Sergio Cesaratto Lord Keynes il nazismo

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Alla Festa di Liberazione di Marina di Pisa il 1 luglio 2011 sconcertante e maleducato atteggiamento avuto dal professore Sergio Cesaratto, ordinario presso l’Università di Siena, nei confronti del compagno Domenico Moro, autore di: Nuovo compendio del Capitale – Universitas Edizioni dell’Orso e precedentemente de Il Militare e la Repubblica – edito da Laboratorio Politico, ci piace confutare la tesi del Cesaratto, professore molto ordinario, secondo il quale Keynes e le sue teorie nulla avevano a che vedere col nazismo. Io, Andrea Montella, plebeo,  dotato di buona memoria, ero convinto del contrario.

Per capire meglio il ruolo di Keynes e delle sue teorie riporto il preziosissimo contributo di un altro plebeo come me, Angelo Ruggeri, autore del libro Leghe e leghismo – L’ideologia, la politica, l’economia dei “forti” e l’antitesi federalista al potere dal basso – Durito edizioni – 2010

Concludendo, il professor Sergio Cesaratto, mi ricordava quel gallo che  pensava che il Sole sorgesse per ascoltarlo cantare.

Saluti comunisti

 

Dalla prefazione del  Lord inglese M. Keynes  all’edizione tedesca della sua “Teoria generale”. La data è 7 settembre 1936: in pieno nazismo

“…In Germania sono sempre esistite scuole importanti di economisti che hanno fortemente contestato l’adeguatezza della teoria classica nell’analisi degli eventi contemporanei. La scuola di Manchester e il marxismo derivano entrambi in ultima analisi dal Ricardo, conclusione soltanto a prima vista sorprendente. Ma in Germania è sempre esistita una larga sezione di opinione che non aderiva né all’una né all’altra. Tuttavia, non si potrebbe sostenere che tale scuola di pensiero abbia costruito un edificio teorico rivale, né che abbia anche soltanto tentato di costruirlo……Per questi motivi, posso forse attendermi minore resistenza dai lettori tedeschi che da quelli inglesi, nell’offrire una teoria complessiva dell’occupazione e della produzione, che si distacca per importanti aspetti dalla tradizione classica…..Dopo tutto, l’amore della teoria è tipicamente tedesco……Vale certamente la pena che io faccia questo tentativo. E sarò soddisfatto se potrò dare un piccolo contributo agli economisti tedeschi, affinchè essi costruiscano una teoria completa, atta ad esaudire condizioni specificamente tedesche……la teoria complessiva della produzione, che il libro seguente si propone di offrire, si adatta assai più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, di quanto lo sia la teoria della produzione e della distribuzione di un volume dato di produzione, ottenuta in condizioni di libera concorrenza di prevalente laissez faire.”

New Deal e “ideologia americana” dei gruppi di pressione settoriali (brani tratti dal libro “Leghe e leghismo….)

“…Tale coniugazione di individualismo economico e conformismo culturale “ha trovato la sua espressione politica nel movimento progressista e più tardi nel New Deal” e nell’assistenzialistico “stato sociale” europeo che, fondati sulla nuova teoria keynesiana dell’equilibrio capitalistico, fondamentalmente basata sui consumi come la vecchia teoria, si sono gradatamente insinuati in tutte le pieghe della società, accompagnando anziché contrastando il consumismo.

Con tutto questo “i nuovi metodi di controllo sociale uniti all’ascesa di movimenti progressisti hanno egregiamente stabilizzato il capitalismo ma senza risolvere uno dei suoi problemi fondamentali, come il divario tra benessere e miseria, il fallimento del potere d’acquisto nel mantenere il ritmo della produttività e dei consumi, la stagnazione economica”(1), la disoccupazione, ecc. Questo ha impedito che le tensioni sociali assumessero una connotazione politica, ma non ha rimosso le cause, lasciando aperto un varco per la perdita di senso e alla critica liberista anche da parte dei movimenti social-reazionari di tipo populista-popolare.

“l’ ambrosiana “cultura d’impresa da combattimento” della Lega e Lord Keynes” 

“…Perché la cultura da cui prende le mosse il leghismo è appunto, la cultura della libertà di proprietà e libertà di egoismo. E’ la cultura della grande impresa che assume forme di esaltazione quando viene fatto risalire ad un “Nord produttivo e operoso”, capace di farsi da sé e di fare da sé, “senza troppe teorie”, “senza troppe parole” e “senza pensarci su due volte”. Una cultura che fa coincidere l’ interesse personale e l’ interesse comune, ma identificandoli economicisticamente con l’impresa e nell’ambito di una comunità delimitata dai confini tracciati dal livello economico dei suoi abitanti. E’ una cultura tutta economia, anzi denaro, e niente politica e stato.

Non è nemmeno un caso che tale cultura abbia per capitale quella “Milano che è da sempre contro la politica. Alla statualità contrappone la dimensione e il significato del municipio. Ed è alla luce di questo sfondo antipolitico e antistatutale all’insegna del muncipalismo che si spiega anche la continua tentazione di Berlusconi per il gesto e la parola irrituale, per le scorciatoie più disinvolte, come accade anche a Bossi(2).

Insomma è quella che si definisce una “cultura aziendale”, ma “una cultura aziendale che è di combattimento” (3), rispetto a cui la Lega, mutatis mutandis, si configura come un suo “fascio di combattimento” degli anni 80, dopo quello fondato nel ’19 in Piazza S. Sepolcro. Una formazione di “imprenditori della politica” che si dispone a battaglia nelle forme adeguata alla bisogna dei tempi, per difendere i propri interessi materiali, non difendendosi ma attaccando per diffondere nella società la sua ideologia aziendale e le sue concezioni economiche, per trasporle nelle istituzioni dello stato “grande nemico”, fino a piegarle e ad adattarle ad immagine e somiglianza della propria concezione corporativa degli interessi.

La Lega può dunque essere vista come una trincea avanzata di una “cultura di combattimento”, che però ha per retrovia tutta la borghesia ambrosiana imprenditoriale (e commerciale), compresa anche un’alta borghesia lombardo-ambrosiana affatto colta, pronta ad “alzare le mani” e a “farlo da sé”, per difendere ciò che è convinta di essersi “fatta da sola”. Una cultura che è patrimonio comune della grande, media e piccola borghesia milanese, come di quella lombarda delle maggiori città di provincia e delle loro periferie urbane, in cui la diversità è data solo dalla differenza tra forme più o meno acculturate con cui si esprimono valori e concezioni che talvolta – soprattutto nelle città e aree di provincia e in una parte di essa (e degli strati popolari e operai) – si traducono anche in forme linguaggio greve e anche volgare, che però esprimono l’ideologia dominante nelle forme di senso comune. Una comunanza che porta a far sì che, di fronte a leader della Lega grezzotti, spacconi e rozzi – che chiunque sa essere antropologicamente assai diffusi e comuni nel varesotto e nei suoi bar – si inchinano industriali, banchieri, giornalisti e anche “teste fini” che, come dimostra e spiega il sindaco di Varese, Fassa, “sopportano”, anzi considerano persino liberatorio essere apostrofati da un “ma va a cagare” di Bossi. Perché al di là delle apparenze, come ci ha spiegato tante volte la semiologia di fronte al successo di personaggi televisivi mediocri, sentono che non c’è nessun scarto di cultura.

Insomma una borghesia tutta interesse materiale economico, che non ha di certo il tradizionale distacco alto-borghese che, ad esempio, esprimeva un Lord Keynes anche nei confronti della permanente emergenza degli interessi economici sugli altri valori, che nel ’31, in piena “grande crisi”, gli faceva esprimere il convincimento che era opportuno che il problema economico lasciasse spazio “alle idee” e agli altri “problemi reali”, perché l’economia non deve essere lo scopo e il destino degli uomini.

Certo anche Lord Keynes era un uomo della borghesia, che si preoccupava di fare superare al capitalismo, con lo “stato sociale”, “l’improvvisa caduta…dell’efficienza marginale del capitale” che determina la crisi economica (4); che esprimeva disprezzo per chi come Marx “esalta il rozzo proletario al di sopra della borghesia e dell’intellighenzia, le quali – diceva – per quanti siano i loro difetti, sono l’essenza della vita…e di ogni progresso umano”(5); che dichiarava persino di voler dare un contributo agli economisti tedeschi degli anni del nazismo, ricordando loro che la sua Teoria keinesiana “si adatta assai più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario” che non alle “condizioni di libera concorrenza di prevalente laissez faire”(6). Però, anche se affermava che per quanto “Io posso essere influenzato da ciò che mi sembra giusto e sensato, la lotta di classe mi troverà sempre dalla parte della borghesia”, aggiungeva almeno, però, “di una borghesia colta”(7).

l’ “ideologia ambrosiana”

Nonostante che Keynes stesso sostenesse che la sua teoria era “modernamente conservatrice nelle sue implicazioni” e indicasse la “socializzazione dell’investimento” come uno strumento, non solo per affrontare la disoccupazione, ma per evitare la “socializzazione della produzione” che rifiutava decisamente, egli non poteva però “godere” di tutte le implicazioni di una “cultura di combattimento”, storicamente determinata, che affonda le proprie radici nel vecchio mito ambrosiano della borghesia lombarda, che celava ed esprimeva la rinunzia di questa borghesia ad assolvere una funzione dirigente nazionale che assicurasse lo sviluppo complessivo del Paese attraverso la soluzione dei suoi problemi storici, primo fra tutti quello del Mezzogiorno e dell’occupazione (8). Una borghesia e imprenditoria lombarda, tendenzialmente portata alla chiusura in se stessi, paghi della propria cosiddetta “modernità europeizzante” e da sempre disposti a lasciar affondare il Mezzogiorno in una arretratezza che, pensavano, si risolvesse in loro tornaconto.

Tale cultura che si colloca all’interno dell’orizzonte ideologico del tardo settecento, all’epoca dell’Italia moderna e dei grandi sovrani d’Austria, già nel Manzoni denotava un tratto fondamentale della mentalità borghese ambrosiana : la diffidenza verso la politica, macchiatasi di troppe colpe, sia negli “eccessi” del rivoluzionarismo giacobino, sia nelle perfidie della Santa Alleanza, a cui si è sempre contrapposta la fiducia nelle leggi oggettive della scienza economica liberista (9).

Una cultura propria di una aristocrazia, che si pose nei confronti della rivoluzione francese in una posizione più che critica e attendista, di rifiuto, perché “dacché si volle un governo tutto conforme a metafisici principi, si abbandonò l’esperienza per seguire la teoria: si cessò dal governare gli uomini col sentimento, per governarli con le opinioni” (10), che il Melzi ritiene essere solo delle teorie mal comprese e male applicate dalle fazioni, cioè dai “partiti”. Il che è significativo di una costante della mentalità lombarda, che ritroveremo in un futuro lontano: l’opposizione teoria-pratica e la svalutazione della teoria (11). Una posizione ben nota e ben conosciuta anche internazionalmente se da Londra, in una lettera della fine del secolo scorso, Friedrich Engels poteva rivolgersi al Labriola per invitarlo a non pretendere troppo da Turati dicendondogli in dialetto : “l’è un milanes”.

In tema di “opinione” il Verri la pensava diversamente, ma la faceva coincidere con il consenso necessario all’azione del governo che oggi, all’epoca di Bossi, chiameremmo “partecipazione paternalistica”. Ma trattasi sempre di una cultura che porta a vedere, come in Beccaria e Longo, la felicità-pubblica come una dinamica tra l’ egoismo e l’ interesse particolare, che sono “una forza simile alla gravità che spinge al nostro benessere” e la mediazione operata da leggi, non solo giuste ma chiare, con l’interesse della generalità dei cittadini, a sottolineare il disprezzo per la tradizione romanistica e il diritto comune, a proposito del quale il Verri, parlando del Codice di Giustiniano diceva: “un ammasso di leggi” e di Giustiniano “un imbecille principe greco”.

Così si capisce la fiducia lombarda, sempre chiusa nel proprio regionalismo, nell’ideologia del pragmatismo e del concretismo, che giunge a maturità col Cattaneo dopo aver attraversato l’età di Maria Teresa, Giuseppe II e Napoleone, dal dispotismo illuminato e le sue riforme fino alla Restaurazione, in nome di cui ci si accomodò alla pratica collaborazionista con il dispotismo di Casa d’Austria, pur di mantenere il proprio controllo e la propria influenza sul potere e ottenere “risultati pratici” (12).

Dal momento che si trattava di agire sulle cose collaborando e non scontrandosi con l’assolutismo di Vienna, i rampolli di quella aristocrazia “che fu argutamente chiamata borghese”, che aveva sposato la causa di una borghesia – che esisteva più come spirito che sostanzialmente – che era in grado di realizzare le proprie aspirazioni economiche, politiche, morali, poterono realizzare una collaborazione attiva e fruttifera con il potere sulla base di una impostazione comune: il distacco dalla politica, sostituita da una azione ideologica, amministrativa e morale sulla economia, sulla società, sui costumi e sulle leggi”(13)

Quel pragmatismo aziendalista e filantropico, secondo cui “La filosofia che era stata legislatrice nei giureconsulti romani… sedeva amministratrice di finanze e d’annona e d’aziende comunali” (14), di cui il Cattaneo è il punto di arrivo, non ha avuto però praticamente storia, non essendo riuscito a trasformarsi da regionale in nazionale.

il “manchesterismo” lombardo

Con lo sviluppo industriale della Lombardia ad opera di imprenditori allo stato brado che si “facevano da sé”….” (A. Ruggeri, Leghe leghismo-L’ideologia, la politica, l’economia dei “forti” e l’antitesi federalista alla democrazia e al potere dal basso”, Ed. Il Lavoratore; e riedizione Durito Editore).

Note a piè di pagina

(1) Marx, Carteggio del 1843 sulla questione ebraica, Annali tedeschi.

(2) Galli Della Loggia, idem.

(3) Piero Bassetti, idem

(4) Maynard Keines, Teoria Generale, Nota sul ciclo economico. ripreso da L’economia della crisi” e lo stato sociale, di Lucio Villari in Stato e capitalismo negli anni trenta, Ed. riuniti e Ist. Gramsci, Roma 1979.

(5) Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, Milano 1968

(6) Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Prefazione all’edizione tedesca, UTET, Torino 1978.

(7) Keynes, Esortazioni e profezie, idem. Vedi anche Scheda sul rapporto Marx Keynes, Il Lavoratore/oltre, 7 ottobre 1994

(8) Ruggeri, Relazione al Convegno provinciale del Pci di Varese sul settore tessile, Busto Arsizio, Atti, Dicembre 1976.

(9) Ruggeri, Riforma delle autonomie e programmazione economica democratica, Ed. Ires-Cgil, Milano, 1982). Anche Galli Della Loggia nel già citato articolo rileva che “Milano è contro la politica…Alla statualità…contrappone la dimensione e il significato del municipio…E’ con questo sfondo antipolitico e antistatuale all’insegna del municipalismo che si spiega la continua tentazione di Berlusconi per il gesto e la parola irrituali, per le scorciatoie più disinvolte…” (Ibidem), come accade a Bossi, a ulteriore conferma che il leghismo, è una cultura che va ben oltre la Lega, che nasce da una vigente “cultura aziendale, che è di combattimento” (Piero Bassetti, idem)

(10) Capra, La carriera di un “uomo incomodo”. I carteggi Melzi d’Eril, in Nuova rivista storica, n.52, 1968.

(11) Livio Sicchirollo, Morale e Morali, Editori riuniti.

(12) E’ curioso notare che ad uno di quei movimenti nazionalisti/regionalisti di ascendenza teorica nazista che si agitano in Baviera a cui guarda anche la Lega, cioè Istituto Internazionale per il diritto dei gruppi etnici e il regionalismo, aderisce anche Otto d’Asburgo, erede di Francesco Giuseppe e deputato a Vienna.

(13) Venturi, Introduzione a illuministi italiani

(14) Aspetti del mito teresiano in Lombardia da Frisi a Cattaneo, in Economia, istituzioni, cultura in Lombardia nell’età di Maria Teresa, Bologna, il Mulino.

 

 

Sergio Cesaratto Lord Keynes il nazismoultima modifica: 2011-07-08T23:55:00+02:00da iskra2010
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