Fabbriche rilocalizzazione in Europa e Usa con i robot


Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer
per la ricostruzione del P.C.I.

La rilocalizzazione in Europa e negli Usa di attività industriali delocalizzate precedentemente nell’Est Europa o in Asia, ha ora raggiunto numeri importanti, dopo esser partita in sordina qualche anno fa. L’associazione statunitense Reshoring Initiative nata nel 2010 (1) conta più di mille aziende che hanno riportato almeno una parte della propria produzione dall’Asia negli Stati Uniti.

Lo stesso sta succedendo in Europa e in Italia, come riportato nell’articolo di Affari & Finanza (2) per i casi della Benetton, di Safilo, Calzedonia e Furla, solo per citarne alcune.

Imprese che hanno abbandonato gli impianti italiani senza pagare alcun addebito, scaricando i lavoratori alla loro sorte e sugli ammortizzatori sociali, dopo aver usufruito in molti casi di incentivi pubblici, ora tornano in patria dopo aver aperto fabbriche in Serbia, in Cambogia o nel Bangladesh, godendo di migliori condizioni fiscali, legislazioni meno restrittive o inesistenti nella tutela dei lavoratori e manodopera a basso costo.

Nel loro moto contrario non sono mosse da uno spirito di patria, ma da una delle leggi principali del capitalismo: se le produzioni possono essere effettuate a minor costo e maggior profitto in un’altra parte del mondo, allora vanno spostate. Quello che può succedere ai lavoratori e alle loro vite legate ai salari, è accessorio e anzi funzionale all’innesco di nuovi cicli di povertà/arretramento dei diritti.

Alla base di questo ritorno nei paesi a capitalismo maturo c’è la crescita dei salari sia nell’Est Europa che in Cina, paese dove sono anche aumentate le normative ecologiche e c’è stato uno spostamento verso produzioni a più alto valore aggiunto, destinate sia al mercato interno che all’esportazione.

Ora che le differenze salariali con i paesi d’origine si sono molto ridotte e che c’è stato un crollo verticale nei diritti dei lavoratori i capitalisti nostrani, che ripagano le perdite con capitali pubblici e incamerano privatamente i profitti, rilocalizzano le produzioni investendo sui robot: sull’esempio della fabbrica di climatizzatori Carrier (United Technolgies) che Trump a novembre per farsi un po’ di propaganda. La Carrier aveva annunciato di voler trasferire da Indianapolis al Messico la produzione. Trump ha fatto un po’ di sceneggiata e ottenuto che la fabbrica restasse nell’Indiana, con un’investimento di 16 milioni di dollari sull’impianto: “Ecco come si difende l’occupazione e l’economia locale” aveva affermato Trump, omettendo di dire che i 16 milioni verranno spesi per robotizzare la fabbrica, con una perdita secca di posti di lavoro.

Tocca ai lavoratori riorganizzarsi in un partito comunista che sposti i rapporti di forza in favore dei diritti dei lavoratori e riproponga con forza il tema della proprietà dei mezzi di produzione: se questi vengono lasciati in mano ai capitalisti, anche l’innovazione industriale chiamata 4.0 invece di diventare un mezzo per “lavorare meno, lavorare tutti”, sarà solo una nuova occasione per espellere lavoratori, sostituendoli con robot, manodopera che non ha bisogno di accantonamenti per la pensione, non si ammala e non sciopera.

Paola Baiocchi

 

Fabbriche all’estero, dietrofront grazie al robot si torna in patria

IN EUROPA COME NEGLI USA SONO SEMPRE DI PIÙ LE LINEE AUTOMATIZZATE, MACCHINE INTELLIGENTI CONNESSE IN RETE CHE PROCESSANO E ANALIZZANO DATI, IN GRADO DI SFORNARE UNA MERCE IN MENO DI DUE ORE. ANCHE L’ITALIA STA INVESTENDO

Christian Benna

Milano Addio ai capannoni in Cina e Romania. La fabbrica fa i bagagli e torna a produrre in patria. Al posto della caccia forsennata al lavoro low cost che, negli ultimi 25 anni, ha spinto le imprese occidentali alla delocalizzazione degli impianti, oggi, in Europa come negli Stati Uniti, spuntano linee completamente automatizzate che rilanciano la produttività, robot intelligenti connessi in rete che processano e analizzano dati, stampanti 3d in grado di sfornare un prodotto in meno di due ore e secondo le più disparate richieste del cliente.

Ecco il primo effetto di Industria 4.0, quel termine coniato nel 2012 dal governo tedesco per indicare la strada della quarta rivoluzione industriale: un nuovo corso che grazie alle tecnologie avanzate può rimettere in pista la manifattura nei paesi avanzati. Non si tratta di un vero e proprio ritorno al passato, ovviamente. E gli stabilimenti popolati da migliaia di tute blu rimarranno nell’album dei ricordi. Perché la digitalizzazione dei processi e l’automazione industriale consentono il ritorno della manifattura un tempo delocalizzata ma con una forza lavoro diversa dal passato, quindi altamente specializzata e limitata per numero di addetti.

Ad oggi l’associazione Reshoring Initiative conta più di mille aziende che hanno riportato almeno una piccola parte della propria produzione dal Far East in America. In Europa, l’Uniclub More Backshoring, il team interuniversitario che coinvolge ricercatori degli atenei di Modena, Catania, L’Aquila, Udine e Bologna, conta più di quattrocento casi di rientro della manifattura, e almeno un centinaio sono in Italia. Tra i casi i più recenti c’è l’iniziativa del gruppo Benetton che ha investito due milioni di euro per lanciare un impianto hi-tech a Castrette di Villorba in grado di produrre 200 mila maglioni l’anno in cachemire e lana merino e distribuiti con il brand “Tv31100”. Safilo ha messo sul piatto 60 milioni di euro per rimodernare gli impianti italiani di occhialeria secondo i principi di Industria 4.0 per poter accogliere le produzioni un tempo delocalizzate all’estero. E lungo questo solco ci sono gli esempi di Argo Tractors, Snaidero, Furla, Calzedonia, Piquadro, Geox.

Il ritorno a “casa” di almeno una parte della produzione manifatturiera è alimentata da tanti motori: salari che cominciano a salire nell’Est Europa e nel Far East, necessità logistiche, spostamento della produzione verso l’alta gamma. Ma soprattutto il ritorno in patria è trainato da industria 4.0, da quelle tecnologie che permettono di ottimizzare i processi produttivi e così di rispondere real time alle richieste dei consumatori. Ai tempi dell’e-commerce il prodotto diventa su misura e a portata di click. La consegna a domicilio non può aspettare un container che arriva via mare dopo settimane di viaggio. Servono quindi flessibilità estrema e un campionario di magazzino vastissimo, che solo la produzione hi-tech “sotto casa” può fornire.

Secondo un report di Mckinsey, in base alle tecnologie oggi disponibili, il 45% delle attività produttive potrebbero essere automatizzate già oggi. La società di consulenza Boston Consulting Group stima che entro il 2015 i robot avanzati aumenteranno la produttività del 30% in molti settori industriali, abbassando così il costo del lavoro di circa il 18% in paesi come Stati Uniti, Cina e Germania. Insomma il digitale sta rimettendo in pista la old economy.

Il modello che sta facendo scuola, dove la fabbrica 4.0 è davvero completamente automatizzata, si trova in Germania, ad Ansbach in Baviera, ed è il gioiello di casa Adidas. Dagli anni Novanta in poi il gigante della calzatura sportiva, come del resto hanno fatto i suoi competitor, ha delocalizzato nel far East la maggior parte della sua produzione. L’innovazione, il design e i prototipi, cioè il cervello, sono rimasti in Europa, ma il resto della filiera ha preso la rotta dell’oriente. Una strategia che tuttavia si è rivelata un’arma a doppio taglio. E non solo per Adidas, ma anche per Nike. Scandali e polemiche intorno alle condizioni di lavoro nei capannoni dei fornitori asiatici hanno macchiato l’immagine di brand che si propongono come portatori di valori dello sport, far play, educazione, salute. E non solo… (continua)

24 aprile 2017

Fabbriche rilocalizzazione in Europa e Usa con i robotultima modifica: 2017-04-28T09:24:29+02:00da iskra2010
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento