Per Rossana Rossanda è sempre colpa degli altri… e lei, con il gruppo de il manifesto, che ruolo ha avuto nel disastro della sinistra?

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

nell’articolo intervista alla Rossanda de il manifesto del 6 aprile 2018 la cofondatrice del gruppo politico e del giornale dice una cosa verissima: sintetizzando dice che l’azione politica fatta da Occhetto con la Bolognina è l’origine e causa di questa deriva a destra del nostro paese, e noi delle Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer per la ricostruzione del P.C.I. aggiungiamo che ciò è avvenuto:

con l’illegale congresso del 1991 di chiusura, tramite spaccatura del P.C.I. in Pds e Prc, dove venivano ratificate le accuse craxiane ai comunisti italiani di essere in sostanza come i revisionisti russi e dei paesi dell’Est Europa, cosa assolutamente non vera”.

Poi l’intervistata pone l’azione politica di Occhetto dentro un generale ritardo dei comunisti italiani e in generale della sinistra dovuta al veto di Stalin su un bilancio serio del leninismo alla fine della vita di Lenin.

Strano modo di ragionare quello della Rossanda: prima accusa Occhetto poi lo assolve perché la colpa arriva da lontano, da Stalin e forse, fa capire la nostra “intellettuale” addirittura da Lenin.

E questa accusa arriva proprio quando dagli archivi russi e americani escono le prove, grazie al paziente e lungo lavoro dello storico Grover Furr che nel suo libro Krusciov mentì. La prova che tutte le “rivelazioni” sui “crimini” di Stalin (e Beria) nel famigerato “Rapporto segreto” di Nikita Krusciov al XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica del 25 febbraio 1956, sono dimostrabilmente false. La Città del Sole 2016.

E se le prove di Krusciov contro Stalin sono false perché la Rossanda insiste?

La Rossanda deve sempre accusare chi portava i comunisti a vincere le battaglie contro i massocapitalisti. Mentre lei non ha mai sbagliato nulla e non si è mai fatta una seria autocritica.

E’ lo stesso schema di tutti quei gruppetti dell’estrema sinistra che accusavano la direzione comunista del P.C.I. e in particolar modo Enrico Berlinguer di revisionismo, il segretario che ha portato l’egemonia comunista in Italia a livelli impensabili sino a pochi anni prima, superando il 34 per cento di consensi.

Prassi anticomuniste da “sinistra” che li faceva diventare di fatto alleati politici della Dc, del Pli, del Pri, del Psdi, del Psi di Craxi e del fascistissimo Msi. Questi ipercritici collaterali a il manifesto erano i vari Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Antonio (Toni) Negri, Oreste Scalzone, Claudio Greppi, Franco Piperno, Alberto Magnaghi, Dario Dalmaviva, Franco Piro, Emilio Vesce, Franco (Bifo) Berardi, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Germano Maccari, Francesco (Pancho) Pardi, Lanfranco Pace, Paolo Mieli, Aldo Brandirali, Ugo Duse, Renato Curcio, Mario Moretti, Livio Maitan. “Intellettuali” funzionali all’anticomunismo atlantico Usa-Nato che quando hanno operato hanno prodotto guai e divisioni a tutta la sinistra del nostro paese.

Guai che perdurano ancora oggi a causa di teorie nichiliste diffuse a piene mani dagli anni Settanta in poi da il manifesto e dai vari gruppi collaterali: Lotta Continua, Potere Operaio, Autonomia, trotskisti e vari gruppi m-l, seguaci chi più e chi meno dei vari “cattivi maestri”.

Come non ricordare alla Rossanda la prima azione politica nichilista fatta dal gruppo de il Manifesto, presentarsi alle elezioni del maggio 1972, raggiungendo un misero 0,66 per cento, ma facendo disperdere quasi un milione di voti. Voti che potevano andare al P.C.I. mettendo in ulteriore difficoltà i padroni nostrani e i loro alleati atlantici.

Che dire poi delle posizioni de il manifesto e della Rossanda rispetto al caso Moro? Per tutto il periodo degli anni Settanta scrissero che le prime Br erano composte da fascisti provocatori capeggiati dall’infiltrato Renato Curcio; poi quando arrestano Curcio e Franceschini e al vertice Br arriva il fascista atlantico, iscritto all’Asan Giovane Italia, Mario Moretti, frequentatore degli ultra reazionari marchesi Casati Stampa di Soncino (i padroni della villa San Martino di Arcore, oggi posseduta dal piduista Berlusconi), quelli de il manifesto-Rossanda cambiano posizione e diventano i difensori della assoluta purezza brigatista facendo passare Mario Moretti nel famoso libro-intervista Brigate rosse. Una storia italiana scritto dalla prestigiosa firma del giornale “comunista” con Carla Mosca, per un proletario di estrazione comunista. Operazione di puro depistaggio atlantico oggi smentita da tutti i più seri ricercatori e storici che, lavorando sulle perizie, sulle indagini, sulle dichiarazioni dei testimoni oculari e sui lavori delle stesse Commissioni parlamentari, hanno smentito le falsità de il manifesto e della Rossanda su quella tragica vicenda.

Ma da dove deriva tutta questa prassi nichilista, che ormai ci ammorba la vita da mezzo secolo e che il gruppo de il manifesto gli ha fatto da supporto? Dall’aver confuso Nietzsche con Marx. Come spiega nel suo libro Jan Rehmann I NIETZSCHEANI DI SINISTRA – Foucault, Deleuze e il postmodernismo: una decostruzione. Odradek Edizioni – 

E tornando alla giusta critica a Occhetto, che la Rossanda doveva fare molti anni fa impedendo il golpe nel P.C.I. e oggi è fuori tempo massimo, essa va inquadrata come la più devastante operazione nichilista della storia occidentale forse superiore a quella condotta dal rinnegato Kautsky per i danni fatti nei confronti del proletariato sul lungo periodo.

Ma siamo sicuri che il ruolo de il manifesto-Rossanda e di chi ha pilotato Occhetto non siano coincidenti? Con il gruppo de il manifesto si inizia a mettere in discussione la più alta forma di democrazia politica possibile, il centralismo democratico, cosa che fanno Occhetto e i miglioristi, facendo saltare le regole contenute nello Statuto del Partito, con la Bolognina; sino a giungere, precedentemente, alle dimissioni “a sua insaputa” del segretario Alessandro Natta.

Forse anche in questo caso, come disse Moro, ci sono state delle convergenze parallele.

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Rossana Rossanda: «Non dobbiamo semplificare il nuovo caso italiano»

L’intervista. «Il dramma del risultato elettorale di marzo non è tanto nella separazione non nuova tra nord e sud. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata così totalmente a destra»

«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali».

Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda.

Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi?

Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione.

In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti.

Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese.

Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente.

È mancata una lettura della «società rancorosa», come diceva l’ultimo rapporto Censis? E’ la conseguenza di una visione dell’Europa subalterna alla logica monetaria e con il vincolo di bilancio finito in Costituzione?

Mantengo la tesi che proprio gli stessi dirigenti del partito comunista hanno mandato alle ortiche la tematica teorica e politica, sulla base della quale si sarebbe potuto fare, e si potrebbe ancora fare, una analisi effettiva dei processi che hanno investito l’Italia da ormai quasi un secolo.

Il risentimento espresso dal voto, come osserva già il Censis, si basa in parte anche su questa incapacità di analisi.

Dove ci sono sfruttamento e sofferenza dovrebbe esserci «rivolta» oppure costruzione di un’alternativa. Non ne vedo tracce consistenti in Italia Rossana Rossanda

Come pensi si possa rimettere al centro la lotta per e sul lavoro, di fronte a una così diffusa frantumazione del lavoro stesso (figure professionali difformi, geograficamente sparpagliate ma anche culturalmente e produttivamente isolate); con l’estensione del precariato ad ogni livello? Il proletariato così come l’abbiamo conosciuto non esiste più, eppure la sua diffusione nel mondo non è mai stata così grande. Come leggere questa disparità tra espansione numerica e azzeramento nella consapevolezza politica?

Non penso che una lotta per difesa del lavoro sia messa in difficoltà da una sua particolare frantumazione. Questa esiste, ma è poco più che fisiologica: si potrebbe ripartire, se ne se avesse la voglia, dalla crisi del fordismo e dalla analisi gramsciana della sua natura e fine.

Ci sono anche le analisi più recenti di Luciano Gallino, che sarebbero di grande utilità (e spiegherebbero anche alcuni ragioni di fondo dei flussi elettorali).

Insomma, la vecchia esclamazione di Brecht: «Compagni, ricordiamoci dei rapporti di produzione» si potrebbe e si dovrebbe realizzare ancora oggi. Ma dovremmo fare i conti con la liquidazione del marxismo avvenuta nell’ultimo mezzo secolo, e alla quale neanche il manifesto si è realmente opposto.

Luigi Pintor già all’inizio del 2003 scriveva che «la sinistra che abbiamo conosciuto non esiste più». Che cosa rimane di quello che ci ostiniamo a chiamare sinistra? Il riformismo antioperaio di Matteo Renzi (v. Jobs act) è davvero finito con il disastro del Pd? O il neoliberismo vive in altre dimensioni? Quanto quelle macerie impediscono la ricostruzione necessaria?

Le parole di Pintor valgono purtroppo ancor oggi: fra l’altro non credo che si possa definire riformismo anti operaio quello di Matteo Renzi, ammesso che la definizione abbia un senso.

Renzi ha semplicemente obbedito alla maggioranza liberista che ha investito l’Europa e ha trovato nella classe dirigente italiana soltanto degli accordi: basta pensare alle scelte di Marchionne sulla Fiat.

Perché in Italia non c’è una sinistra legata ai nuovi movimenti anticapitalistici, che abbia forza anche numerica e capacità di convinzione – fatte le debite differenze tra queste formazioni – come Podemos, Linke, Syriza?

Non mi pare che la nostra situazione sia analoga a quella che ha dato luogo a Podemos, alla ormai vecchia Linke e a Syriza. Una traccia interessante sarebbe un aggiornamento molto preciso della situazione economica italiana alla tematica proposta dall’Unione Europea.

I vincoli dell’Unione europea «reale» hanno ridotto i poteri e i processi democratici, di fatto cancellando spazi fondanti di democrazia e obiettivi di trasformazione sociale. L’Unione europea ridotta a sola moneta unica è ancora il campo per una democrazia avanzata e progressiva?

Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche.

Ne ho scritto qualcosa l’anno in cui ho lasciato il giornale. Credo proprio nel mese di settembre.

La caduta del Muro di Berlino più che un comunismo inesistente in Europa occidentale, ha aggredito una interpretazione di Keynes Rossana Rossanda

Trump è arrivato alla guida degli Stati uniti perché premiato dalla promessa populista del protezionismo. Ma «l’unica potenza rimasta» non lo è più, né economicamente né politicamente e rischia di assumere il primato di una ideologia di scontro, isolazionista e razzista. Che resta delle ragioni democratiche dall’Occidente neoliberista?

Per quanto riguarda la vittoria di Trump e la sua localizzazione, un buon libro mi sembra Populismo 2.0 di Marco Revelli. Il problema è pero che anche in Europa spunti populisti nascono dappertutto e non hanno la stessa origine. In modo particolare sono nati nell’Europa dell’Est, Cechia, Ungheria e Polonia, dove sembrano configurarsi come «sistemi».

Sarebbe interessante che il manifesto osservasse quali sono i loro temi principali, diversi da quelli degli Stati Uniti.

È possibile, con contenuti innovativi e per una possibile ricostruzione – a partire dall’analisi del 1989 – , insieme attivare movimenti intorno a nuovi temi di classe internazionali?

Sarebbe indispensabile un lungo lavoro comune, anche a livello internazionale, sulla evoluzione economica dell’Europa: per quanto riguarda Trump, non abbiamo granché da dire, e soprattutto mancano rapporti comuni con le posizioni del Partito democratico americano, molto diverso dalle posizioni europee.

In Italia si discute di un soggetto politico, dopo lo smacco elettorale e lo scarso risultato delle liste a sinistra, LeU e Potere al popolo. Anche alla luce della deriva dell’89, della fine Pci, della riduzione della politica a tecnicismi – per i quali l’affermazione del centrista Macron in Francia rappresenta forse l’ultimo significativo e vincente episodio – fino al protagonismo rottamatorio dell’era renziana anch’essa rottamata. Cosa pensi della discussione in corso?

La discussione mi pare inadeguata. Bisognerebbe iniziare dal fatto che il risultato elettorale non è stato inaspettato, bensì una logica conseguenza delle posizioni liquidazioniste del Partito Democratico e delle conseguenze della totale sparizione dei partiti socialisti.

L’affermazione di Macron in Francia è un semplice adeguamento alla scelta maggioritaria dell’Unione europea, e in particolare delle Cdu tedesca.

Dove stanno sfruttamento e sofferenza, dovrebbe esserci «rivolta» o almeno costruzione di una’alternativa.

Non ne vedo tracce consistenti in Italia: le posizioni più interessanti sono quelle di una parte del sindacato (la Fiom), ma il compito di un partito è diverso e politicamente molto più radicale.

Quanto a LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio di populismi o estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitarioRossana Rossanda

Quanto alle liste come LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato, dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio dei populismi o l’estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario.

E probabilmente questo esigerebbe anche un esame che non si è fatto sull’andamento dei cosiddetti «socialismi reali».

Si tratterebbe di fare quello che Stalin ha impedito, e cioè un bilancio serio del leninismo alla fine della vita di Lenin, nei tentativi teorici del conciliarismo, che in Italia hanno avuto un seguito soltanto dopo il 1972.

Insomma, non è possibile risparmiarsi un lavoro molto ravvicinato, che in Italia non è stato fatto nell’ultimo mezzo secolo.

In questo lavoro sarebbe da esaminare anche al di fuori di certe facilità «la linea togliattiana». Ricordo che con qualche esortazione ad andare in questa direzione non ho avuto fortuna neanche nel nostro giornale.

6 aprile 2018

Per Rossana Rossanda è sempre colpa degli altri… e lei, con il gruppo de il manifesto, che ruolo ha avuto nel disastro della sinistra?ultima modifica: 2018-04-12T05:00:58+02:00da iskra2010
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