Lobby Usa

 

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http://iskra.myblog.it/archive/2010/11/30/think-tanks.html

di Andrea Montella *

 

È K street la via dove hanno sede la maggioranza dei 34.750 lobbisti accreditati a Washington: al vertice di un triangolo che unisce sulla carta, e non solo, la Casa Bianca e il Campidoglio, dove ha sede il Congresso degli Stati Uniti.

Il settore della “vendita dell’influenza sulla politica” non sente la crisi: lavorare in una grande lobbying firm, per un giovane rampante con buona cultura, vuol dire portare a casa uno stipendio da 300mila dollari l’anno.

Briciole, comunque, rispetto alle cifre spese per il lobbying, che sono passate da 1,44 miliardi di dollari – nel 1998 – a 2,22 miliardi di dollari nel 2005.

Un flusso vorticoso di denaro che negli anni Novanta le imprese usavano soprattutto per fermare leggi che avrebbero potuto limitarne i profitti, mentre ora serve per indirizzare il processo decisionale delle istituzioni verso defiscalizzazioni, deregolamentazioni e altre attività pro-business, risorse spostate dal pubblico al privato a tutto discapito della qualità dei servizi.

Un esempio? Take Mayer con lo studio Brown, Rowe & Maw LLP e il “pioniere”, cioè sottoscrittore di Bush, John Schmitz sono lobbisti che rappresentano diversi clienti tra cui la Lockheed Martin, la Camera di Commercio Usa e una compagnia specializzata nell’informatizzazione delle prescrizioni mediche, la RxHub.

Questa società ha pagato 1,3 milioni di dollari ai lobbisti associati che, nel giro di due anni sono riusciti ad arrivare alla firma di una legge fatta apposta per il loro cliente, il Medicare Prescription Drug Bill, che prevede ricette elettroniche. Ma non solo: nel corso del 2003, durante un meeting dell’AMA (American Medical Association) il presidente Bush ha annunciato di voler aumentare del 53 per cento il fondo statale destinato agli ospedali per l’aggiornamento tecnologico.

Il tutto alla luce del sole, perché l’attività di lobbying non solo è regolamentata con limiti ridicoli, ha l’obbligo di pubblicare i bilanci, i lobbisti si devono registrare, ma ormai il lobbismo è la politica statunitense, tanto che alcune lobby rappresentano l’ala destra o l’ala sinistra dei partiti: la potente lobby fondamentalista Christian Coalition, per esempio, costituisce un influente gruppo di pressione all’interno del Partito Repubblicano, mentre l’American Civil Liberties Union è la corrente più liberal del Partito Democratico.

 

Il serpente e la mela

Forse il primo lobbista della storia è stato il serpente di Adamo ed Eva, come osserva qualcuno, ma negli Stati Uniti si fa coincidere l’origine del lobbismo con la prima legge doganale, del 1789, quando in Francia scoppiava la Rivoluzione; il nome invece sembra l’abbia inventato il presidente Grant alla fine dell’800, quando soggiornava in un albergo perché un incendio aveva distrutto la Casa Bianca e si diceva infastidito dalle persone che lo aspettavano nella lobby (corridoio) per esporgli i propri interessi.

Attualmente si stima che siano circa centomila i gruppi e le associazioni, diversissimi tra loro, che entrano a far parte del processo politico e che reagiscono inferociti ogni volta che viene ventilata una stretta alle normative e rivendicano il diritto di fare lobbying sancito dal I emendamento della Costituzione, che riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi e di presentare petizioni al governo.

Lanciano grida allarmate di attacco alla Costituzione anche adesso che si è scoperto, dopo l’arresto e la confessione di Jack Abramoff, un lobbista finanziatore di Bush, quanta corruzione ci sia dietro al lobbismo.

The Center for Public Integrity, un sito di giornalismo investigativo, pubblica un interminabile l’elenco di lobbisti che, dopo aver effettuato campagne di lobbying verso la pubblica amministrazione, sono passati a lavorare per Bush o hanno assunto incarichi federali.

Al primo posto tra chi ha speso di più nel 2005 per fare lobbying c’è il settore finanziario, assicurativo, immobiliare con più di 328 milioni di dollari; poi la sanità privata con 305 milioni; solo al quinto posto le compagnie energetiche e delle risorse naturali con più di 190 milioni, forse perché direttamente rappresentate ai vertici dell’amministrazione pubblica.

La frammentazione del sistema politico americano con il federalismo, la divisione dei poteri e l’assenza di organizzazioni centralizzate di partito, fanno sì che le lobby siano le uniche a non bloccarsi tra le maglie dell’elefantiaca burocrazia statunitense, divisa tra livello locale, federale e statale.

Visto che i partiti sono strutture deboli, che si aggregano momentaneamente per raggiungere il consenso, negli Stati Uniti la decisione politica coinvolge anche i gruppi di interesse, con lo stesso processo che da poco si è avviato anche in Italia.

 

La PAC-crazia

Tra le lobby storiche c’è l’AMA, che nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale è riuscita ad impedire che venisse istituita qualsiasi forma di assistenza pubblica. Grazie alla sua forza economica, con l’appoggio del Partito Repubblicano e di altre lobby di industriali e di assicurazioni private, l’AMA ha condotto campagne per convincere la maggioranza degli americani che l’assistenza sanitaria pubblica avrebbe portato al socialismo, come in Europa.

Oltre alle lobby che rappresentano interessi di categorie particolari, ci sono i PAC (Political Action Committee) circa 5000 gruppi, organizzati su singoli temi o pacchetti di temi, che contribuiscono con denaro alle campagne politiche. Esistono norme che limitano le somme di denaro che i PAC possono versare direttamente ai candidati, ma i PAC possono spendere senza limiti per sostenere un determinato punto di vista o per sollecitare l’elezione di un politico che, una volta eletto, sostenga le loro rivendicazioni economiche. Tra i 5000 PAC alcuni rappresentano federazioni di lavoratori, ma la maggioranza sono PAC degli affari, del commercio e delle associazioni professionali.

Altri gruppi sono quelli che si battono per interessi diffusi: l’avvocato Ralph Nader nel 1966 ha condotto una battaglia solitaria contro la General Motors costringendola a ritirare dal mercato un’auto difettosa; successivamente ha fortemente sviluppato la rete dei Public Interest Research Group, rete che raggruppa esperti legali, ma anche attivisti; il più presente di questi gruppi è il Common Cause, controllato dalla Trilateral, formato da 200mila iscritti paganti, che si propongono di riformare le strutture governative federali e statali e di tenere sotto pressione i membri del Congresso.

In tutte queste operazioni di lobbying vengono impiegate quote di denaro enormi, prodotte dai lavoratori americani, di cui non hanno nessun ritorno né economico, né in termini di qualità della vita. Un sistema che si perpetua perché dalla debolezza dei partiti si fanno più forti le classi sociali più ricche e alla maggioranza della popolazione non rimangono neanche le risorse per organizzarsi diversamente.

Un serpente che si mangia la coda, forse il serpente della mela.

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Lobbying from below

Civil Liberty

Mick Ryan

208 pagine – $30.95 – Barnes & Noble

UCL Press, Limited (Marzo, 1997)

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Peddling Influence

Thomas G. Corcoran and the Birth of Modern Lobbying

David McKean

376 pagine – €14.64 – IBS

Steerforth Press (Febbraio, 2005)

 

TABELLE

Fonte: Center for Responsive Politics

 

I settori che hanno speso di più nel 2005

Finance, Insurance & Real Estate $328,151,096

Health $305,014,224

Misc Business $266,451,699

Communications/Electronics $264,532,206

Energy & Natural Resources $190,879,854

Other $177,311,187

Transportation $166,385,002

Ideological/Single-Issue $121,272,817

Agribusiness $90,431,201

Defense $69,339,816

Construction $34,062,722

Labor $30,323,298

Lawyers & Lobbyists $25,095,638

 

Le top Lobbying firm nel 2005

Nome fatturato

Patton Boggs LLP $36,130,000

Cassidy & Associates $26,650,000

Dutko Group $19,351,750

Van Scoyoc Associates $18,530,000

Barbour, Griffith & Rogers $18,350,000

Williams & Jensen $18,040,000

DLA Piper Rudnick et al $16,480,000

Quinn, Gillespie & Assoc $16,100,000

Federalist Group $14,752,000

Akin, Gump et al $14,360,000

PodestaMattoon $14,180,000

;MsoNormal”>Holland & Knight $12,990,000

eral+Policy+Group&year=2005″>Clark Consulting Federal Policy Group $11,360,000

Hogan & Hartson $11,290,000

Preston, Gates et al $11,020,000

Carmen Group $10,290,000

Alcalde & Fay $9,880,000

Livingston Group $9,712,000

Wexler & Walker Public Policy Assoc $9,400,000

Washington Council Ernst & Young $9,345,500

 

 

Le Top Lobbyng Firm: totale fatturati 1998-2005

Cassidy & Associates $211,180,000

Patton Boggs LLP $197,182,000

Akin, Gump et al $149,245,000

Van Scoyoc Associates $121,680,000

Williams & Jensen $101,754,000

Barbour, Griffith & Rogers $93,280,000

Verner, Liipfert et al $88,595,000

Greenberg Traurig LLP $86,978,249

Dutko Group $85,405,983

Hogan & Hartson $77,993,907

Washington Council Ernst & Young $73,995,500

PodestaMattoon $72,785,000

Preston, Gates et al $69,180,000

Quinn, Gillespie & Assoc $68,653,500

PMA Group $60,950,000

Timmons & Co $57,904,000

Clark & Weinstock $56,645,000

Alcalde & Fay $54,850,660

Holland & Knight $52,799,544

Carmen Group $50,980,000

 

 

Chi ha speso di più per il lobbying nel 2005

US Chamber of Commerce $38,910,000

AARP $27,830,000

American Hospital Assn $22,745,186

General Electric $22,000,000

American Medical Assn $19,380,000

AT&T Inc $17,638,442

US Telecom Assn $16,780,000

Pharmaceutical Rsrch & Mfrs of America $16,517,781

Altria Group $13,685,000

Northrop Grumman $13,660,000

Southern Co $13,260,000

Freddie Mac $12,560,000

National Assn of Realtors $11,940,000

Verizon Communications $11,766,110

Fannie Mae $10,080,000

Boeing Co $9,240,000

Blue Cross/Blue Shield $8,827,090

American International Group $8,796,000

Chevron Corp $8,750,000

Microsoft Corp $8,700,000l

 

Chi ha speso di più per il lobbying nel periodo 1998-2005

US Chamber of Commerce $243,564,680

American Medical Association $136,415,500

Pharmaceutical Rsrch & Mfrs of America $133,096,515

American Hospital Assn $117,776,891

General Electric $116,130,000

Edison Electric Institute $89,142,628

Business Roundtable $84,600,000

National Assn of Realtors $80,750,000

Northrop Grumman $78,952,509

Philip Morris $75,500,000

Blue Cross/Blue Shield $74,880,855

AARP $73,700,000

Freddie Mac $73,020,000

Lockheed Martin $70,229,965

Boeing Co $68,738,310

SBC Communications $67,953,327

Verizon Communications $62,946,522

General Motors $62,333,483

Fannie Mae $60,797,000

American Farm Bureau Federation $58,072,669

 

 

La via dei lobbisti fa anche spettacolo

K-Street, la serie televisiva in 10 puntate ideata da George Cloney con il regista Steven Soderbergh è arrivata in Italia, dal 14 agosto, sul canale Cult. Sono storie molto realistiche ambientate nel mondo dei lobbisti e girate con una coppia di veri professionisti del lobbying, marito e moglie, lui democratico e lei repubblicana.

L’episodio pilota è incentrato sul dibattito che si accende nella società di lobbisti sulla decisione di accettare o meno un cliente come Ahmad Chalabi.

Molti politici di professione, compresa Hilary Clinton, compaiono in questa serie che ha anticipato lo scandalo Abramoff che ha colpito i repubblicani.

 

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Tratto da: Valori n°43 ottobre 2006

 

Lobby Usaultima modifica: 2010-12-08T01:00:00+01:00da iskra2010
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