Quel buco nel caso Rostagno Non s’indagò sui massoni

Come si può notare anche dietro l’omicidio Rostagno c’è la presenza della fratellanza massonica… 
Ovviamente quando c’è di mezzo la Massoneria l’inchiesta prende strade tortuose e spesso finisce in polverosi archivi
Chissà se il massone Bisignani della vicenda Rostagno non sa nulla? Siccome i massoni molto spesso praticano una particolare affiliazione segreta, detta all’orecchio del gran maestro, magari al suo apparato uditivo, che è sicuramente capiente, è rimasta attaccata qualche notizia?
Saluti comunisti
Andrea Montella

Corriere della Sera

13 giugno 2011
Pagina 19

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Mafia Dopo De Mauro, un altro processo su un giornalista assassinato
Quel buco nel caso Rostagno 
Non s’indagò sui massoni
Richiamati in aula i carabinieri che «dimenticarono» le denunce Il processo Per la morte di Rostagno due gli imputati mafiosi: Vito Mazzara e il mandante Vincenzo Virga I ritardi Rostagno è stato ucciso nel 1988: il processo per questo delitto è stato istruito 23 anni dopo

di Bianconi Giovanni
PALERMO – Stavolta la chiave d’ accesso non sono stati i pentiti, ma una perizia balistica. Sullo sfondo c’ è sempre la mafia: non i vertici palermitani ma quella di Trapani, ugualmente forte e pervasiva. C’ è il lungo tempo trascorso dai fatti: non quarantun’ anni, ma ventitrè; sempre troppi. E ci sono le negligenze, la smagliature, le approssimazioni delle prime indagini, con il sospetto che nascondessero veri e propri depistaggi, nell’uno e nell’altro caso.     
Incassata la sconfitta dell’assoluzione in primo grado nel processo per l’ uccisione di Mauro De Mauro, vittima della «lupara bianca» nel lontano 1970, la Procura di Palermo si trova ad affrontare un altro giudizio difficile per la morte di un altro giornalista scomodo: Mauro Rostagno, assassinato la sera del 26 settembre 1988. Il dibattimento è cominciato quattro mesi fa, e lì come nell’ indagine parallela che prosegue, si cerca di fare luce sul movente dell’omicidio e sui motivi di un’ impunità durata quasi un quarto di secolo. Così il processo a carico di due imputati di mafia, il presunto killer Vito Mazzara e il presunto mandante Vincenzo Virga, sta diventando anche un processo alla vecchia inchiesta, che aveva battuto tante piste alternative a quella di Cosa nostra senza trovare sbocchi. Forse anche per via dei silenzi di ieri, che continuano oggi.     
Mercoledì torneranno a deporre due carabinieri che all’epoca si occuparono del delitto; chiamati a spiegare perché, nel 1988 come nel 2011, hanno taciuto particolari che potevano essere importanti, dimenticati in qualche cassetto. I pubblici ministeri Antonio Ingroia, Gaetano Paci e Francesco Del Bene vogliono capire come mai fu ignorata, all’ epoca, la testimonianza di Mauro Rostagno sui rapporti tra mafia e massoneria (la cosiddetta Loggia Scontrino di Trapani) e come mai non ne hanno fatto cenno nelle loro deposizioni del marzo scorso, se non di sfuggita, quando non potevano più tacere.    Quasi per caso, alla fine del controesame del maresciallo Beniamino Cannas che da brigadiere svolse le prime indagini sull’ omicidio Rostagno, la Procura di Palermo è venuta a sapere che il 25 febbraio 1988, sette mesi prima dell’agguato, lo stesso Cannas aveva raccolto le dichiarazioni di Mauro Rostagno sui retroscena di alcune sue denunce alla televisione locale che dirigeva, Rtc, relative proprio al Circolo Scontrino: una presunta loggia segreta finita sotto inchiesta, con nomi importanti della città raggiunti da rumorose comunicazioni giudiziarie. Ai carabinieri Rostagno svelò alcune sue fonti, e relazionò su ciò che aveva scoperto parlando con Natale Torregrossa, il numero due della Loggia, di lì a poco arrestato e poi scarcerato per ordine della Cassazione.    
«In un incontro esplorativo da parte mia – aveva raccontato fra l’ altro Rostagno – il Torregrossa, alla presenza di altre quattro persone di cui adesso non ricordo i nomi che dirò appena nelle condizioni di poterlo fare, ma uno di questi era il dentista che lavorava nella comunità Saman (il centro terapeutico antidroga fondato da Rostagno, ndr) mi disse di un suo viaggio con il Grimaudo (il Gran Maestro del gruppo massonico, ndr) a Roma, dove si recarono nell’ ambasciata bulgara, e di un altro viaggio fatto, sempre di concerto con il Grimaudo, in Toscana ove incontrò Licio Gelli più altri, un cardinale, avente per oggetto l’ acquisto di un casale in quel di Toscana, che non si formalizzò».    
Di Gelli il giornalista riferì di aver saputo che aveva partecipato a «due cene sociali avvenute nel 1982, presso le abitazioni di Agate Mariano in Mazara del Vallo, e l’ altra in Campobello di Mazara; preciso che non ricordo se in casa di Agate Mariano, ma ricordo che i punti di riferimento erano le case Agate e L’ Ala». Mariano Agate e Natale L’ Ala erano i boss mafiosi di Mazara, entrambi frequentatori della Loggia Scontrino, il primo tuttora in carcere e il secondo assassinato nel 1990. Nello stesso verbale Rostagno si soffermò su altri influenti personaggi trapanesi e su Francesco Canino, assessore regionale democristiano agli Enti locali inquisito per appartenenza alla Loggia segreta, spiegando che due persone «mi riferivano che era stato fratello massone per circa dieci giorni prima della sua iniziale candidatura, e dopo non si faceva più vedere richiedendo di venire messo in sonno».    
Informazioni tutte da verificare, ovviamente, e senza un diretto collegamento col possibile movente del delitto. Ma certo è curioso che ad appena sette mesi da quella deposizione, di fronte al cadavere di Rostagno, allo stesso carabiniere Cannas e ai suoi superiori non sia venuto in mente di approfondire anche le relazioni tra mafia e massoneria di cui il giornalista s’ era interessato. Né se ne trova traccia nei successivi rapporti ai giudici. I carabinieri preferirono concentrarsi sulle «irregolarità» all’interno della comunità, poi sui tossicodipendenti allontanati da Saman, tralasciando l’ ipotesi mafiosa: «Non avevamo niente – ha ricordato l’ ufficiale in pensione Nazzareno Montante, all’epoca superiore di Cannas -. Sì, sulla stampa era scritto che il Rostagno faceva trasmissione contro la mafia però… Questa televisione era soltanto a livello locale, anche i locali vedevano molto poco. Quindi ritenevamo che non potesse essere una causa».     
L’emittente dalla quale parlava il giornalista assassinato, insomma, non era così importante; eppure l’ interrogatorio del 25 febbraio ‘ 88 si apre con lui che dice: «In merito ai chiarimenti che mi chiedete relativamente alla redazione da me prodotta tre giorno orsono sugli schermi di Rtc…». Se i carabinieri lo convocarono per domandare spiegazioni, significa che qualcuno ascoltava le trasmissioni di Rostagno. Ma dopo l’ omicidio nessuno ci ha piu pensato. Al pubblico ministero che gli ha fatto notare come nel rapporto sull’omicidio la pista di Cosa nostra fu «sbeffeggiata», l’ ex carabiniere ha precisato: «Non tanto sbeffeggiata, ma non presa in seria considerazione… Non avevamo elementi».     
Dopo ventitrè anni, grazie soprattutto a una perizia balistica, due mafiosi sono alla sbarra e nuove indagini sono in corso. L’ accusa, davanti alla corte d’ assise e nell’inchiesta parallela, tenta di capire perché s’ è perso tanto tempo. 

Quel buco nel caso Rostagno Non s’indagò sui massoniultima modifica: 2011-06-23T01:40:00+02:00da iskra2010
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