Carlo De Benedetti o la piramide superiore?

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer
per la ricostruzione del P.C.I.

 

di Paola Baiocchi e Andrea Montella

Nei giorni scorsi i giornali hanno pubblicato i verbali delle audizioni rese da Carlo De Benedetti l’11 febbraio 2016 alla Consob, a seguito delle attività anomale in Borsa nel 2015 sui titoli delle Banche Popolari di cui si è resa protagonista anche la Romed, società di trading allora presieduta da De Benedetti.

Senza nessun pudore il finanziere-editore ha dichiarato il suo ruolo di “padrone-ombra” di Renzi, al quale ha “ordinato”, quando era ancora sindaco di Firenze, sia la misura antiproletaria che va sotto il nome di jobs act, sia la privatizzazione delle banche popolari (1) da cui avrebbe tratto un guadagno speculativo di 600mila euro.

Vediamo come il quotidiano digitale Affaritaliani.it (2) riporta la rivendicazione di paternità del jobs act, nelle audizioni alla Consob, e le affettuose frequentazioni di De Benedetti non solo con Renzi ma anche con Maria Elena Boschi e Pier Carlo Padoan:

“Io gli dicevo che lui doveva toccare, per primo, il problema lavoro e il Jobs-Act è stato – qui lo dico senza, senza vanto, anche perché non mi date una medaglia, ma il Jobs-Act gliel’ho, gliel’ho suggerito io all’epoca come una cosa che poteva – secondo me – essere utile e che poi, di fatto, lui poi è stato sempre molto grato perché è l’unica cosa che gli è stata poi riconosciuta”.

Gli uomini della Consob – conclude il quotidiano di viale Monterosa (citando il Sole 24Ore, ndr) – gli chiedono poi se abbia incontri con qualcun altro dello staff della presidenza del Consiglio. “No – risponde de Benedetti -. Guardi io sono molto amico di Elena Boschi, ma non la incontro mai a Palazzo Chigi. Lei viene sovente a cena a casa nostra ma non … diciamo io, del Governo vedo sovente la Boschi, Padoan. Anche lui viene a cena a casa mia e basta. Perché poi sa, quello lì si chiama Governo, ma non è un Governo, sono quattro persone, ecco”.

Questo ruolo di padrone-ombra dell’economia e della politica italiana De Benedetti lo gioca da parecchio tempo, ricevendo molte meno attenzioni mediatiche rispetto ad altri imprenditori, come per esempio Berlusconi, che non hanno la stessa sua forza internazionale. Curiosamente anche chi dovrebbe combatterlo per logiche di concorrenza lo aiuta a mantenersi nell’ombra.

Vediamo di fare un po’ di luce sul personaggio e sulle sue attività partendo da un breve ritratto che ricaviamo dal nostro libro Ipotesi di complotto? Le coincidenze significative tra le morti e le malattie dei segretari del PCI e l’attuale stato di salute dell’Italia (Carmignani Editrice).

Al vertice di questa politica anticomunista c’erano gli Agnelli, “animatori” senza obbligo di iscrizione della loggia Montecarlo, una formazione superiore alla P2 oggi chiamata Masonic Executive Committee, con le loro strutture politico-culturali: padroni de La Stampa e presenti nel Corriere della Sera, sono la famiglia che su mandato dei grandi banchieri internazionali, soprattutto i Lazard-André Meyer, inseriti nel superesclusivo Gruppo dei 17 (di cui fa parte anche Carlo De Benedetti, vedi “il Mondo” dell’11 maggio 1987), nel Bilderberg e nella Trilateral Commission, aveva il compito di esercitare tutto il potere per impedire al PCI di andare al governo e modificare, quindi, gli assetti tra le classi nell’area del Mediterraneo, fondamentale nella più generale lotta al comunismo rappresentato dai paesi dell’Est Europa.

Non far arrivare il PCI al governo rappresentava una fase di un progetto più vasto, che ne prevedeva la scomparsa: per far sparire il PCI c’è voluto il lavoro occulto della massoneria e in particolare della P2, con il suo Piano di rinascita democratica, scoperto il 17 marzo 1981 ma redatto in precedenza da Gelli, si presume nel 1976 con l’apporto di altri, in particolare Francesco Cosentino segretario generale della Camera dei deputati e poi tessera P2 1618.

Il piano della loggia P2 è un progetto politico al servizio del grande capitale che segue le linee guida da loro tracciate di creare un sistema basato sul “bipartitismo perfetto” di stampo anglosassone, secondo le indicazioni del banchiere massone Raffaele Mattioli, ovvero l’introduzione del sistema maggioritario. E in un torrido luglio del 1975:

«Carlo De Benedetti, leader degli industriali piemontesi, pupillo dell’Avvocato ed ex compagno di scuola di Umberto, lanciò la “sfida imprenditoriale al Pci”. La tesi era suggestiva e partiva da un preciso presupposto. “Non sappiamo se credere più nel rinnovamento della dc o nel revisionismo del pci”, aveva detto poco prima l’Avvocato interpretando il disorientamento che serpeggiava nell’armata industriale. La Confindustria, insomma, prendeva ufficialmente le distanze dal mondo politico tradizionale, condannava in blocco la dc e prendeva atto che il “vuoto di potere” che si era determinato non poteva essere colmato “dai logori schemi” in cui si muovevano gli alleati dello scudo crociato: i repubblicani e i socialisti. Di qui la conclusione piuttosto suggestiva di De Benedetti: è tempo, scrisse, che gli industriali si pongano “come ispiratori di una politica economica generale, di un consenso che vada ben oltre la sola classe imprenditoriale”. Ed ancora: è tempo che “leader riconosciuti del mondo imprenditoriale e manageriale siano corresponsabilizzati nella gestione vitale per la ricostruzione del Paese”».

La descrizione di questa strategia padronale si deve a Cesare Roccati e al suo libro Umberto & C. Gli anni caldi della Fiat (Vallecchi, 1977)

Sempre in questo libro viene analizzato cosa c’era dietro la proposta di De Benedetti (massone della loggia Cavour del Grande Oriente a Torino, con il brevetto n. 21272 di maestro dal 18 marzo 1975):

«Gli osservatori, allora si interrogarono a lungo. E tutti concordarono su un punto: era finito il tradizionale collateralismo con la dc ed iniziava per gli industriali l’era di un “impegno diretto”, come “ministri” di un governo “tecnico”, o addirittura come “partito”».

Questo progetto maturato negli studi ovattati della Fondazione Agnelli, il maggior laboratorio culturale d’Italia – e identico nella sostanza al Piano di rinascita democratica della P2 – è il canovaccio per far “scendere in campo” gli imprenditori in politica: compito di cui Berlusconi (tessera P2 1816) si farà carico. Con alcune caratteristiche peculiari al ruolo subalterno di esecutore di volontà altrui, secondo i valori gerarchici della massoneria, come ribadisce Gianni Agnelli durante la campagna elettorale del 1994, che ha portato Berlusconi al governo: «Se vince Berlusconi vinciamo tutti. Se perde, perde da solo».

Il piano della P2 prevedeva al punto d) del paragrafo PROCEDIMENTI la scomparsa del P.C.I. e la nascita di due raggruppamenti eterodiretti, uno di centrodestra e uno di centrosinistra:

[…] usare gli strumenti finanziari stessi per l’immediata nascita di due movimenti: l’uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI-PSDI-PRI-Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l’altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale).

Realizzando la volontà più volte espressa di Gianni Agnelli di vedere la sparizione del Partito Comunista, come riportato anche da Massimo Giannini nell’articolo su la Repubblica del 25 gennaio 2003:

[…] E negli anni Ottanta, in pieno craxismo, ripeteva spesso, impaziente: «Quanti anni ci vogliono ancora, prima che il PCI scompaia?».

Il primo dato che si evidenzia è che Carlo De Benedetti lavora in sinergia con i vertici del capitalismo internazionalizzato, come gli Agnelli di un tempo e gli Elkann di oggi, e ci lavora da pari grado.

Vediamo a questo punto la struttura economica che permette a Carlo De Benedetti di essere così potente e così ben protetto da quella fratellanza massonica che ha un enorme peso nell’economia, nello Stato, nella politica e nei media, che noi identifichiamo con la P1, cioè quella struttura al di sopra della P2 che gli da ordini senza apparire.

De Benedetti, abile tessitore di relazioni nella finanza globalizzata, entra nella banca parigina dei Rothschild, proprietari di Libération e della bibbia del capitale The Economist, assieme agli Elkann; è legato all’aristocrazia storica tramite i principi Caracciolo, fondatori de l’Espresso, cofondatori de la Repubblica e a loro volta secondi azionisti nella proprietà di Libération. Famiglie tutte interne alle più grandi banche d’affari mondiali che compongono e controllano le banche centrali di tutti gli Stati capitalistici del mondo, dalla Federal Reserve alla Bce.
La holding Cofide-Gruppo De Benedetti S.p.A., fondata nel 1976 e quotata in Borsa dal 1985, è la struttura di comando dell’impero dell’ingegnere-finanziere (ricavi per 2.620,7 milioni di euro nel 2016) che controlla Cir, Gedi, Sotefi e Kos, come si può vedere dall’organigramma trovato sul sito di Cofide:

Grossa parte del potere del gruppo deriva dal possedere un numero sterminato di media nazionali, internazionali e locali, che comprendono quotidiani, periodici, tv e radio.

Osserviamo quante sono le cannoniere mediatiche che possono sparare colpi a sostegno della causa dei De Benedetti e del capitalismo come sistema, alla faccia della libertà di stampa e del conflitto di interessi.
Gedi Gruppo Editoriale S.p.A. è suddiviso in quattro divisioni: stampa, digitale, radio e tv, pubblicità. Edita la Repubblica e i suoi allegati o supplementi: il Venerdì; Affari & Finanza; Metropoli; D – la Repubblica delle donne; Diario; Robinson; Viaggi; Salute; R7; Trova Roma; Tutto Milano.

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L’ingegnere-finanziere De Benedetti gestisce con la A. Manzoni & C. una bella fetta del comparto pubblicitario.

Agisce invece con Somedia nel settore della formazione professionale, nel marketing e nei servizi collegati: Somedia si occupa di corsi, organizzazione di eventi e conferenze nell’ambito delle principali aree del management, delle tecnologie, della gestione delle risorse umane; è attiva nell’ambito dell’e-learning con un progetto di laurea online in ingegneria informatica, realizzato in collaborazione con il Politecnico di Milano.

<Carlo De Benedetti, come abbiamo visto seguendo le sue società, si occupa a tutto campo delle classi subalterne, dalla idee per la mente, al loro stato di salute. E un esempio di massocapitalista globalizzato, un antesignano del capitalista del XXI secolo, quello che ha capito meglio di altri come sottrarre ricchezza dalle masse proletarie indebitandole, ma facendo loro credere che hanno fatto un affare nel sostenere il suo programma politico ed economico. Perché non bisogna dimenticare mai che lui è la tessera numero 1 del PD e contemporaneamente è stato, assieme a Gianni Agnelli, l’ispiratore del ruolo delle imprese nel programma della P2, della loro discesa in politica con Berlusconi e oggi della nascita della totalità delle formazioni che siedono in Parlamento, tutte anticomuniste, contro la Costituzione e messe a difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Carlo De Benedetti o la piramide superiore?ultima modifica: 2018-01-20T04:38:02+01:00da iskra2010
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