I soliti noti della lobby dell’energia

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Quella legata all’energia da scisti potrebbe essere una nuova era d’oro per il mondo? Bisognerebbe prima cambiare i manovratori.

di Paola Baiocchi

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Ricorrono diversi nomi ben noti nell’area di interesse che si è creata attorno allo shale gas, che sta spingendo perché si dia avvio “all’età d’oro del gas” dopo quella del petrolio. Sono nomi, però, in cui si ritrovano i padroni dell’oro nero, a fianco di quelli del comparto industriale legato alle guerre. La premessa che possiamo fare, quindi, affrontando l’argomento del gas da scisto, è quella tradizionalmente legata alla questione dell’energia: l’energia può essere diversa, ma se il suo controllo resta nelle mani dei soliti privati, il risultato non sarà diverso.

Perché, sostituendo la fonte, dovrebbero cambiare le valenze negative già sperimentate con il petrolio – non negativo in sé, ma per l’uso del potere che genera il suo controllo – se i manovratori non cambiano? E soprattutto se non riusciamo a trasformare l’energia da ago della bilancia degli equilibri mondiali di guerra, a generatore di salute e progresso. A riconoscere, insomma, l’energia come un bene sociale universale.

The Halliburton Loophole

Tra i nomi noti c’è quello della Halliburton, il potente gruppo texano di cui Dick Cheney è stato direttore dal 1995 al 2000, prima di diventare vicepresidente degli Stati Uniti con George W. Bush dal 2000 al 2008. Porta il nome della società che ha concluso i suoi migliori affari con la guerra in Iraq, una legge ad personam (o meglio ad industriam) d’oltreoceano, chiamata scappatoia Halliburton. Nel 2005 l’amministrazione Bush-Cheney esenta le trivellazioni dal rispondere al Safe Drinking Water Act, l’ordinamento legislativo del 1974, approvato per garantire acqua potabile libera da contaminanti naturali e artificiali. L’estrazione di gas da scisti prevede l’utilizzo massiccio di acqua, che viene sparata a pressione negli strati profondi della Terra, addizionata a una miscela di 596 sostanze chimiche, molte delle quali sottoposte a brevetti. Grazie alla scappatoia Halliburton al momento l’industria non è obbligata a dichiarare i prodotti che utilizza, ma che sono in parte conosciuti:  solventi come  benzene, toluene, etilbenzene e xilene.

Una campagna di pressione di cui si è fatto portatore il documentario Gasland, di Josh Fox, sta spingendo negli Stati Uniti per introdurre il Frac Act (Fracturing responsibility and awareness to Chemical Act). Una nuova legge che disciplini e renda trasparente l’uso dei prodotti chimici durante l’estrazione dello scistogas.

L’importanza della conchiglia

Shell è un altro dei nomi saldamente a cavalcioni dello shale gas. Ne parla l’Economist nel suo documentato articolo del 6 agosto, Coming soon to a terminal near you, sottotitolo: “Come il gas shale dovrebbe rendere il mondo un posto più pulito e sicuro”. L’attenzione della Shell è stata attirata dalle riserve più grandi del Continente africano, quelle del Sudafrica, nel bacino del Karoo. Shell ha anche portato la sua esperienza nelle perspezioni in Cina, in collaborazione con le aziende statali cinesi: know how in cambio di concessioni per lo sfruttamento. Una pratica che i cinesi conoscono molto bene, attuandola diffusamente in Africa.

Non si può parlare della società dall’evocativa conchiglia (che Tony Curtis mostrava nel film A qualcuno piace caldo, per fare colpo su Marylin Monroe) senza ricordare che fa parte della galassia delle proprietà di una delle famiglie più potenti del mondo, i Rothschild, che sono anche azionisti dell’Economist, oltre che “Manovratori” con l’iniziale maiuscola.

La ricerca, lo sfruttamento e la propaganda su questa nuova fonte di energia mostrano di essere parte del contesto e dei padroni dell’era del petrolio. E se continuerà a mancare un solido controllo popolare e universale, non possiamo aspettarci un’età dell’oro.

I soliti noti della lobby dell’energiaultima modifica: 2011-10-26T09:05:00+02:00da iskra2010
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