneto Mariano Rumor.

Nel 1954 Mario Rossi è attaccato per le sue posizioni da Pio XII ed è allontanato, inizia in quel momento la diaspora del gruppo a lui legato; una parte di questi giovani si dà al giornalismo, altri si danno alla politica.

Negri abbandona la carica di delegato diocesano ed entra nella Democrazia cristiana a fianco di Luigi Carraro; subito dopo attraversa un periodo di forte crisi personale e se ne va in Sicilia a lavorare con il sociologo Danilo Dolci. L’esperienza dura poco, non ha tempo da perdere, deve laurearsi.

Nel 1955, il futuro capo di Autonomia operaia, discute la tesi con un docente di filosofia morale notoriamente di destra, Umberto Padovani, che gliela firma.

Ma Toni Negri, in quel periodo, è nelle grazie del rettore Enrico Opocher che lo prende con sé e lo nomina suo assistente.

Vediamo ora chi sono gli sponsor di Toni Negri in quel periodo: il vescovo di Padova, monsignor Bortignon e il filosofo “socialista” Norberto Bobbio. Si potrebbe dire il diavolo e l’acqua santa o meglio l’acqua santa e il diavolo, mantenendo l’ordine espositivo dei nomi.

Non dobbiamo meravigliarci che come sostenitori di Negri ci siano uomini di curia e laici: in quel periodo la Chiesa e le forze laiche stavano perfezionando un’alleanza, iniziata sotterraneamente durante l’ultimo conflitto mondiale e che nel Concilio Vaticano II sarebbe diventata la politica di apertura da parte del mondo cattolico alla borghesia e al suo partito occulto – la Massoneria – per combattere il Comunismo, comune nemico. Stavano cercando i quadri e i manovali per quel progetto.

A renderci edotti e a conforto di quanto abbiamo esposto su questa alleanza anticomunista tra Chiesa e Massoneria scrive Roberto Fabiani nel suo libro I massoni in Italia (capitolo sesto In nome del Padre, del Figlio e del fratello – pagina 78 – edito da L’Espresso): «Adesso stavano lì, in quella saletta disadorna della Casa di Gesù Divin Maestro, ai castelli romani, in vista del lago di Albano. Da una parte Esposito (padre paolino, ndr), con il suo parlare irruento ma capace di lunghi silenzi. Dall’altra Giordano Gamberini, Gran Maestro della massoneria italiana (valdese, ndr), più magro e spiritato che mai. Avevano un interesse in comune: capirsi. I presupposti per l’incontro c’erano tutti. Esposito sapeva che quella guerra secolare era nata da un equivoco; e sapeva anche che il pontefice regnante Giovanni Battista Montini, da sostituto alla segreteria di Stato, con quella roccia di Pio XII, una volta aveva confidato al rettore dell’università Pro Deo, Felix Morlion: “Quando i tempi saranno maturi si farà pace tra chiesa e massoneria. Sono sicuro che ci arriveremo: la chiesa toglierà la scomunica e i massoni faranno la loro parte deponendo le armi. Ma ci vuole tempo. Tempo e prudenza”.

Alla fine del ’67 Esposito sapeva da fonte diretta che il tempo era arrivato. Sapeva che le dichiarazioni Dignitatis humanae e Nostrae aetatae, approvate dal Concilio ecumenico Vaticano secondo, erano state elaborate da prelati che avevano frequentazioni di logge massoniche. Sì, perché il fatto che nei templi della libera muratoria sedessero dignitari della chiesa cattolica non era affatto leggenda né materia per libellisti come molti credevano o speravano, ma rispondeva a pura verità. E di questi prelati-massoni il più autorevole aveva la statura, la dimensione culturale e l’apertura mentale del cardinale Franziskus König, arcivescovo di Vienna».

 

Qui dobbiamo fare una breve riflessione sui personaggi, di alto rango, citati dal Fabiani: Giovanni Battista Montini (Paolo VI) e Felix Morlion: chi erano costoro?

Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini nasce alle ore 22 del 26 settembre 1897 a Concesio nei pressi di Brescia ed è il secondogenito di Giorgio e Giuditta Alghisi. E sin qui tutto normale. Ma analizzando con più attenzione il parentado troviamo che da parte di madre, tra gli Alghisi, le presenze massoniche non mancano, tant’è che sui loro tombali, nel cimitero di Verolavecchia, si trovano dei bassorilievi di indiscutibile simbologia massonica.

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(Paolo VI Giovanbattista Montini tombali massonici famiglia materna Alghisi Verolavecchia)

Inoltre per capire meglio chi fosse Montini bisogna rammentare che nella Basilica di San Pietro a Roma, sulla porta in bronzo detta “Porta del Bene e del Male”, inaugurata nel giorno del suo compleanno nel 1977, Paolo VI si è fatto ritrarre dallo scultore Luciano Minguzzi sul pannello 12, di profilo con le mani giunte e munite di guanti. Sul guanto della mano sinistra era scolpita una stella nel cerchio che nel linguaggio massonico rappresenta il pentalfa, simbolo di colui che si dedica a grandi imprese. Ma la stella nel cerchio è anche la stella delle BR.

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(PaoloVI Montini Stella nel cerchio Pentalfa BR Porta di bronzo Basilica San Pietro prima versione Osservatore Romano 1977)

Quella rappresentazione di Paolo VI suscitò le ire dei prelati più tradizionalisti che ne imposero la rimozione e la sostituzione. Ma se ne trova documentazione fotografica sull’inserto speciale de L’Osservatore Romano di domenica 25 settembre 1977, a pagina XI.

Montini di “grandi imprese” ne ha fatte molte: tra queste ricordiamo quella del lontano 1942, quando da Segretario di Stato ha organizzato per conto di Earl Brennan dell’OSS, i servizi segreti americani durante la seconda guerra mondiale, una rete spionistica che utilizzava la struttura diplomatica del Vaticano per far giungere a Washington le mappe dell’industria bellica giapponese. Operazione nota col nome in codice di Progetto vascello.

La seconda impresa è stata quella di aver permesso la fuga dei criminali nazisti, fascisti e degli ustascia croati: Montini aveva sotto la sua supervisione l’ufficio che rilasciava i documenti per l’espatrio dei “rifugiati”. Una rete di complicità lavorava per impedire la cattura di personaggi come Walter Rauff, l’inventore delle camere a gas mobili; questo criminale venne usato congiuntamente dal Vaticano e dagli americani, dal 1944 al 1949, con lo scopo di mettere in piedi un’organizzazione capace di far fuggire molte migliaia di agenti Gestapo ed SS, da usare in seguito in funzione anticomunista. Usarono per i loro loschi traffici dalla Caritas Internationalis, al vescovo Alois Hudal del Collegium Teutonicum, al prete Krunoslav Draganovic, consigliere del dittatore croato Ante Pavelic. Questa rete era chiamata la “via dei conventi”.

 

Felix Andrew Morlion domenicano belga fondatore del servizio segreto dei cattolici europei, la Pro Deo con base a Lisbona ha avuto ottimi rapporti con i servizi segreti americani sin dal 1943 quando si alleò con William Donovan capo dell’OSS che gli aprì un’ulteriore base negli Stati Uniti e poi nel 1944 un’altra direttamente in Vaticano, utile anche per passare informazioni sulla situazione sul fronte tedesco.

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(Felix Morlion che parla dal pulpito con alle spalle Andreotti)

Nel 1945 segretario di Morlion è Giulio Andreotti, che diventerà il deus ex machina della politica italiana e considerato dagli autori di uno studio sulla Massoneria The messianic legacy di Michael Baigent e Henry Lincoln, come uno dei triumviri del Priorato di Sion. Nel dopoguerra Morlion opererà nel nostro Paese con il suo nucleo di spie in funzione anticomunista e stabilirà stretti rapporti con l’Accademia del Mediterraneo americano del massone della Gran Loggia degli Alam, Giovanni Francesco Alliata di Montereale, arrestato nel 1974 con l’accusa di cospirazione dal giudice Giovanni Tamburino che indagava sulla Rosa dei venti.

Nel 1968 si interessò alle attività di Morlion, Mino Pecorelli, futuro direttore di OP, che sull’ultimo numero di Mondo d’oggi fece uscire una foto in cui apparivano il padre domenicano con tre uomini della CIA: i quattro erano in compagnia dei ministri Giuseppe Spataro e Mariano Rumor; inoltre il giornale annunciava un articolo sensazionale sui rapporti intercorsi tra la Gestapo, la CIA, il Vaticano, i servizi segreti di tre Paesi della NATO, la Fiat, la Montecatini, la Michelin, la Bata, l’ambasciatrice americana Mary Luce e l’ordine dei domenicani. In seguito ci fu un’interpellanza parlamentare del senatore della sinistra indipendente Luigi Anderlini sui rapporti tra SIFAR e la Pro Deo che chiedeva l’allontanamento di Morlion dall’Italia.

Il fondatore della Pro Deo alla fine degli anni Sessanta aveva preso contatto con l’Aginter press di Yves Guerin Serac a Lisbona. Serac è uno dei più grandi provocatori del nostro tempo, esperto di operazioni coperte anticomuniste.

Padre Morlion lo troviamo anche nell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, in quanto abitava in via Pola 23 a Roma in un appartamento sovrastante e identico nella planimetria, a quello del bulgaro Serghej Antonov, accusato da Ali Agka di essere uno dei suoi complici. Ma quella casa fu frequentata anche da Francesco Pazienza e Michael Leeden, il primo uomo della P2, legato a Santovito direttore del SISMI e piduista a sua volta, il secondo esponente dell’amministrazione Carter e successivamente di quella di Reagan, esperto di terrorismo e mediatore ufficioso tra i servizi segreti americani e quelli italiani, vicino ad ambienti altolocati della P2. Nelle sue visite in Italia risiedeva nell’appartamento di Ferdinando Pavone, uomo legato alla società Agusta, alla Theodore G. Shackley (Tgs), ex capo stazione CIA a Roma negli anni Sessanta. Il Pavone inoltre tramite la Fma di Vaduz operava poi attraverso la Banque de Commerce et Placements (Bcp) sempre di Vaduz.

 

Ma torniamo alla “pace”, o meglio all’accordo anticomunista, tra Chiesa e Massoneria, sancito in un documento di trenta righe firmato da Paolo VI il 19 luglio 1974 e spedito agli episcopati di tutto il mondo.

Il 1974 è un anno particolarmente importante sia a livello nazionale che internazionale: è l’anno dello scandalo “Watergate” che porta alla destituzione del presidente americano Richard Nixon; in Portogallo c’è la “rivoluzione dei garofani” condotta dall’esercito che fa cadere la dittatura e ripristina la democrazia; in Italia c’è il referendum sul divorzio in cui viene respinta la proposta abrogativa del governo Rumor; poco dopo ci sono le stragi fasciste di Brescia e del treno Italicus; l’India fa esplodere la sua prima bomba atomica,– in Cile Pinochet annulla tutte le riforme introdotte da Allende; la stampa americana accusa la CIA e Henry Kissinger di aver appoggiato il golpe di Pinochet.

Ma il 1974 è anche l’anno della svolta dentro le Brigate Rosse: il 17 giugno vengono uccisi nella sede del MSI di Padova Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. L’omicidio dei due fascisti è il primo effettuato dall’organizzazione e determina una feroce battaglia politica tra i capi storici, che erano contrari e l’uomo del Superclan di Simioni nelle BR, Mario Moretti, favorevole alla svolta. L‘8 settembre le forze dell’ordine arrestano nei pressi del passaggio a livello di Pinerolo i “vecchi” capi delle Brigate Rosse, Curcio e Franceschini.

Questa decapitazione delle Br è l’articolazione all’interno dei gruppi dell’estremismo politico di questa strategia anticomunista, che venne sostenuta oltre che da settori cattolici anche da settori dell’Internazionale socialista, grazie all’opera meticolosa del Partito laburista d’Israele. Vedi Sergio Flamigni a pagina 107 del libro Convergenze parallele Kaos Edizioni.

 

 

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(Francesco Cossiga stretta di mano e se la ride con Antonio (Toni) Negri)

 

Ma torniamo al professore padovano che nel 1958 entrò nel Partito socialista e fu eletto il 6 novembre 1960 consigliere comunale. La scelta socialista era accompagnata da una critica sistematica alla politica del Pci. È proprio col Psi che Toni Negri si dà la patente di “uomo di sinistra” ed entra in contatto con quei personaggi fondamentali per la sua seconda carriera, quella di politico

In questo periodo lavora con Raniero Panzieri, dopo Morandi uno degli uomini più influenti del Partito socialista, l’uomo che elaborò in Sicilia, nel 1955, un anno prima dei fatti d’Ungheria (e in politica l’anticipo è tutto), un progetto politico precursore del centrosinistra, dove i socialisti rompevano l’alleanza con i comunisti, il Blocco del Popolo, e aprivano a soluzioni centriste. Panzieri è l’ideatore dei Quaderni rossi, la rivista apre un forte dibattito nella sinistra marxista, ma si sposta progressivamente su posizioni radical-borghesi, sino a diventare la fucina dell’operaismo, primo germe di quella cultura anticomunista che contaminerà una parte delle generazioni degli anni Settanta. (vedi nel sito www.dossetti.com il n° 26 della rivista Bailamme intervista a Rita di Leo “Per una storia di Classe Operaia”; Storia del Partito Radicale in www.radicalparty.org/party/teo_1.htm, L’Espresso 11 dicembre 1997 pag. 83, 85 “Vado con la Dc, gridò l’operaista”).

Toni Negri scrive anche sul quindicinale socialista Progresso Veneto e diventa azionista della Marsilio, la casa editrice di Cesare De Michelis, fratello di Gianni amico di famiglia dell’ex moglie – Paola Meo – figlia del famoso architetto che su commissione del patriarcato di Venezia ha costruito, negli anni Cinquanta, mezza città; in quegli anni il patriarca di Venezia era Giovanni Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII artefice del Concilio Vaticano II.

Un’altra conoscenza di quel mondo laico e trasversale che si dimostrerà molto utile per Toni Negri, è quella con Marco Pannella. Degli antichi rapporti tra il futuro leader radicale e il professore di Padova è lo stesso Negri che racconta un episodio, denso di significati, accaduto in Francia – Pannella era giornalista al quotidiano Il Giorno di Enrico Mattei – nel periodo della guerra d’Algeria: «Lo conosco da sempre Marco dai tempi dell’Unuri [1]. Poi una volta, all’inizio degli anni Sessanta, me lo ritrovai davanti improvvisamente a Parigi, a Saint-Germain, e gli passai una valigia del reseau (la rete, ndr) algerino. Non era certo un non violento, allora! C’è sottesa, fra noi, una sorta di generazionale fratellanza».

Questa dichiarazione sul ruolo di Negri come passatore di valige particolari è nel libro di Mauro Suttora Pannella & Bonino SpA edito dalla Kaos Edizioni, a pagina 141 e nota numero 49.

La fratellanza con Marco Pannella e con i radicali si dimostrerà molto utile anche in seguito. Difatti Toni Negri per sfuggire il carcere sfruttò l’occasione che abilmente il Partito radicale gli presentò: quella di diventare parlamentare nelle sue liste. Esattamente la stessa scelta fatta in tempi più recenti da altri soggetti che, apparentemente diversi e distanti come percorsi politici, hanno conti aperti con la giustizia: il fratello massone Silvio Berlusconi, Craxi, Dell’Utri e Previti. Possiamo dire che Negri ha come costante quella di insegnare le cose peggiori.

Grazie ai radicali Negri oggi percepisce 3.108 euro al mese di pensione per quell’incarico da parlamentare latitante.

È utile ricordare che il Partito radicale, durante il congresso di Rimini del 1987, tramite le persone di Marco Pannella, Francesco Rutelli e Giovanni Negri si fece promotore di un incontro con Egidio Carenini, piduista e membro della Dc e Maurizio Gelli, figlio del più noto Licio, con lo scopo di valutare la possibilità di presentare alle elezioni il “capo” della P2. (vedi Trame Atlantiche pag. 418 di Sergio Flamigni e Cicciobello del potere pag 54 di Lucio Giunio Bruto, Kaos Edizioni).

 

Il rapporto di Toni Negri con i socialisti veneti negli anni Sessanta si dimostra molto fruttuoso tanto che gli permetteranno di uscire, dopo la parentesi dei Quaderni rossi di Panzieri, con il suo nuovo giornale: Classe Operaia, che sarà stampato, per un certo periodo, nella tipografia di De Michelis. La rivista chiuderà nel ’66 con l’autoscioglimento del gruppo.

 

L’anno 1964 è per Negri il periodo dell’impegno universitario, dei suoi saggi come: Stato e diritto nel giovane Hegel e dell’analisi dello Stato francese nel Cinquecento, ma è anche l’anno delle interminabili discussioni con Tronti, Arquati e un ventenne Massimo Cacciari, pupillo del professore padovano, che nel ’69 entrerà nel Pci da posizioni non comuniste, passando poi nella Margherita e fino all’aprile del 2010 nel Pd. Nel 2002 fonda la Facoltà di Filosofia dell’Università di don Verzé, Vita-Salute San Raffaele, a Cesano Maderno, di cui è Preside fino al 2005. Università privata dove si è laureata Barbara Berlusconi. Cacciari è tra i fondatori di alcune riviste di filosofia, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, tra cui Angelus Novus, Contropiano, il Centauro.

La sua visione muove dal concetto di “pensiero negativo”, ravvisato nelle filosofie di Friedrich Nietzsche, di Martin Heidegger e di Ludwig Wittgenstein

Cacciari e Negri hanno in comune oltre alle teorie politiche e filosofiche nichiliste anche un’inquietante coincidenza: hanno tutti e due un parente, a cui sono stati molto legati, che si era schierato dopo l’8 settembre 1943 con la Repubblica sociale e viene giustiziato dai partigiani.

Cacciari porta ancora al polso l’orologio di questo zio.

Massimo Cacciari è uno dei più attivi divulgatori del pensiero negativo, nichilista, legato al gruppo formatosi attorno alla casa editrice Adelphi di Roberto Calasso, seguace del pensiero gnostico del banchiere massone Raffaele Mattioli, fondatore nel 1946 di Mediobanca e padre spirituale di Enrico Cuccia. Mattioli è il massone che si fece seppellire, alla sua morte, nella tomba dell’eretica tanto cara ai cultori della gnosi, Guglielma la Boema, nell’abbazia di Chiaravalle. Abbazia alle porte di Milano dedicata a San Bernardo di Clairvaux (Chiaravalle) grande sponsor dei Templari, i primi banchieri della storia, portatori del pensiero gnostico nel mondo cristiano.

La gnosi è la corrente di pensiero filosofico-religiosa dell’élite del capitalismo, la parte egemone. È la religione dei padroni del mondo.

Se volete ulteriori conferme sulla particolare religione dei banchieri andate all’abbazia di Chiaravalle il mattino di ogni 27 luglio e assisterete ad una messa in latino, sulla tomba che fu dell’eretica e che oggi è di Mattioli e consorte.

 

Massimo Cacciari è accolto nel Pci come uomo di sinistra grazie alla sua militanza in Potere operaio, ma quei dirigenti hanno involontariamente scambiato l’organizzazione di provenienza di Cacciari con la classe operaia, prendendo uno dei più grossi abbagli della loro storia, sottovalutando i danni che i quadri di questa formazione nichilista avevano compiuto scientemente tra le masse popolari.

Il Cacciari pensiero diverrà fondamentale per creare quello stato d’animo adatto a traghettare uomini di formazione marxista verso il post-marxismo gnostico; negli anni Ottanta in Italia si tengono una serie di convegni filosofici – la maggior parte a Venezia – a cui partecipano anche molti dirigenti del Pci. E così i dirigenti comunisti vengono esposti al fascino di un pensiero lontanissimo dal loro: quello dell’attivista e aristocratico reazionario Ernst Jünger.

Terminologie come moltitudini, biopolitica, operaio massa che oggi circolano nel lessico delle formazioni di sinistra sono care oltre che a Jünger, a Carl Schmitt e agli iniziati della destra più reazionaria che hanno lavorato per togliere ogni identità di classe al proletariato, trasformandolo in un’entità indistinta, un ceto, impedendogli di riconoscersi e di cementare quella solidarietà che è a fondamento di ogni sforzo che una classe con piena coscienza di sé compie per riformare in modo rivoluzionario la società.

Il lavoro che Cacciari svolge, come agente di Potere Operaio all’interno del Pci è un’azione complessa e su vari piani, tutta tesa ad impedire che si consolidi il consenso attorno ai dirigenti comunisti berlingueriani per destabilizzarne il rapporto sociale. Questo “intervento” è descritto nel libro di Giuseppe Zupo e Vincenzo Marini Recchia Operazione Moro [2] edito da Franco Angeli nel 1984, che riporta brani della rivista Quindici dove Cacciari enuncia: «…questa unità (tra chi deve lavorare per far esplodere le contraddizioni del Pci e quelli che devono preoccuparsi di costruire i primi passi della nuova organizzazione della classe – ndr) non potrà essere “vissuta” alla giornata o giudicata col metro dell’attivismo cieco, anche se “fuori” (le virgolette sono sempre di Cacciari), in certe fasi, non conterà neppure affermarla!» e prosegue l’analisi «Per le opposizioni tattiche e le lunghe marce al riparo, non c’è più posto nel partito. Ciò è l’opposto di una indicazione frazionistica. Ciò significa lotta aperta, politica su determinate posizioni strategiche – lotta che potrà anche passare per la porta stretta della “democrazia interna”, etc., ma soltanto per conquistare i più ampi canali di circolazione, nel partito, del discorso di classe, della prospettiva rivoluzionaria, nazionale e internazionale. Non una frazione individuabile, organizzata formalmente – ma un lavoro, una certa azione, un certo intervento, un discorso alternativo “disteso” sulla struttura del partito, in grado di creare tutta una serie di punti di riferimento generali, a livello di base e di iniziative di classe. Soprattutto: un’azione che non si presenti mai subalterna alle scadenze e alle esigenze “ufficiali”, ma che abbia una propria continuità e una propria autonomia, che sia misurata tutta sulla crescita del movimento di classe, tutta e direttamente.

Questa crescita va centrata su due obiettivi, strategicamente connessi: rottura della “disponibilità” riformistica del partito attraverso un lavoro positivo di lotta e confronto politico al suo interno (lavoro pronto a “partecipare” al momento della “nuova sintesi” social-democratica) – unificazione strategica progressiva, sulla base delle prossime scadenze di lotta, con i movimenti di classe e il movimento studentesco; di un processo organizzativo rivoluzionario che può essere soltanto coinvolgendo in sé tutte le forze disponibili e attraverso la crisi di tutte le “istituzioni”date».

 

Non deve stupire quindi se il 7 dicembre 2002, troviamo una lunga intervista a Massimo Cacciari sul giornale di Marcello Dell’Utri, il Domenicale. È il naturale approdo di due personalità, con un percorso convergente, che hanno fatto dell’anticomunismo una ragione di vita.

È grazie al lavoro interno al Pci di Cacciari ed esterno, nei movimenti, di Negri, Piperno e soci per far perdere identità al proletariato, che inizia quel processo di omologazione revisionista tra destra e sinistra, tra fascismo e antifascismo per cui oggi troviamo intellettuali di destra come Franco Cardini, Marco Tarchi, Eduardo Zarelli e il “copista” Aldo Bonomi che circolano nei movimenti legati al Social forum, nei centri sociali e nelle varie formazioni di sinistra, nessuna esclusa, che ne escono così sempre più denaturate.

 

Un lavoro di lungo periodo quello di Massimo Cacciari, un lavoro disteso sulla struttura del Partito, fatto di piani paralleli, di un’azione contro il Pci dall’interno, che non è in contraddizione con quella esterna di Negri e Piperno, ma la presuppone. Lo scopo: mettere in crisi il Pci facendo saltare la politica di Berlinguer, del compromesso storico e dell’eurocomunismo, trasformando il Partito in una forza laburista.

La politica del compromesso storico prende corpo a partire dall’analisi fatta da Berlinguer, sulle ripercussioni internazionali e nel nostro Paese del golpe in Cile del 1973. Lo scopo del compromesso storico era di impedire che anche da noi si creassero le condizioni politiche per una svolta autoritaria.

Il Pci forte del suo radicamento e dei continui successi elettorali, che culminano con il conseguimento del 34,37 per cento alle elezioni politiche del 1976, grazie ad un’accorta politica di alleanze sociali, tese a frantumare il fronte capitalistico atlantico a casa nostra, è vicinissimo a realizzare il primo passo per un’alternativa di potere e non solo di governo.

Ma il fronte atlantico, preoccupato dall’avanzare del Pci, mette in campo una variegata serie di operazioni atte a bloccare questo processo. Per fermare Enrico Berlinguer non bastavano più le provocazioni esterne al Partito, occorreva urgentemente agire dall’interno.

È Giorgio Napolitano che fa da sponda politica dentro il Pci alle teorie dell’operaismo negriano che tanto si erano dimostrate utili in funzione anticomunista e antimovimenti.

Napolitano, il migliorista, il più deciso avversario dei comunisti legati a Enrico Berlinguer, che nella sua autobiografia Dal Pci al socialismo europeo (Editori Laterza, 2005), conferma l’esistenza di un’azione convergente tra l’area proveniente da Potere operaio e la sua in funzione antioperaia e quindi anticomunista [3]: «Nella seconda metà degli anni ’70, il problema che ci si poneva era quello della funzione che la classe operaia era chiamata ad assolvere dinanzi a una grave crisi dell’economia e dello Stato democratico. Dedicammo a quel problema – avendo io la responsabilità specifica del partito in quel campo – una serie di iniziative, dal convegno di Padova del novembre 1977 su Operaismo e centralità operaia (relatori Mario Tronti, Aris Accornero e Massimo Cacciari), all’iniziativa del febbraio 1978 a Milano su Crisi dell’impresa e partecipazione dei lavoratori, alla VII conferenza operaia nazionale del Pci, che si tenne a Napoli dal 3 al 5 marzo 1978».

Che cosa sostiene Napolitano a proposito del ruolo delle lotte dei lavoratori e della funzione anticapitalista della classe operaia? Che deve farsi carico della «crisi finanziaria e produttiva che ha investito una parte importante del sistema delle imprese» e afferma, per chi non aveva ben compreso «…di sostenere una linea di contenimento delle rivendicazioni e degli aumenti salariali, di spostare l’impegno e la mobilitazione verso altri obbiettivi, di rilancio e qualificazione degli investimenti, di crescita dell’occupazione nel Mezzogiorno, di sviluppo effettivo di una politica di programmazione, anche attraverso la partecipazione dei lavoratori al confronto sui programmi delle imprese».

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(Gianni Agnelli guarda Craxi-Napolitano stretta  di mano)

 

Il capo dei miglioristi dà un’impostazione diversa da quella della dirigenza berlingueriana, che metteva in discussione il potere dei capitalisti nelle fabbriche – come dimostrò anche con il sostegno alla lotta dei lavoratori della Fiat nel 1980 – con Napolitano l’accento passa dal controllo operaio per arrivare all’autogestione delle fabbriche, al «confronto sui programmi» chiacchiere corporative che non mettevano in discussione la proprietà dei mezzi di produzione. Ma erano un’azione per giungere alla decapitazione delle avanguardie della classe operaia, quindi della stessa base del suo partito, utilizzando lo spauracchio delle Brigate rosse, pur sapendo Napolitano che il ruolo di Potere operaio e di quei dirigenti a cui aveva dato spazio erano serviti ad alimentare il fenomeno terroristico di matrice borghese.

Gli incontri con la componente dell’operaismo negriano servivano a creare le condizioni per l’isolamento delle avanguardie di fabbrica con il resto della società, grazie alle tecniche della provocazione.

Il 17 febbraio 1977 (ricorrenza della morte sul rogo di Giordano Bruno) assistiamo alla violenta contestazione da parte dei gruppi legati alla cultura negriana, la cosiddetta area dell’Autonomia, del segretario della Cgil, Luciano Lama (migliorista) [4], all’Università di Roma.

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(Luciano Lama 17 febbraio 1977 scontri a Roma)

 

Una prova generale di una serie di provocazioni tese a destabilizzare i rapporti sociali, in cui la destra del Pci e questo gruppi culturalmente di destra si scontrano, ma agiscono all’interno di un medesimo disegno, utilizzati per interrompere il dialogo tra le varie parti sociali. Il risultato è stato l’estremizzazione di alcuni settori studenteschi e piccoli borghesi che sono poi confluiti nel terrorismo, che ha avuto il suo tragico epilogo nel rapimento Moro, iniziando a creare quella politica di ghettizzazione dei movimenti, sia operaio che studentesco, che hanno portato al successivo riflusso. L’inizio del declino dell’egemonia della classe operaia nel nostro Paese e l’inizio della chiusura degli spazi democratici e la messa in discussione della nostra Costituzione sociale e antifascista.

Una frattura utile al capitalismo nel suo complesso.

Ma ritorniamo a Negri e al 1966 in cui prepara il concorso che gli farà guadagnare nel 1967 una cattedra, quella di dottrina dello Stato. Vincere quel concorso fu facile: le complicazioni vennero in seguito. La delibera, con la quale il consiglio di facoltà dell’Università di Padova accettava il neodocente insediandolo alla cattedra, fu rinviata per “irregolarità formale” dal ministero della Pubblica Istruzione, di cui era responsabile il patavino Luigi Gui.

Una cosa è certa: quando alla seconda delibera Negri passa per un pelo, lo deve al voto determinante di un liberale, amico di Opocher, giunto apposta da Parigi dov’era in vacanza, e di un socialdemocratico, che divenne poi giudice costituzionale.

Il trentaquattrenne professore padovano ottiene l’ordinariato e, realizzando quello che aveva prefigurato, ha la possibilità materiale di dedicarsi alla politica.

Con l’immancabile Cacciari e con Asor Rosa, Negri vive la breve esperienza di Contropiano; poi con l’esplodere delle lotte operaie e studentesche “incontra” quel gruppo di studenti, tra cui Piperno e Scalzone con i quali farà nascere Potere operaio.

Toni Negri di questa organizzazione è il teorico e lo stratega. Il professore vuole un’organizzazione di tipo particolare, ma non comunista, come lui stesso dirà molti anni dopo in un articolo apparso su il Manifesto (20 maggio 1998, pag. 23) «una specie di massoneria mozartiana, questo era Potop».

Com’è preciso nella descrizione di Potere operaio, il nostro erudito di Padova, che acuto accostamento con la loggia massonica degli Illuminati di Baviera, una setta che faceva dell’omicidio politico selettivo e del terrorismo una virtù. Forse l’aspirazione di Toni Negri è quella di far sapere che più che professore è un Maestro?

Potere operaio serve come laboratorio a Toni Negri per creare le condizioni culturali e psicologiche in molti giovani per fare il salto di “qualità” necessario ed approdare a quel radicalismo borghese dove l’elemento terroristico è una variante prevista dell’agire, una versione aggiornata dell’arditismo dannunziano e del nichilismo. Il frutto di questo lavoro è la nascita di Autonomia operaia il movimento dei «militanti nella società», in una «società non più organizzabile» e dunque da distruggere.

In questo periodo Negri scrive molto: un saggio su Cartesio (Descartes politico o della ragionevole ideologia), poi Proletari e Stato, La forma Stato, ma soprattutto Il dominio e il sabotaggio, elaborato su misura per il movimento del ’77; è un pamphlet della rivolta, di cui vengono vendute più di ventimila copie, dove scrive: «Ogni azione di distruzione e di sabotaggio ridonda su di me come segno di colleganza di classe. Né l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendendo l’amata». E ancora, parlando dei suoi progetti e del ruolo che avrebbe voluto assegnare a sé e alla classe operaia: «Un animale vivo, feroce coi suoi nemici, selvaggio nella considerazione di sé, delle sue passioni, così ci piace prevedere la costituzione della dittatura comunista. L’ordine delle funzioni e dei contenuti non può che instaurarsi sulla vitalità della bestia proletaria…».

Questa concezione vitalistica degli operaisti, mutuata dal protofascista Gabriele D’Annunzio principe di Montenevoso e da Filippo Tommaso Marinetti, era stata la base culturale del diciannovismo e dello squadrismo fascista. Questa tecnica comunicativa eccita gli animi di giovani non formati e con poco senso critico, più abituati a usare in politica le viscere che la razionalità marxista, spingendoli a diventare inconsapevolmente strumenti dell’eversione anticomunista.

E Padova, città politicamente clerico-fascista, dove si eclissarono i servizi segreti della Repubblica sociale di Mussolini, diventa la capitale dell’Autonomia.

 

A questo punto possiamo cominciare a porci una domanda: per quale ragione tutti i mezzi di comunicazione di destra di centro e di “sinistra” continuano ad affermare che il professor Antonio Negri è il pensatore più a sinistra che il nostro Paese abbia prodotto? E guai a contraddirli. Anzi assistiamo ad una corsa tra i media nel sostenere sia Negri che tutto il suo codazzo.

Ma noi proletari seguaci del motto “la verità è rivoluzionaria” e che sappiamo distinguere tra un militante di sinistra e un personaggio sinistro, procediamo nel nostro lavoro e non ci curiamo di loro e diciamo che per comprendere meglio il tipo politico al quale appartiene Toni Negri bisogna riflettere anche sul periodo storico in cui s’innesta la sua azione.

Nel nostro Paese la lotta politica dal dopoguerra sino a pochi anni fa è stata caratterizzata dall’esplicita esclusione dei comunisti da parte dei partiti che hanno rappresentato i vari governi di centro e di centrosinistra. Ma questo non toglieva all’opposizione comunista la possibilità di crescere e di aumentare il suo radicamento nella società. Tant’è che il Pci continuava a estendere il suo consenso ad ogni tornata elettorale, sino a giungere a metà degli anni Settanta quasi a superare la Democrazia cristiana.

Il Pci ha saputo trasformare la protesta giovanile di quegli anni in proposta politica sino a rivendicare il governo del Paese.

Ma per realizzare questo obiettivo i comunisti dovevano frantumare il fronte avverso nel loro Paese e a livello mondiale. Il compromesso storico di Enrico Berlinguer e la politica estera dell’eurocomunismo avevano questo scopo: realizzare le condizioni internazionali per far uscire l’Europa e il nostro Paese dalla gabbia degli accordi di Yalta.

Questo non faceva certo piacere a chi governava, su mandato atlantico, questa parte importante del mondo. Forze economiche, politiche e religiose scesero in campo per impedire che tutto questo accadesse.

Difatti la Confindustria, in modo lungimirante, aveva investito da tempo parecchi soldi per scongiurare ogni spostamento a sinistra dell’asse politico di questo Paese. Il 26 luglio 1964, a Milano, l’allora presidente del “sindacato” degli imprenditori Furio Cicogna chiese agli associati una “contribuzione straordinaria” pari a 4.000 delle vecchie lire per ogni dipendente. Furono raccolti ben 32 miliardi dell’epoca, corrispondenti oggi a circa 100 milioni di euro (200 miliardi di vecchie lire).

Gli apparati eversivi non vivono d’aria e per realizzare i progetti hanno bisogno di strutture e mezzi importanti: radio, tv, case editrici, giornali, giornalisti, avvocati, abitazioni, mezzi per rapidi spostamenti, corruzione e armi, tutto questo richiede bilanci, non trasparenti ma di solida consistenza.

Le forze del capitalismo italiano si sono mosse sul terreno del doppio Stato, da una parte una legalità ufficiale e dall’altra una “legalità” sotterranea, che si nutriva di regole inconfessabili ma ferree, fatte valere da catene di comando diverse da quelle palesi: Massoneria, Gladio, servizi segreti, NATO.

Tutto è stato tentato ed utilizzato per impedire che i comunisti andassero a governare. In una prima fase fu utilizzato il terrorismo di marca fascista, che con lo stragismo servì per esasperare gli animi della popolazione e costruire i presupposti di un’eterodiretta risposta di “sinistra” a quel fenomeno.

Comincia la stagione del terrorismo “rosso” con i suoi omicidi selettivi, di cui l’omicidio dell’onorevole Aldo Moro e del professor Bachelet furono le manifestazioni più evidenti. Per giungere poi, esauritesi politicamente le prime due fasi, all’utilizzo della criminalità organizzata con le stragi di Milano, Firenze e Roma e l’uccisione dei magistrati più impegnati, come Falcone e Borsellino.

 

Uno dei massimi esponenti del doppio Stato fu sicuramente Edgardo Sogno che definiva Enrico Berlinguer un «pericolo gravissimo per la democrazia» e che con i suoi accoliti “finanziati da Fiat, Confindustria, ministero della Difesa e degli Esteri avevano assunto l’impegno di sparare contro i traditori pronti a fare il governo con i comunisti”. Chissà se Moro era stato avvisato di tutto questo?

L’obiettivo dichiarato da Edgardo Sogno era: «impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni» (da il Manifesto 9 dicembre 1990). A un personaggio di così alto spessore democratico sono stati dedicati anche una lapide commemorativa e i funerali di Stato.

L’intervento di Toni Negri nelle vicende del nostro Paese si inserisce proprio a cavallo tra il periodo del fenomeno eversivo di destra e il lavoro che gli apparati anticomunisti facevano per costruire quell’humus culturale a sinistra che sarebbe approdato al terrorismo di segno opposto.

Negri ha contribuito a costruire, assieme ai vari Sofri, Piperno, Scalzone le basi culturali e ideologiche per realizzare la seconda parte del programma descritto da Edgardo Sogno quello di sparare ai traditori che volevano dare ai comunisti la possibilità di governare e quindi trasformare, in senso reazionario, questo Paese.  

 

Cossiga e Sofri piccola.jpg 

(Francesco Cossiga abbraccia Adriano Sofri)

 

 

Sparare a coloro che, pur di appartenenza borghese, i padroni imperialisti ritenevano non affidabili rispetto ai loro piani scaricando nel contempo sulla sinistra la responsabilità di quelle morti. Un vero colpo da Maestri massoni.

E’ all’interno di questa strategia anticomunista che Toni Negri (***) poco prima e durante il periodo del rapimento Moro, compie diversi viaggi negli Stati Uniti. Particolarmente a New York e Washington dove, tra l’altro, ha tenuto un convegno con esponenti dell’autonomia italiana, francese, tedesca, belga, inglese, americana e di altri Paesi.

In quel periodo per un comunista conosciuto non c’era possibilità di metter piede sul suolo americano; tant’è che al parlamentare del Pci Pajetta negarono il visto d’ingresso. Ma per il professore padovano le visite negli Stati Uniti erano un fatto abituale. Quei viaggi potevano avvenire in quanto la borghesia americana era ben conscia che di quei soggiorni non aveva nulla di cui preoccuparsi. Infatti uno dei massimi organismi preposto allo studio e alla “soluzione” dei problemi dell’imperialismo americano la Fondazione Rockefeller, nota in tutto il mondo per il suo accanito anticomunismo, gli ha donato una borsa di studio, gli ha permesso d’insegnare, sicuramente non come costruire una società socialista e, tramite la stessa Fondazione, Negri ha allargato i suoi contatti “accademici”.

Chiunque di noi abbia letto saggi o storie di spionaggio o visto qualche buon film sulla materia sa che gli “strateghi” della CIA, FBI, CFR e Pentagono arrivano dalle università. Non stiamo parlando dei manovali dell’eversione ma delle menti raffinate come quelle di Edward Lutwak, Zbigniew Brzezinski o di Samuel P. Huntington.

Su tutto quel periodo yankee del professore padovano non ci sembra che si sia mai parlato molto e tantomeno indagato. Possiamo a questo punto affermare senza possibilità di essere smentiti che il professore patavino è stato pagato da una struttura anticomunista.

 

Ritornando nel nostro Paese e su quel periodo vediamo in cosa consisteva l’azione dei gruppi dirigenti di Potere operaio e di Lotta continua, organizzazione nata anch’essa da esponenti di Potop, in particolar modo dal ramo pisano: avevano forse l’intenzione di costruire una vera alternativa politica al Pci? No di certo, il loro compito era quello di costruire nelle nuove generazioni uno stato d’animo ipercritico a sinistra, si doveva costruire una cultura estrema.

Per arrivare a cosa? Al rifiuto della legalità sancita dalla nostra Costituzione, nata dalla lotta antifascista. Una Costituzione che doveva essere difesa e sviluppata, la legalità doveva essere materia di lotta politica, si doveva partire da quel livello di democrazia raggiunto per andare oltre, ma costoro hanno preferito scientemente fare una politica che introduceva in una parte delle generazioni di quel periodo lo stesso schema mentale della criminalità organizzata; difatti quelle organizzazioni, egemonizzate dalla cultura nichilista negriana, hanno ritenuto politicamente corretto organizzare rapine in banca, sequestri di persone e pestaggi di dissenzienti. Facendo passare, nell’opinione pubblica, con l’ausilio dei mezzi di comunicazione padronali, che i comunisti sono degli irresponsabili, violenti, privi di etica e di moralità. E sono proprio le parole di Negri a rivelare le sue intenzioni, nello scritto Il Dominio e il sabotaggio che abbiamo in parte già analizzato in precedenza, dove afferma: «Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna…» e conclude il paragrafo sentendo il bisogno di chiarire (come se ce ne fosse bisogno) che occorre insistere sul fatto che «…la connessione autovalorizzazione-sabotaggio, ed il suo reciproco, non ci  permette di aver nulla a che fare con il socialismo con la sua tradizione, tanto più con il riformismo e l’eurocomunismo. Scherzando sarebbe proprio il caso di dire che siamo un’altra razza».

 

Toni Negri, nello scritto Tesi sulla crisi del 1° febbraio 1974, al capitolo Il terrorismo delle multinazionali e la forma dello stato nei paesi sviluppati sostiene che: «il compromesso storico dei comunisti italiani si colloca interamente nella prospettiva del terrorismo socialdemocratico» e propone come strumento di lotta al «sistema di comando dello Stato delle multinazionali» e alla «compartecipazione terroristica della socialdemocrazia» la «Multinazionale Operaia Armata» [5].

Tovare differenze con le tesi delle BR sullo Stato imperialista delle multinazionali (SIM) è davvero impresa ardua.

Con queste elaborazioni e con le prassi conseguenti si sono prodotte profonde lacerazioni all’interno del proletariato e il suo isolamento come classe; è stata disarticolata la sua egemonia sugli strati intermedi della società, costruendo così il presupposto per quella disaffezione per la politica che ha caratterizzato gli anni successivi e che è stato il vantaggio di cui ha goduto la borghesia nella fase di ristrutturazione capitalistica guidata da Craxi negli anni Ottanta e oggi da Berlusconi.

Le posizioni di Toni Negri ricordano quelle del principe russo Bakunin, fratello massone di Mazzini e Garibaldi. L’accostamento con il massone anarchico non è casuale, anche Marx dovette combattere nell’Internazionale le antiproletarie politiche nichiliste sia degli anarchici che dei vari raggruppamenti carbonari e repubblicani, dediti alla cospirazione settaria e al terrorismo.

Per i comunisti la lotta politica contro queste posizioni, radical-borghesi, sembrava vinta una volta per tutte in particolare dopo la rivoluzione dell’Ottobre e, invece, si ripresenta su scala planetaria grazie ai disastri provocati dalle politiche dei Paesi dell’Est e dalla globalizzazione capitalistica che tende a polverizzare le spinte al cambiamento. Questo limite dell’oggi lo può superare solo una classe che ha come la borghesia una dimensione internazionale, il proletariato; ma la classe deve riacquistare piena coscienza di sé e del suo compito storico.

 

Tornando quindi alla descrizione della storia e dell’azione politica di Toni Negri essa si muove su due profili che, coordinatamente considerati, conducono al rifiuto del carattere proletario e di massa del movimento che li esprime. Da un lato sono l’attuazione della volontà politica di una minoranza che mira ad imporsi alla maggioranza e alle sue leggi, non cercando mai il consenso con le masse proletarie basato sul confronto democratico, che fu elemento sempre presente nelle rivoluzioni popolari classiche – sovietica e cinese – e non può mai mancare in ogni autentica rivoluzione socialista.

Dall’altro ha selezionato all’interno dei movimenti, con logiche verticistiche mutuate dalla Massoneria, soggetti chiaramente di estrazione borghese che sono diventati i quadri di Potere Operaio.

I due profili, abbinati con quella cultura e quella pratica dell’illegalità già illustrate, si fondono con una critica esasperata tutta al negativo e solo distruttiva, che ottiene come risultato l’aumento della frantumazione politica dei proletari. Queste pratiche sono oggettivamente riconducibili a logiche reazionarie già viste nella storia del movimento proletario italiano e internazionale.

È tipico della reazione in senso proprio, che fu da noi storicamente vissuta con l’esperienza del fascismo, che una élite sospinga il processo rivoluzionario e si accosti al potere e se ne impadronisca senza aver stabilito alcun vincolo organico con le masse popolari ma tutt’al più creando con esse, come fece il fascismo, un rapporto fittizio e demagogico, fondato sul contatto diretto fra il Duce e il popolo.

Ed è ancora proprio della reazione far leva sugli stati d’animo delle masse, eccitandone le energie irrazionali, allo scopo di non far apparire il proprio dominio su di esse.

Infine è tipico della reazione catalizzare la spinta rivoluzionaria delle classi subalterne in particolari momenti di crisi, come dopo il primo conflitto mondiale, spezzando o frenando lo slancio vitale del proletariato. Questo processo crea impoverimento ed emarginazione delle classi medie e determina il terreno favorevole al prodursi dei fenomeni violenti e reazionari.

Il fascismo storico non fu solo né sarà l’ultimo dei fascismi possibili e la sua consunzione non esclude il sorgere di un nuovo fascismo, nuovo nella dottrina, quindi diverso nelle forme organizzative, vedi l’espandersi del leghismo.

 

Per inquadrare meglio certe strategie anticomuniste e i personaggi che si mossero in quel periodo, in particolar modo il nostro professore di Padova, è illuminante l’articolo apparso sulla rivista OP (Osservatorio Politico), di Mino Pecorelli, del 16 settembre 1975 (Pecorelli verrà ucciso il 20 marzo 1979): «Sarà presto girato dai giovani cineasti del Centro sperimentale di Roma un film interamente dedicato alla vita dell’economista J.M. Keynes». I lettori più attenti riconobbero nel Centro sperimentale il Centro di controspionaggio dei servizi segreti, detto anche Cs. Con il prendere a pretesto la vita dell’economista John Maynard Keynes, il cui pensiero mescolava tendenze conservatrici e socialiste, Pecorelli indicava chi erano i soggetti politici della storia. L’articolo proseguiva rivelando che il film avrebbe avuto dei protagonisti eccezionali, in cui «non ci saranno attori professionisti» (non ci saranno cioè professionisti dei servizi segreti). «S’è piuttosto preferito prendere a prestito dal mondo dell’imprenditorialità, della cultura e della politica, dove tuttavia s’è ritenuto esistere una larga disponibilità di personale, fotogenico e spontaneamente portato alla nuova recitazione. Protagonisti di questo film saranno infatti il prof. Antonio Negri, titolare della cattedra di Scienze politiche all’università di Padova, e il sindacalista “autonomo” don Vito Scalia, profondo conoscitore del mondo dei bisogni operai». Scalia era un sindacalista della Cisl notoriamente finanziato dalla CIA.

Pecorelli proseguiva sottolineando ironicamente l’infelicità della scelta dell’accoppiata Negri/Scalia: «Qualche maligno, venuto a conoscenza del passato “rivoluzionario” del prof. Negri, ha messo in dubbio la realizzazione della pellicola, giungendo a suggerire al regista di non girare mai scene dove i due personaggi siano chiamati a recitare insieme. Viceversa, l’ufficio stampa della produzione ha tenuto a precisare che tra i due attori corrono ottimi rapporti. D’altronde sia Scalia che Negri – è stato detto – erano da tempo perfettamente a conoscenza delle esigenze del copione ed hanno accettato fin nelle sfumature i dettagli della sceneggiatura». Il messaggio è esplicito; la “parte” di Negri è stata scritta dai servizi segreti, questa è la ragione per cui la parola “rivoluzionario” è tra virgolette.

A conferma di quanto detto sopra c’è un rapporto di polizia datato 6 marzo 1979 in cui si riferisce la possibile esistenza di un legame tra Negri e la scuola di lingue francese Hyperion, già da tempo sospettata di essere un centro di coordinamento delle azioni terroristiche italiane ed europee. Secondo questo rapporto le indagini che erano in corso non si conclusero a causa di un articolo apparso sulla prima pagina del Corriere della Sera del 24 aprile 1979, che rivelava l’esistenza dell’inchiesta, inducendo le autorità francesi a smettere ogni collaborazione. I francesi prendono a pretesto la provocazione attuata da una soffiata di un ufficiale del Sisde, diretto dal piduista Guido Grassini – e del quotidiano milanese – controllato dalla loggia Propaganda 2 (P2) e diretto dal massone Franco Di Bella – distruggendo tutte le intercettazioni telefoniche raccolte e facendo cadere un velo sulle attività dell’Hyperion.

Questa “scuola di lingue”, situata in quai de la Tournelle 27 a Parigi, ha referenze di alta classe dalla potentissima fondazione “Georges Pompidou”, Afdas (Fonds d’assurance formation des activés du spectacle), Asfored (Centre de formation hétieres de l’edition), Agefos Pmi (Association pour la gestion du fonds d’assurance formation de salariés de petites e moyennes industries), Fafsa (Fonds d’assurance formation du personnel salarié des cabinets d’avocats), Chambre syndacale constructeurs d’automobiles, Societé moderne d’entreprise, Ceficem (Centre national d’études et de formation des industries de carriéres et materiaux de construction), IBM EUROPA, FIAT, TOTAL, EDF-GDF, Jedipa-Sodishuil, BANCA SUDAMERIS FRANCE, Compagnia Italiana del Turismo. Tutte queste referenze, del Ghota dei sindacati padronali francesi e di multinazionali operanti in Europa, sono inserite in un elegante depliant pubblicitario che reclamizza gli scopi della scuola.

L’Hyperion ha aperto una succursale a Roma nel quartiere Prati per un breve periodo dal marzo al maggio 1978. Per pura coincidenza nello stesso periodo del rapimento di Aldo Moro. Certo che la vita è ben strana.

Ma le coincidenze con questi personaggi non finiscono mai. La versione colombiana della Banca Sudameris, che incontriamo anche in Francia, tra gli sponsor dell’Hyperion, la troviamo anche nella storia di Martino Siciliano, il fascista che ha rivelato il ruolo di esecutore di Delfo Zorzi nella strage di Piazza Fontana. Una banca sicura, scelta dal fascista Zorzi, molto probabilmente perché garantiva il totale silenzio sugli eventuali passaggi di soldi tra lui e Siciliano per fare ritrattare il testimone che lo accusava della strage del 12 dicembre del 1969 a Milano.

Interessante è anche la scelta, da parte dei fondatori, del nome di questa “scuola di lingue”, derivato dal mito greco di Iperione uno dei Titani. Ma i Titani sono una figura tanto cara al teorico della rivoluzione conservatrice e uno dei massimi pensatori nichilisti Ernst Jünger, l’uomo che criticò da destra Adolf Hitler e che nel suo scritto Al muro del tempo, definiva i Titani «forze distruttive che portano gli uomini a guerre fratricide».

La scuola Hyperion è stata fondata nel 1976 da Corrado Simioni, Vanni Mulinaris e Duccio Berio, tre dei padri del terrorismo di “sinistra” in Italia. Provenivano tutti dal CPM (Collettivo Politico Metropolitano) di Milano. Questa mini organizzazione fu l’antesignana delle Brigate Rosse.

Renato Curcio, uno dei padri fondatori delle BR, proveniva anch’egli dal CPM.

Simioni, Mulinaris e Berio fondarono il Superclan, abbreviazione di Superclandestini. Il Superclan era anche conosciuto come la Ditta o le Zie Rosse. Le attività principali degli attivisti della Ditta consistevano principalmente nell’infiltrazione dei gruppi dell’ultrasinistra per gestirli e nell’organizzare rapine a mano armata. La ditta è anche uno dei nomi comunemente usati per indicare la CIA. Una curiosa coincidenza.

Nello stesso periodo definivano Ditta la loro organizzazione anche gli uomini coinvolti nel golpe di Junio Valerio Borghese e nella Rosa dei venti.

In due lettere spedire a Dario Zagolin, Giancarlo De Marchi parlando di Ditta «allude chiaramente all’organizzazione eversiva». Per una coincidenza De Marchi è legato da «strettissimi rapporti con Carlo Fumagalli e partecipava al progetto di creare una situazione di tensione in Valtellina ed in Liguria come premessa di una guerra civile». Tutto questo si trova nella sentenza istruttoria del giudice Fiore e nell’allegato N del rapporto consegnato dal generale Gianadelio Maletti al ministro della Difesa dell’epoca Giulio Andreotti. Citato nella requisitoria della Procura di Bologna sulla strage del 2 agosto 1980.

Ma vediamo un po’ più da vicino questi personaggi.

Corrado Simioni nasce a Venezia nel 1934 e muore ben protetto a Truinas in Francia nel 2008. Da giovane aveva iniziato a militare nel PSI con Bettino Craxi a cui era molto legato, in quel partito era conosciuto per il suo viscerale anticomunismo. In seguito venne espulso con accuse generiche di “condotta immorale”. Si occupò di attività culturali promosse dall’United States Information Service (Usis). Si trasferì per un paio d’anni a Monaco, dicendo che stava studiando teologia, ma secondo altri lavorava per Europa libera, una radio legata alla CIA, che trasmetteva nei Paesi dell’Est.

Simioni ha militato in Falce e martello, uno dei gruppi nati prima della contestazione studentesca del Sessantotto, poi è diventato marxista-leninista. In seguito sarà tra i fondatori del CPM poi di Sinistra proletaria.

Nell’autunno del 1969, Simioni, partecipa al convegno di Chiavari, organizzato dal CPM sotto l’ala protettrice della Curia, il dibattito si svolge presso la sala Marchesani e i convegnisti alloggeranno nell’albergo “Stella Maris”, l’uno e l’altra di proprietà della Curia. Tra i convegnisti saranno presenti giovani operai e studenti tra cui Franco Troiano di Gioventù Studentesca l’organizzazione giovanile che poi darà vita a Comunione e Liberazione.

Ancora una volta laici e religiosi lavorano insieme accomunati dall’avversione per il Pci.

Altra coincidenza significativa, tutta interna alle logiche dell’agire politico di questi mondi dell’eversione sono i nomi dei luoghi e i simboli scelti: il nome Stella Maris corrisponde a quello di Astarte divinità tanto cara al mondo massonico e gnostico di cui troviamo un’interessante analisi nel libro di Michael Baigent e Richard Leigh Il tempio e la loggia da pagina 134 a 142, Newton & Compton Editori di cui riportiamo una parte: «I templi di Tiro furono eretti in onore della dea madre dei Fenici, Astarte (che sottoposta a un cambio di sesso forzoso dai primi Padri della Chiesa, entrò nella tradizione cristiana come il demonio maschile Ashtaroth). Nell’antica Tiro, Astarte era nota con i soprannomi “Regina del Cielo” e “Stella del Mare” o “Stella Maris”».

Uno dei principali seguaci di questa divinità fu il figlio di Davide, Salomone, colui che incaricò Hiram Abif di Tiro della costruzione del Tempio a Gerusalemme; Hiram è il protagonista della leggenda messa a fondamento delle liturgie massoniche.

 

Simioni era sempre ben fornito di soldi, girava con auto mai al di sotto, come prestigio, di una Maserati. Ma alla domanda fattagli dalla polizia francese e riportata in un rapporto di polizia di Roma del 1° gennaio 1980, se percepiva soldi dall’Hyperion per il suo lavoro di consulente culturale, lui rispose che non riceveva alcun compenso.

Ma come faceva a mantenere se stesso e la sua famiglia e a pagare l’affitto di due appartamenti la cui spesa ammontava, nel 1979, a 5.400 franchi al mese?

Anche gli altri membri dell’Hyperion sostenevano di non percepire retribuzioni per il lavoro svolto. Da dove arrivano allora i capitali per vivere e per gestire la scuola? A soccorrere l’istituto ha provveduto con una fidejussione di 20 milioni di vecchie lire, presso una banca di Parigi, l’imprenditore Cesare Rancilio; siamo negli anni Settanta la cifra è ragguardevole, oggi corrisponderebbe a oltre 100 mila euro. Ed ecco qui un’altra coincidenza: l’apertura di credito è avvenuta subito dopo il sequestro del fratello dell’imprenditore, l’architetto Augusto Rancilio, organizzato dalla ‘ndrangheta calabrese.

Un altro fatto interessante per comprendere chi fosse Simioni è quello relativo ad una villa di campagna dove risiedeva in Francia, letteralmente circondata da guardie armate.

Ma i rapporti di Corrado Simioni con personaggi di sicura fede atlantica e molto addentro ad attività anticomuniste, non si fermano solo ai soggetti precedentemente descritti. Un ruolo nella nascita di Hyperion sarebbe stato svolto anche da padre Felix Andrew Morlion il domenicano belga, fondatore della Pro Deo e della rete spionistica al servizio del Vaticano e degli americani, che abbiamo visto precedentemente nel passaggio ripreso dal già citato libro di Roberto Fabiani I massoni in Italia.

Morlion alla fine degli anni Sessanta aveva attivato i contatti con ambienti dell’Aginter press di Lisbona di Yves Guerin Serac, esperto di operazioni coperte. Le tracce di tutte queste attività portano a Berna dove si trova Robert Leroy, principale collaboratore di Serac, che insieme con i responsabili delle strutture atlantiche di tutta Europa e con la collaborazione dell’ambasciatore cinese in Svizzera, seguiva la nascita del terrorismo “rosso”, in particolare dei gruppi maoisti. Corrado Simioni compare a Berna proprio in quel periodo tra il 1968 e il 1969. A Berna Simioni otteneva, dai suoi contatti, soldi per realizzare gli obiettivi prefissati.


 

[1] Unione nazionale universitaria rappresentativa italiana

[2] pagg. 188-189

[3] pagg. 145-147

[4] Oltre Luciano Lama i principali miglioristi sono stati: Mario Alicata, Giorgio Amendola, Sandro Bondi, Paolo Bufalini. Giorgio Borghini, Gianni Cervetti, Gerardo Chiaromonte, Napoleone Colajanni, Guido Fanti, Massimo Ferlini, Lodovico Festa, Nilde Iotti, Emanuele Macaluso, Giorgio Napolitano, Edoardo Perna, Giovanni Pellegrino, Giovanni Pellicani, Michelamgelo Russo, Antonello Trombadori, Lanfranco Turci.

[5]  Vedi tesi 9 op.cit.

 

*** vedi link

http://iskra.myblog.it/2012/07/27/dimmi-che-simbolo-fai-e-ti-diro-chi-sei/

da: http://www.iskrae.eu/?p=1171

Biografia di Toni Negri (prima parte) Potere Operaio, Superclan – Uomini, culture, tecniche dell’eversione imperialistaultima modifica: 2010-08-23T00:05:00+02:00da iskra2010
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2 pensieri su “Biografia di Toni Negri (prima parte) Potere Operaio, Superclan – Uomini, culture, tecniche dell’eversione imperialista

  1. Eh sì, abbiamo proprio un grande bisogno di un soggetto politico capace di catalizzare le forze come tu auspichi. Ma la (gloriosa) scintilla che ti guida che cosa ti suggerisce in proposito: chi può costruire un simile soggetto?Grazie del passaggio e del commento sul mio blog e un saluto da Angela

  2. Cara AngelaTu puoi costruire il soggetto politico del cambiamento, il Partito Comunista, ovviamente insieme ad altre persone, che però debbono riconoscersi in bisogni materiali e spirituali comuni, quindi riconoscersi come classe sociale. Una classe che ha una caratteristica particolare: ha bisogno della più alta forma di democrazia per esprimersi: il Comunismo. Da non confondere con il capitalismo di stato degli ex Paesi del Patto di Varsavia.Le Donne e gli uomini vogliono cambiaree le cose esistenti hanno bisogno di uno strumento per agire collettivamente ma contemporaneamente come se fosssero un corpo unico: il Partito Comunista.Provo a descriverti come dovrebbe funzionare un Partito Comunista partendo dalle esperienze storiche e da un mio scritto sulle disfuzioni del partito in cui oggi milito che è il Partito della Rifondazione comunista:Cari compagniLa situazione politica del nostro partito è caratterizzata da un’evidente sfasatura tra analisi, costruzione di programmi e risultati politici, ed è sotto gli occhi di tutti l’enorme difficoltà in cui ci troviamo:incapacità di direzione pratico-politica delle lotteframmentazione in correntileaderismo piccolo-borgheseinamovibilità dei gruppi dirigenti nonostante gli errori palesi di linea e conseguente burocratizzazione degli stessiscarsa vigilanza ideologica e politica sui militanti a tutti i livelli del partitomancanza di democrazia internaQuesti sono gli aspetti che maggiormente si palesano agli occhi dei compagni più attenti.Ma questa situazione non è il frutto avvelenato del caso ma il portato della mancata analisi di un pezzo importante della nostra storia che possiamo circoscrivere nella seconda metà degli anni ’70 sino a giungere alla nascita del nostro partito.Un partito che ha una caratteristica fondamentale. Non pratica il centralismo democratico.Può un partito che si definisce comunista non praticare il centralismo democratico?Ma questa mancanza di democrazia interna evidenzia un altro aspetto molto grave. Il corpo del partito non conosce come è strutturata la classe al potere nei sistemi capitalistici. E se non si conosce come è strutturata la classe a noi avversa vuol dire che non siamo in grado di conoscere chi sono i nostri possibili alleati.Quindi non capiamo bene il ruolo delle formazioni sociali e politiche che di volta in volta ci troviamo a fronteggiare nella battaglia politica.Quindi le proposte che noi facciamo di federazione della sinistra, di alleanze col Pd nelle varie realtà istituzionali, vengono prese di volta in volta alla cieca dai compagni di base.La borghesia attua nelle sue formazioni politiche di riferimento una forma di centralismo dall’alto o centralismo burocratico a lei utile per perpetuare quel controllo di classe fondamentale per poter governare i suoi partiti e la macchina statale. Il metodo del centralismo burocratico è l’esatta trasposizione nella società del centralismo massonico di loggia, luogo occulto, deputato da parte del capitalismo, alla sperimentazione e all’elaborazione del modello sociale a lui più funzionale.Quindi i proletari, classe maggioritaria, a differenza dei capitalisti hanno un estremo bisogno di una democrazia non formale ma sostanziale che si estrinseca prima all’interno del partito con il centralismo democratico e conseguentemente dilaga come modello concretamente democratico nella società e nelle istituzioni dello Stato rovesciandone il vertice del comando a favore del proletariato.Quindi quando si ha un partito comunista che esprime una reale democrazia al proprio interno va da sé che tenderà a farla esprimere anche in tutto il corpo della società, rendendola sempre più egualitaria.Ed oggi è proprio l’egualitarismo che viene messo in discussione nella nostra società.E questo attacco all’egualitarismo è stato portato anche all’interno delle formazioni che si rifanno, almeno a parole, al comunismo.Infatti guardiamo con attenzione con quanta cura tutti gli attuali dirigenti si guardano bene dal parlare di questo problema.Ed è dirimente, per chi vuole costruire una formazione comunista, l’obbligo di definirsi rispetto ad un concetto di democrazia contenuto anche in un metodo.Il centralismo democratico è quel metodo che distingue il Partito comunista da tutte le formazioni borghesi.Il non praticare il centralismo democratico determina i guai sopraccitati.Ma evidenzia un altro problema che le scelte avvengono come conseguenza di logiche e interessi di altra natura, che non corrispondono alle esigenza di lotta che la realtà sociale manifesta e che vorremmo rappresentare. Si crea un corto circuito con la società reale e la nostra conseguente emarginazione.Emarginazione che allarga lo stato di degenerazione populista nelle classi subalterne e il conseguente degrado etico-morale dell’intera società.Per queste ragioni il Circolo “A. Tognetti” ha deciso di aprire un dibattito nel partito e nella società, con una serie di iniziative: seminari, cineforum, incontri con autori di libri e con varie realtà sociali, con lo scopo di isolare i virus culturali del capitale che hanno inquinato il nostro modo di concepire i compiti e il ruolo di un Partito comunista e ricreare le condizioni per permettere ai proletari, nostra classe di riferimento e alle altre classi subalterne, la pratica della democrazia e della decisione partecipata, con lo scopo preciso di definire correttamente il percorso per la creazione del Partito comunista nel nostro Paese come massima espressione della democrazia politica e prefigurazione dell’unica speranza possibile, quella della società degli eguali, la società comunista.

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