Ottobre rosso a Roma

 

fiom+logo.jpgfoto MOWA

di Andrea Montella

Il 16 ottobre, alla grandiosa manifestazione di Roma, si poteva toccare con mano cos’è l’unità di classe ed il concreto bisogno di andare oltre il capitalismo.

Attorno agli operai della Fiom c’era tutto il mondo del lavoro, nelle sue variegate espressioni sociali: c’erano i precari, gli studenti, gli insegnanti, i ricercatori, i pensionati, i poliziotti, gli immigrati e tutti insieme, come dev’essere sempre, contestavano la politica dei sacrifici e dei tagli alla spesa sociale fatta da questo governo e appoggiata da sindacati corporativi come Cisl e Uil e da un’inesistente opposizione. Infatti il Partito democratico ufficialmente non c’era alla manifestazione.

Davanti a questa unità sociale, a tanta generosità di classe, a tanta voglia di cambiamento non riuscivamo, come compagni del Tognetti presenti alla manifestazione, a capire per quale maledizione gli attuali dirigenti non vogliono costruire anche l’unità politica del proletariato: il Partito Comunista.

Questo popolo che faceva del colore rosso della bandiera del lavoro e la manifestazione ne era stracolma, soprattutto quelle di Rifondazione – alla faccia di chi ci vuole togliere dalla scena politica – il simbolo più avanzato di questo bisogno. Quelle bandiere rosse, non tricolori, che sventolavano sembravano gridare a squarciagola: Comunismo. Quelle bandiere e chi le sorreggevano stavano ad indicare la strada da percorrere per una vera unità.

Si deve lavorare, studiare, senza se e senza ma, per far nascere il Partito Comunista e il suo programma che è scritto nella Costituzione antifascista del 1948. Una Costituzione che dobbiamo riprenderci e far applicare. Partendo dalla lotta per il proporzionale puro.

Oggi i proletari sono stati estromessi, dal Parlamento, la classe maggioritaria, quella che produce la ricchezza di questo Paese, ma anche di tutti i Paesi del mondo, non ha rappresentanza politica nel Parlamento italiano.

La classe che più di tutte ha lottato contro il fascismo, per dare un sistema democratico e una Costituzione sociale, è estromessa dalle decisioni politiche.

Oggi la classe borghese, quella che appoggiò il fascismo, nelle sue varie gradazioni la fa da padrona nel Parlamento. Fa leggi e guerre su misura per i propri bisogni. Berlusconi è oggi l’espressione politica che meglio rappresenta questi interessi capitalistici.

Ed è per questo che nessun partito filo-capitalista, di centrosinistra o di centrodestra lo fa cadere. L’unica cosa che fanno i loro politici è costruire delle sceneggiate, ad uso e consumo dei media padronali e come navigati attori recitare la parte: del finto dissidente interno alla coalizione, della finta opposizione, che però non muove le forze sociali anzi le frena e le divide, vedi le manovre dei vari Bonanni, Angeletti e anche il moderatismo di Epifani all’interno della CGIL.

C’era nell’aria la voglia di dire basta e l’hanno fatto capire. Ma a tutti era chiaro che la Fiom da sola non ce la poteva fare a reggere un simile scontro, occorre allargare la lotta e mandare un segnale di cambiamento ancora più forte, serve lo sciopero generale contro il governo e contro le manovre della Confindustria e di Marchionne. Ma solo una risposta sindacale alle politiche reazionarie di questo governo, espressione locale di un capitalismo putrescente, non basta più.

La distanza ormai è abissale, tra i bisogni delle classi sociali sfruttate e precarizzate e i capitalisti sostenuti dai loro governi, questo sta accadendo in tutta Europa, dalla Francia alla Grecia, alla Spagna, all’Irlanda, alla Gran Bretagna.

Da queste lotte appare chiaro anche un altro bisogno: non servono ai proletari partiti infarciti da culture leederistiche. Non ci servono partiti con capi costruiti da sistemi mediatici parafascisti, alla Berlusconi o alla Vendola.

I proletari hanno bisogno non di “capi” eterodiretti ma di democrazia vera palpabile. Hanno bisogno quindi di far avanzare quella Rivoluzione democratica contenuta nell’analisi di Gramsci e praticata sino alla sua “prematura” morte da Enrico Berlinguer che fa del controllo proletario dei cicli della produzione e della trasformazione sociale un’unica politica, che metta gli interessi della maggioranza al primo posto e non quelli di ristretti gruppi oligarchici.

Per questo abbiamo bisogno di riaprire la questione comunista in Italia e nel mondo. Roma ha detto che è ben misera cosa la federazione della sinistra rispetto a quella volontà di lotta e di cambiamento. Per non tradire per l’ennesima volta quelle speranze bisogna lavorare per riprenderci la storia e le lotte del Partito Comunista Italiano. Ecco perchè occorre rafforzare il Partito della Rifondazione Comunista, il nostro Circolo e fare il nostro congresso prima di tutto.

Chi va oltre lavora per la reazione.

Ottobre rosso a Romaultima modifica: 2010-10-26T01:00:00+02:00da iskra2010
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