Lobby Bruxelles

 

IMG_3301+ logo white.jpg

 

prima di leggere quest’articolo è importante riallacciarsi a quello precedente:

http://iskra.myblog.it/archive/2010/11/30/lobby-usa.html

 

di Paola Baiocchi *

 

Bruxelles e Washington sono le due centrali mondiali del lobbismo, anche se, a detta di un lobbista statunitense, Bruxelles appare come un “deserto (di regole) molto affollato, dove tutto è possibile”.

L’importanza del lobbying nella città belga va molto al di là del pur ricco bottino di 824 miliardi di euro che compongono il bilancio dell’Unione Europea, destinato per il 90 per cento al cofinanziamento e ai programmi e progetti comunitari. L’importanza strategica di Bruxelles sta nella possibilità di influenzare la formazione delle decisioni europee, che poi si traducono in quasi l’80 per cento delle legislazioni approvate a livello nazionale, regionale e locale, con un evidente impatto sulla vita sociale e sul Pil di ciascun Paese.

Anche la mancanza di una Costituzione in Europa favorisce le lobby, al contrario di quello che succede in Italia, dove le lobby hanno cominciato a strutturarsi solo ora che da varie parti la nostra Costituzione viene attaccata.

Di questo si sono accorti sia i Paesi membri che le multinazionali: si calcola che gravitino intorno alle istituzioni comunitarie 2600 gruppi di interesse, con un proprio ufficio permanente, per un totale di circa 55mila persone. Calcolando che i funzionari comunitari sono più o meno 30mila, ci sono quasi due lobbisti ogni funzionario.

La terza camera

Una grande comunità chiamata anche la “terza camera” di cui fanno parte, a Strasburgo ma soprattutto a Bruxelles, uffici di rappresentanza di industrie, di governi nazionali e regionali, di enti locali, un’infinità di società commerciali di pubbliche relazioni, studi legali, rappresentanze di università, di Ong, di associazioni della società civile, di tutela dei consumatori.

Secondo l’Osservatorio Europeo delle Imprese (Ceo, un think tank con sede ad Amsterdam) il 70 per cento di questi lobbisti rappresentano la grande industria, il 20 per cento le Ong, compresi i sindacati, i gruppi ambientalisti e dei consumatori e solo il 10 per cento si fa portatore degli interessi delle regioni, delle città e delle istituzioni internazionali.

Un gigantesco calderone che si valuta compia azioni di lobbying per 90 milioni di euro l’anno. Si valuta, perché per il momento la Ue ha solo un “Libro verde di iniziativa sulla trasparenza”, preparato nel maggio di quest’anno, con delle proposte di discussione su come regolare i rapporti con le lobby, che al momento non hanno nessun obbligo di dichiarare finanziamenti o scopi.

Verdi intenti

Il Libro verde definisce lobbying “tutte le attività che hanno l’obiettivo di influenzare la formulazione politica, nel processo di decisione delle istituzioni europee. Lobbisti sono coloro che svolgono questa attività all’interno di strutture come studi di consulenza, think tank, studi legali, Ong, associazioni imprenditoriali o in uffici di rappresentanza di corporazioni”. Nel Libro verde viene riconosciuto un ruolo di peso ai lobbisti perché “possono far arrivare alla Comunità europea importanti questioni” e descrive il processo decisionale come aperto a tutti, anche se forse per qualcuno è più aperto che per altri.

Le mani sull’Europa

Il rapporto “Le lobby d’Italia a Bruxelles-2006” del Cipi (Centro Italiano Prospettiva Internazionale, un istituto di lobbying) vede nella diffusione delle lobby una conseguenza della diminuzione della centralità degli Stati, che si presentano in istituzioni disaggregate e, per quello che riguarda le lobby italiane, in ordine apparentemente sparso e caotico. Insomma l’unione fa la forza che porta ad essere ascoltati o meglio “recepiti”.

Il rapporto del Cipi dichiara, per esempio, che “le posizioni adottate da AmCham Eu Committee, il Comitato europeo della Camera di commercio americana, in ragione del suo peso economico, sono sicuramente le più ascoltate e le più considerate dai suoi interlocutori”. AmCham (www.eucommittee.be) raccoglie circa 150 membri, colossi americani o multinazionali che rappresentano interessi americani in tutti i campi, dall’alimentare al finanziario, del calibro di Coca Cola, Google, Abbott, Glaxo, Sygenta, Monsanto, Time Warner, IBM, Lockheed Martin, Manpower, Philip Morris, British American Tobacco e Morgan Stanley, solo per citarne alcuni.

Oltre che nelle rappresentanze collettive, le grandi imprese si fanno sentire con i gruppi di pressione: per esempio le quattro principali società del biotech – Sygenta, Monsanto, Bayer, Pioneer (Dupont) – fanno parte dell’ESA (Associazione Europea delle Sementi) e dell’Associazione europea della bio-industria, che auspicano normative europee più morbide sull’etichettatura dei prodotti Ogm e sulla “convivenza” tra coltivazioni tradizionali e geneticamente modificate.

Anche gli europei hanno capito che non si può fare lobbying restando a casa propria, ma che bisogna essere a Bruxelles: l’Unione delle Industrie dei Paesi della Comunità europea (Unice) è la confederazione padronale europea che spinge sulla liberalizzazione del mercato e che ha già ottenuto dei risultati con l’Agenda di Lisbona, il cui obiettivo è fare della competitivà un elemento centrale della Ue e con la direttiva Bolkestein, al momento approvata in forma mediata.

Ci sono poi i think tank delle imprese, come il TechCentralStation (www.teachcentralstation.be) finanziato anche da Microsoft, Exxon e McDonald, che collabora con il gruppo cristiano democratico del Parlamento europeo. C’è il Centro per la New Europa (CNE) nato nel 1993, che non dichiara i suoi finanziatori sul suo sito www.cne.org ma esorta la Ue ad abbattere le sue barriere commerciali e nelle sue convention, chiamate Capitalism Ball, ospita lo svedese Johan Norberg autore di In difesa del capitalismo globale.

Altri think tank industriali comprendono Friend of Europe (Amici dell’Europa), il Forum dell’Europa e la New Defence Agenda (NDA); l’NDA è stato fondato nel 2003 dai fabbricanti di armi Lockheed Martin e BAE System per promuovere le spese militari europee, che rappresentano un mercato da sviluppare, visto per il momento l’Ue spende solo il 3 per cento del Pil contro il 6 per cento degli Stati Uniti.

L’Unice all’iniziativa di trasparenza della Ue ha risposto che una maggiore regolamentazione è un’assurdità e che basta l’autoregolamentazione attraverso codici di condotta volontari.

Ora staremo a vedere come se ne parlerà sui media, visto che Bruxelles è anche la capitale mondiale dell’informazione, con i suoi mille giornalisti provenienti dai 25 Paesi membri e da molti altri Paesi del mondo, compresi Cina e Giappone perché anche dall’Est si comincia a considerare fondamentale l’attività di lobbying sulla Comunità europea.

 

Tratto da: Valori n°43 ottobre 2006

 

Lobby Bruxellesultima modifica: 2010-12-10T01:13:00+01:00da iskra2010
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento