Toni Capuozzo da Lotta Continua a Mediaset

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

ha ragione lo storico Angelo D’Orsi a dire che i revisionisti della storia, che operano nelle università e nei media sia pubblici che privati, oggi si sono involuti in rovescisti, ovvero in coloro che capovolgono i fatti della storia per conto di chi li paga: i massocapitalisti della P1 o della P2, che si contendono da anni il potere nel nostro paese a suon di atti terroristici, truffe, falsi in bilancio, guerre imperialiste, omicidi selettivi, colpi di Stato, ricatti, ecc. Nonostante le divergenze le due massonerie sono unite nel più becero anticomunismo e nel sostenere la bufala spaziale costruita attorno alla vicenda delle foibe.

Uno di questi rovescisti mediatici è tal Toni Capuozzo, che su Facebook – vedi allegato – pontifica sulle foibe e calunnia la storica e ricercatrice Alessandra Kersevan definendola “negazionista”. Un’altra colossale balla spaziale usata come calunnia per screditare una ricercatrice precisa e puntuale nello spiegare che cosa è realmente accaduto nella vicenda delle foibe.

Penso che questi rovescisti della storia non debbano farla franca e debbano essere messi in condizione di non arrecare danni al nostro popolo con le loro balle spaziali, tramite la doverosa richiesta di giustizia alla magistratura per i reati che costoro sistematicamente commettono con lo scopo di riabilitare il fascismo, per poi alla bisogna utilizzarlo contro i proletari di questo paese.

C’è una cosa che salta agli occhi quando si parla di rovescisti della storia, e cioè che questi personaggi arrivano quasi tutti da formazioni politiche degli anni ’70 sia dell’estrema destra che dell’estrema sinistra, tutti accomunati da un viscerale anticomunismo contro il P.C.I. e la nostra Costituzione antifascista, sociale, basata sul lavoro e non sugli interessi egoistici dell’impresa capitalistica.

Toni Capuozzo rientra nella seconda categoria, cioè tra quelli che si sono fatti una fama di “sinistra” partecipando negli anni ’70 a formazioni come Lotta Continua, quelli più pericolosi per noi proletari perché viene ancora considerato come di sinistra ma pratica politiche reazionarie.

Toni Capuozzo è quello con la maglietta verde

Secondo biografieonline.it Antonio (detto Toni) Capuozzo nasce il 7 dicembre del 1948 a Palmanova, in Friuli Venezia Giulia. Suo padre, poliziotto, operò a Fiume, durante l’aggressione nazifascista alla Jugoslavia.
Dopo aver vissuto a Cervignano del Friuli, Toni Capuozzo frequenta il liceo Paolo Diacono di Cividale, dove consegue il diploma di maturità classica; nel 1968 prende parte alla contestazione studentesca. In quel periodo viaggia spesso tra la Germania e la Francia.
Ovviamente il finto comunista, nel 1979 intraprende l’attività giornalistica per il giornale Lotta Continua, dell’omonima organizzazione “rivoluzionaria”, occupandosi di America Latina e dove stringe una forte amicizia con il triestino Adriano Sofri, “teorico” dell’organizzazione e figlio di un ammiraglio. Ai vertici di Lotta Continua c’erano diversi figli di uomini dello Stato, come Giorgio Petrostefani, complice nell’omicidio Calabresi, responsabile della struttura militare e numero due di LC è figlio di un prefetto.


Toni Capuozzo è quello con il microfono

Toni Capuozzo è quello in borghese

Poteva non sapere un giornalista attento come il Capuozzo, che il suo giornale era stampato da una cooperativa, la 15 Giugno, composta sia da membri di Lotta Continua che dall’agente della CIA Robert Hugh Cunningham? (1) Non credo proprio. Perché per Capuozzo lavorare nei media dove c’è la CIA è un’abitudine, infatti va a lavorare come inviato per la trasmissione L’istruttoria condotta da Giuliano Ferrara, che tra il 1985 e il 1986 ha fatto l’informatore per la CIA. E’ Ferrara stesso ad ammetterlo, nome di battaglia L’Elefante, con un lungo articolo pubblicato dal suo giornale, Il Foglio, il 14 maggio 2003.
La ben remunerata insipienza di Capuozzo lo porta a lavorare per Mediaset di Silvio Berlusconi, tessera P2 1816, occupandosi delle guerre nella ex Jugoslavia, in Somalia, in Medio Oriente e in Afghanistan, riportando con estrema fedeltà i desiderata dei guerrafondai occidentali e della NATO.
Ovviamente il sistema massocapitalista lo premia abbondantemente tramite le sue strutture inserite sul territorio come i massonici Rotary.

Rotary:Toni Capuozzo e quello all’estrema destra

Toni Capuozzo “coccolato” dal Rotary

Mentre il Capuozzo e l’amico Adriano Sofri, quello dell’omicidio Calabresi, scrivono su tutti i giornali e vanno in Tv, la dirigente scolastica chiama la polizia durante un’assemblea autorizzata al Liceo Pasteur di Roma, dove era relatrice la ricercatrice e storica Alessandra Kersevan, come avvertimento che in questo paese non è più lecito dire e cercare la verità.

Saluti comunisti.

Ora e sempre Resistenza

 

Toni Capuozzo
12 febbraio alle ore 2:32 ·
Leggo commenti che minimizzano, isolano, circoscrivono. Non mi interessa quanti fossero, chi fossero, se siano stati isolati o ignorati, quelli che hanno inneggiato alle foibe nel corteo antifascista di Macerata. Il problema è che c’erano, ritenevano di aver diritto di esserci, e ci sono rimasti. E molti tra quelli che hanno partecipato, o solidarizzato da lontano con quella manifestazione sembrano più intenti a cogliere le sfumature che ne conseguono nel rapporto tra le varie anime della sinistra che a ragionare su quella macchia.
Per me è indelebile. Perché ha a che vedere solo con l’ignoranza, con il fatto che la scuola non insegna e non vuole insegnare (al liceo Einstein di Cervignano del Friuli insegnano, nel Giorno del Ricordo, balli sudamericani, al Liceo Pasteur di Roma invitano una negazionista).
Si spiega, quello slogan – e la disinvoltura con cui tanti altri se lo scrollano di dosso – con un giustificazionismo di chi si ritiene sempre la parte migliore del Paese, e dimentica allegro le sue colpe.
Ci dicono: e i crimini commessi dagli italiani ? Ci furono, durante l’occupazione dei Balcani. E ci furono prima brucianti ingiustizie e italianizzazioni forzate. Credete che i responsabili abbiano pagato ? No, se l’erano data per tempo. I titini si sfogarono su chi era rimasto, pensando ingenuamente di non aver nulla da temere. Infoibarono persino membri del CLN, e un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio nazista. E allora, sapete come si chiama, nella sordida algebra dei dolori, quella reazione ? Rappresaglia: esattamente come i nazisti con le Fosse Ardeatine dopo via Rasella, e paradossalmente esattamente come il preteso giustiziere Traini, che spara a chiunque sia nero di pelle. Vendette nel mucchio.
Ci dicono le massime autorità del Paese: i nazionalismi…. No. Tra i partigiani del IX Corpus slavo c’erano italiani. E gli sloveni hanno appena pubblicato una mappa delle loro fosse comuni: 600. Vi sono stati gettati sloveni e croati, dai titini. Il silenzio sulle foibe serve anche a nascondere le responsabilità del comunismo, a togliere dall’imbarazzo.
Sapete come furono accolti gli esodi da Fiume, da Zara, da Pola ? Con le bandiere rosse dai portuali di Ancona. Con la protesta dei ferrovieri bolognesi. Era comodo addossare loro, che fuggivano dal paradiso socialista, le colpe che erano di tutti gli italiani. Quanti treni diretti ai lager nazisti erano stati fermati, quando farlo sarebbe costato qualcosa ? Nessuno. Considerare fascisti chi era contemporaneamente vittima del fascismo e del comunismo era più facile, loro erano i vinti, e chi li disprezzava – l’accoglienza non era di moda – era l’Italia che aveva combattuto dalla parte sbagliata. Noi, gli altri, eravamo tutti partigiani del 26 aprile, tutti dalla parte giusta, anche se da Pola non avevano mai fatto corriere per andare alle adunate di piazza Venezia.
Mi ha amareggiato anche vedere i cortei di Casa Pound nel Giorno del Ricordo. E’ un loro diritto, ma non riesco mai a non vedervi un’appropriazione indebita, un abbraccio alla solitudine degli esuli e dei loro figli che sa di bacio della morte. Lasciateci soli, discorsi ufficiali ipocriti, cortei neofascisti, cortei antifascisti, soli con le storie delle morti atroci, con gli addii strazianti, con le nostalgie dolorose. Meglio dimenticati che tirati per la giacca, o stracciati nelle contese elettorali. Forse è un destino, per gente che si è rifatta un’esistenza in solitudine, e che oggi vede persino le proprie parole abusate fino a perdere di valore, di significato: profughi, accoglienza, integrazione.
Lasciatemi dire solo una cosa in più: ignorando quelle pagine di storia, stravolgendole, avete perso una lezione. Molti colleghi di mio padre, poliziotto, furono infoibati, e molti altri morirono nei lager nazisti. Le presero dalle due ideologie mortali del ‘900, nazifascismo e comunismo. Fecero in tempo, da vivi, a salvare centinaia di ebrei. Per me quella lezione, oltre alla grata amicizia di qualche amico israeliano, ha voluto dire che ognuno è responsabile di quello che fa, di quello che può fare e non può fare, e che anche nel buio più profondo un tuo gesto può salvare altri e te stesso.
Voi fate i vostri conti elettorali, le vostre schegge impazzite esaltino Traini o le foibe, e sentitevi pure antifascisti e anticomunisti abili e arruolati. Per fortuna, pregio e difetto insieme di noi italiani, è solo commedia, uno slogan, una scritta sul muro, un infierire su un carabiniere solo, un corteuccio a bandiere schierate. Ecco, una cosa potreste fare, lasciare perdere l’idea dell’Italia migliore, e il tricolore. C’è la fotografia di una bambina esule, e un tricolore poggiato sul carretto con le masserizie. Era gente che amava la patria, anche se parlava il dialetto. Ha continuato ad amarla anche dopo, in Australia e in Canada, a Fertilia o a Trieste. Come si ama un padre stanco, confuso, dimentico, che non ti riconosce più, ma è pur sempre tuo padre. Paese ipocrita e allegro, superficiale e feroce, era meglio se non ci regalavi, omaggio postumo, il Giorno del Ricordo. Metterti in vetrina per vederla rompere, era meglio restare nel retrobottega della Storia.

(1) Marco Nozza, partigiano e giornalista investigativo definito il “pistarolo”
Nozza nel giorno della strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), lavora a Il Giorno che è uno dei pochi giornali che prende le distanze dalla pista della “bomba anarchica” e Nozza è fra i giornalisti che seguono gli sviluppi dell’inchiesta, insoddisfatto delle versioni governative. La strage è imperialista e coperta dallo Stato. Da questo momento il suo impegno giornalistico lo assorbirà avendo capito l’operazione destabilizzatrice in corso in Italia da parte delle forze imperialiste. Nozza analizza e scrive su tutti i maggiori avvenimenti violenti degli anni di piombo, da Valpreda al caso Pinelli, al delitto del commissario Calabresi, dalle uccisioni dei magistrati, agli attentati dei terroristi “rossi” e neri.

 


31 luglio 1988

Storia inedita di un giornale e di una tipografia
di MARCO NOZZA

Il quotidiano fondato da Sofri veniva stampato nella capitale
presso una società che apparteneva al rappresentante della Cia a Roma

Nell’articolo pubblicato ieri dal «Giorno», col titolo suggestivo «caro direttore, io c’ero», articolo molto bello soprattutto perché molto sincero, e coraggioso, Adele Cambria ha raccontato come accade che, all’indomani dell’omicidio Calabresi, dovette subire un processo per «apologia di reato e istigazione a delinquere», dato che il suo nome figurava alla «direzione responsabile» del quotidiano fondato da Adriano Sofri. Come tanti altri giornalisti che si succedettero a quella direzione, anche la Cambria aveva prestato il proprio nome perché la legge di allora, anacronistica, impediva ai non giornalisti di firmare un quotidiano. «Non condividevo minimamente quelle parole» (e cioè i commenti sulla morte di Calabresi). «La mia firma era un tributo alla garanzia di libertà d’espressione».
«Fui, insieme a due militanti che avevano venduto, quel 18 maggio 1972, le copie incriminate del quotidiano “Lotta continua” – così racconta la Cambria -, l’unica a essere processata, e per direttissima, a causa dell’omicidio Calabresi».
Per la storia, altri quattro imputati aderenti a Lc furono processati a Torino, proprio il giorno del processo alla Cambria. E quelli si beccarono un anno e quattro mesi di reclusione, senza la condizionale. Nel quartetto c’era anche Andrea Casalegno, figlio del giornalista della «Stampa» di Torino, Carlo Casalegno, che cinque anni dopo, il 16 novembre 1977, sarebbe stato vilmente assassinato sotto casa dalle Brigate rosse.
Ma l’aspetto che più colpisce, nel racconto di Adele Cambria, è la descrizione che fa degli intellettuali di Lc che frequentavano la redazione romana di via Dandolo. «Sbagliati o giusti che fossero i loro ideali, li pagavano di persona». «Vivevano davvero in povertà, nonostante fossero tutti abbastanza brillanti per inserirsi a pieno titolo nell’aborrito “sistema” (e alcuni, dopo, lo hanno fatto), e non era infrequente, da parte loro, la cessione all’organizzazione della proprietà della casa ereditata dalla famiglia…». «Insomma, quello che poi, studiando i sacri testi del marxismo-leninismo, io stessa avrei definito l’”ascetismo rosso stalinista”, dominava l’ambiente: sia a Napoli (dove poi il quotidiano non si fece), sia a Roma nella redazione di via Dandolo, pieno di sedie, spagliate e con un unico, veneratissimo “operaio”, che veniva custodito (sarò un po’ cattiva…) quale reliquia…».
E con via Dandolo, finalmente, siamo arrivati al punto.
L’Adele Cambria alla direzione di «Lotta continua» ci resistette per brevissimo tempo. Altri, per periodi più lunghi. E come mai nessuno, proprio nessuno, dei tantissimi direttori che si susseguirono alla guida di quel giornale, fu pungolato dalla curiosità di sapere di chi era la tipografia che stampava «Lotta continua», la «Tipografia Art-Press», che si trovava nei locali della stessa redazione in via Dandolo al numero 10?
La storia nasconde aspetti davvero molto strani. Perché? Ma perché, al medesimo indirizzo, esisteva la Dapco. E la Dapco era l’editrice del «Daily American», il giornale degli americani di Roma. Risultava di proprietà di una società il cui amministratore unico era un americano degli Stati Uniti, tale Robert Hugh Cunningham.
Chi era costui? Nato a Lovelville, nell’Ohio, il 10 gennaio 1920, Robert Hugh Cunningham era un collaboratore eminente di Richard Helm, quando Richard Helm era capo della Cia. Chi lo dice? Lo dice (e lo scrive) Victor Marchetti, nel libro «Culto e mistica del servizio segreto», edito in Italia da Garzanti.
Qualcuno, a questo punto, obietterà: il pubblicare il «Daily American» non potrebbe essere una pura attività collaterale, privata, del signor Robert Hugh Cunningham? Ci sono però alcuni problemi che complicano la faccenda. Eccone uno: appena arrivato a Roma, e cioè nel ’68, questo signor Cunningham aveva come socio un vecchio americano ultrasettuagenario, tale Samuel Meek, che aveva amministrato il «Daily American» dal 1964 e agiva, anche lui, per la Cia. Sia pure solo come fiduciario, non come vero e proprio agente. L’agente vero era Robert Hugh Cunningham.

Spunta anche il nome di Sindona
Tutto qua? Obietterà qualcuno che un conto è la Dapco e un conto è la Art-Press, la tipografia che stampava «Lotta continua». Difatti: la società Dapco si costituì, sempre a Roma, il giorno 1 dicembre 1971, con atto a rogito presso il notaio Domenico Zecca.
Due cose diverse? Pare di no, invece. Perché i soci della Art-Press risultano tre: Cunningham padre, madre e figlio. Amministratore della Dapco: Cunningham senior. Amministratore della Art-Press: Cunningham junior. Che si chiama come il padre: Robert Hugh Cunningham.
Si dirà: un conto è il padre, un conto è il figlio. Ci sono tanti figli che sono dissimili dal proprio padre, completamente diversi, contrapposti. Vedremo, più avanti, che non è così.
Nel ’71, intanto, avviene un’altra cosa strana, stranissima. Presso la cancelleria delle società commerciali, esistente nel tribunale civile e penale di Roma, due signori presentano un documento dal quale risulta che accettano di diventare «amministratori della Spa Rome Daily American con deliberazione dell’assemblea ordinaria del 27 settembre 1971». Come si chiamano questi due signori? Uno si chiama Matteo Macciocco, nato a Olbia (Sassari) il 1 aprile 1929, domiciliato a Milano in via Turati 29. Il secondo si chiama Michele Sindona, avvocato, nato a Patti (Messina) l’8 maggio 1920, domiciliato a Milano in via Visconti di Modrone 30. Entrambi dichiarano che a loro carico non esiste alcuna delle cause di ineleggibilità e, precisamente, di non essere interdetti, inabilitati, falliti, né condannati a una pena che comporti l’interdizione dai pubblici uffici e l’incapacità di esercitare…
Nel ’71, dunque, Sindona succede a Cunningham, Cunningham senior, nella gestione del «Daily American». Giornale che fallisce, subito dopo il fallimento di Sindona. E a sostituire il «Daily American», ecco che compare, a Roma, un altro quotidiano per cittadini Usa in Italia. Si chiama «Daily News». I suoi proprietari? Robert Hugh Cunningham senior e Robert Hugh Cunningham junior. Toh!
Forse questa è un’altra storia. E però, proprio mentre fallisce il «Daily American», succede che «Lotta continua» cambia tipografia, non si lascia più stampare dalla Art-Press. È nata infatti una nuova società, che si è fissata la durata «fino al 31 dicembre 2010». Nome: «Tipografia 15 giugno». Soci: Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio… Tutti quelli che si presentano davanti al notaio di Roma, che stavolta è Franco Galiani, si dichiarano cittadini italiani. L’ultimo della fila, no. Questo è un cittadino statunitense. Si chiama?
Si chiama Robert Hugh Cunningham junior. Sempre lui. Il figlio, ormai ha preso il posto del padre. E si muove meglio del padre, perché non soltanto si dà da fare (molto bene) con quelli di «Lotta continua», ma tiene sotto controllo (sotto controllo?) anche le frange accalorate di «Autonomia», di cui divulga (su giornali e riviste) le idee più eversive, più deleterie.
Verso gli anni Ottanta, prende a languire lo slancio di «Lotta continua». Il giornale si spegne proprio mentre, negli Stati Uniti, appare la stella nuova, quella di Reagan. A questo punto, da parte di Cunningham junior non c’è nemmeno più la preoccupazione di nascondere quello che, effettivamente, rappresenta.
E Reagan, appena eletto presidente degli Stati Uniti, lo nomina responsabile del partito repubblicano in Europa. Per che cosa? Per l’informazione. Robert Hugh Cunningham diventa l’uomo più reazionario dell’équipe di Washington. Rambo tra i Rambo. Ed è ancora un giovanotto: ha appena superato i quaranta. Come i suoi coetanei di «Lotta continua», del resto. I quali adesso – con l’affare Calabresi – sono nelle grane. Alcuni, almeno.
Ma lo sapevano, quegli sprovveduti, con chi avevano a che fare?

Toni Capuozzo da Lotta Continua a Mediasetultima modifica: 2018-02-20T06:43:52+01:00da iskra2010
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