LA PAROLA REPUBBLICA NON SI CONIUGA AUTOMATICAMENTE CON LA PAROLA DEMOCRAZIA

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer
per la ricostruzione del P.C.I.

 

 

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni
nell’articolo sotto riportato dell’ex giornalista de la Repubblica, Giovanni Valentini, autore del libro La Repubblica tradita edito da Paper First nel 2016, troviamo la conferma di quanto andiamo dicendo da tanto tempo: che la Repubblica dell’ex fascista Eugenio Scalfari e del massone Carlo De Benedetti, maestro della loggia Cavour del Grande Oriente di Torino brevetto n° 21272 , non è un giornale di sinistra bensì:

“…è sempre stato un giornale di riferimento, realizzando l’ossimoro di diventare “un giornale d’opinione di massa”, a cui i lettori si rivolgevano per confrontarsi e magari riconoscersi. Un quotidiano progressista in politica, liberale in economia, radicale sul piano dei costumi.

Ecco perché si può considerare impropria la definizione di ‘giornale di sinistra’”.

Quindi la Repubblica è stato l’organo di stampa costruito dai massocapitalisti per plasmare i cervelli di chi votava P.C.I. e piano piano trasformare un bel numero di loro in quell’elettorato opportunista e reazionario, che oggi seguendo la indicazioni di Eugenio Scalfari è disposto ad allearsi con Berlusconi. Per chi viene dal fascismo come Scalfari, Berlusconi è sicuramente compatibile con la sua visione di fondo del mondo.
Ma a Carlo De Benedetti questa proposta non garba. Lui ha mezzi più raffinati e potenti per capire in profondità lo spostamento in senso reazionario di quelle risibili percentuali di italiani che ancora credono in questo incostituzionale regime che i partiti nati dopo l’eliminazione di Moro e Berlinguer hanno costruito. All’Ingegnere serve andare ancora più a destra e grazie alla sua rete, può scompaginare ogni assetto governativo e scegliere quello che gli fa più comodo, lui lavora per un “moderno” Stato corporativo di stampo anglosassone e sa usare, se gli servono, parole come: tutto il potere al popolo, riduciamo le tasse e via il 41 bis.

Io penso che per i massocapitalisti alla De Benedetti possa solleticare un governo formato da PD-Liberi e Uguali-Lega con l’appoggio esterno di Potere al popolo. I disastri sociali che seguiranno, mancando una vera opposizione come fu quella del Partito Comunista Italiano, saranno utili agli amici di De Benedetti per aprire la strada ad una prospettiva realmente reazionaria che preveda la rimessa in discussione della Costituzione.

Per arrivare a tanto De Benedetti deve bruciare sull’altare della reazione la finta sinistra che fu costretta a difendere la Carta nel referendum dello scorso anno. Distrutta ogni credibilità a sinistra…

Stranamente nessuno ha chiesto a Carlo De Benedetti, visto che nessuna formazione dopo il voto di marzo avrà la maggioranza per poter governare da sola, con chi dovrebbero allearsi il PD e la Repubblica. Avreste udito con le vostre orecchie quanto è profonda l’eterodirezione della politica da quando non ci sono più i comunisti di Enrico Berlinguer con la loro assoluta autonomia dai massocapitalisti e con un reale progetto di società socialista e comunista.

Proprio per queste ragioni le proposte che noi formuliamo per le prossime elezioni ci sembrano le più valide:

1)  lavorare per ricostruire, dal basso il P.C.I., facendo nascere in tutta Italia sezioni comuniste dedicate al primo e all’ultimo segretario dell’unico Partito comunista che ci sia mai stato nel nostro paese: Gramsci-Berlinguer. Costruire un coordinamento nazionale tra tutte loro, per aprire una discussione realmente democratica e scrivere il programma.
2) Andare a votare a marzo ma scrivendo sulla scheda W il P.C.I. W la Resistenza e W la Costituzione.

Se saremo in tanti a fare questo semplice gesto vuol dire che tutto non è perduto.
Saluti comunisti

IL BRUTTO TRAMONTO DI UN EDITORE IMPURO

di GIOVANNI VALENTINI

Quando scrissi il libro La Repubblica tradita (Paper First), nell’autunno del 2016, non pensavo che la crisi di quel giornale – in cui ho lavorato fin dalla fondazione nell’arco di quarant’anni – potesse esplodere così presto e così fragorosamente. Né tantomeno che lo scontro fra Carlo De Benedetti ed Eugenio Scalfari arrivasse fino a un tale punto di astio e di rancore personale. Ma la maxi-fusione denominata “Stampubblica” era stata appena annunciata ed evidentemente portava in sé i germi di un declino che è editoriale prima ancora che giornalistico e diffusionale.

FU UN’INFAUSTA fusione, un connubio contro natura, una “unione incivile”, che consacrò la mutazione genetica del quotidiano fondato da Scalfari, generando così un ircocervo: un ibrido editoriale paragonabile a un mostro mitologico, metà cervo e metà caprone. Il giornale nato nel 1976 sotto l’egida dell’ “editore puro”, partorito cioè dal matrimonio fra il Gruppo L’Espresso di Carlo Caracciolo e la Mondadori di Mario Formenton, tradiva la sua storia per congiungersi con La Stampa di Torino, il giornale della Fiat. Un giornale di contropotere, nel senso anglosassone del termine di controllo del potere e dei poteri costituiti, si accoppiava con il giornale dell’establishment, dell’azienda e della famiglia più potenti d’Italia, tendenzialmente filo-governativo.

Su un punto, bisogna dare ragione a De Benedetti: quando dice che oggi Repubblica ha perso la propria identità. Ma il fatto è che l’ha persa innanzitutto per colpa dell’Ingegnere, un editore “impuro” che è rimasto un finanziere tanto abile quanto spregiudicato; incapace di cambiare la sua inclinazione e la sua mentalità, di trasformare il suo interesse per la carta stampata in un’autentica “passione” civile. E la maxifusione con il quotidiano della Fiat, suggellata dalla direzione di Mario Calabresi, non ha certamente contribuito a salvaguardare e rafforzare l’identità originaria del giornale.

Ora, da “presidente onorario” in carica, De Benedetti addebita pubblicamente al povero Calabresi di non avere abbastanza coraggio e lo accusa di essere un don Abbondio. Ma quella nomina fu decisa sotto la sua presidenza, all’insaputa del fondatore, senza neppure interpellarlo.

Anche Ezio Mauro, come il suo successore, proveniva dalla direzione de La Stampa: solo che, a parte la differenza di statura professionale e di temperamento, a quell’epoca al vertice del Gruppo c’era ancora Caracciolo e Scalfari aveva vent’anni di meno.

Nel frattempo, l’Ingegnere ha continuato a oscillare fra le suggestioni editoriali e le pulsioni finanziarie, fra l’impegno sociale o politico e gli animal spirits del capitalismo. Avrà anche dato “un pacco di miliardi” a Scalfari, comprando la sua quota del Gruppo L’Espresso, ma sicuramente ne ha incassati molti di più sfruttando il proprio ruolo e il proprio potere mediatico. Dalla licenza Omnitel ottenuta dal governo Ciampi, con cui salvò l’Olivetti e ricavò qualche anno dopo l’astronomica cifra di 14.500 miliardi di lire vendendo l’azienda al gruppo tedesco Mannesmann, al risarcimento di 540 milioni per il “lodo Mondadori ”; dal finanziamento di 600 milioni erogato dal Monte dei Paschi di Siena, su un “buco” complessivo di due miliardi, per sostenere e rilanciare Sorgenia, l’azienda di famiglia che produce energia alternativa guidata Rodolfo De Benedetti, fino al caso delle banche popolari, quando una “soffiata” dell’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, consentì all’Ingegnere di investire cinque milioni in Borsa e di guadagnare 600 mila euro nel giro di un paio di giorni.

FRA TUTTE queste peripezie economico-finanziarie dell’editore, è già un miracolo che Repubblica sia rimasta in piedi dopo l’uscita di Scalfari, nel passaggio dalla direzione di Mauro a quella di Calabresi, sebbene abbia perso negli ultimi dieci anni il 63% delle copie in un contesto generale di crisi del mercato. La verità è che questo è sempre stato un giornale di riferimento, realizzando l’ossimoro di diventare “un giornale d’opinione di massa”, a cui i lettori si rivolgevano per confrontarsi e magari riconoscersi. Un quotidiano progressista in politica, liberale in economia, radicale sul piano dei costumi.

Ecco perché si può considerare impropria la definizione di “giornale di sinistra”. Ed è riduttivo parlare di un “partito di Repubblica”: in realtà il giornale di Scalfari è stato una “struttura d’opinione”, come lui stesso amava dire, formata dai suoi giornalisti e dai suoi lettori.

Oggi che la sinistra è in crisi, qui e altrove, Repubblica non riesce a cogliere lo spirito del tempo né a rappresentare l’opinione pubblica più avanzata del Paese. Manca l’editore e manca di conseguenza una linea politico-editoriale in grado di interpretare il mondo che cambia.

19 gennaio 2018

LA PAROLA REPUBBLICA NON SI CONIUGA AUTOMATICAMENTE CON LA PAROLA DEMOCRAZIAultima modifica: 2018-01-22T06:57:01+01:00da iskra2010
Reposta per primo quest’articolo