Comunismo un bisogno politico oggettivo e proletario contro la barbarie

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

 

 

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

l’internazionalizzazione del massocapitalismo e la conseguente diffusione della sua egemonia ideologica produce nei fatti la distruzione dei confini politici delle nazioni. Qui sotto, nell’articolo riportato, un bell’esempio in tal senso.

Il nazionalismo e il micro-regionalismo, due politiche di matrice nazi-fascista, sono utilizzate da queste forze economiche e politiche sovranazionali al solo scopo di dividere le masse proletarie o in fase di proletarizzazione, impedendogli di prendere coscienza dei loro interessi reali e diventare un soggetto unitario di classe e soprattutto comunista.

Come affermavano Karl Marx e Friedrich Engels nel Manifesto del Partito Comunista: “La borghesia ha spogliato della loro aureola le professioni che fino ad allora erano considerate degne di onore e di rispetto. Essa ha fatto del medico, del giurista, del prete, del poeta, dello scienziato i suoi salariati”, e perché no dei presidenti o dei politici dei vari Stati?

Oggi, grazie alla internazionalizzazione del capitale, scopriamo che il presidente degli Usa potrebbe essere addirittura al servizio di multinazionali e banche d’affari che hanno la sede dei loro interessi in paesi diversi da quelli dove sono stati eletti. Stessa cosa vale per il presidente russo o i presidenti del Consiglio di turno tedesco, italiano, francese, inglese.

Sta in questa presa di coscienza di come stanno realmente le cose nel mondo che la proposta comunista diventa l’unica credibile. Siamo ormai nell’era della massima espansione della dittatura internazionale del massocapitalismo, dove la sua espansione ha distrutto ogni forma di democrazia , di partiti di massa, parlamenti e ogni forma di potere statale legato alla partecipazione popolare. La manipolazione e l’inganno sono le uniche vere pratiche dei partiti del Ventunesimo secolo.

Partiti artificiali sorgono e muoiono nel giro di pochi anni, con i loro pappagal-leader e chip nel cervello, manovrati dai pochi gruppi economici rimasti al vertice del potere mondiale e dai loro mezzi di disinformazione, fanno danni irrecuperabili in ogni angolo della Terra.

I massocapitalisti tutta questa schifezza la chiamano democrazia.

Ebbene noi comunisti davanti a questa deriva massocapitalista globale, osiamo formulare una proposta di berlingueriana memoria, L’Eurocomunismo, proprio per la sua lungimiranza e arrivata a noi grazie al carteggio del suo più stretto collaboratore Antonio Tatò:

«[…] l’eurocomunismo deve consistere in una strategia e in un movimento politico e sociale il più ampio possibile e il più unitario possibile: un movimento che, avendo compreso il si­gnificato liberante della Rivoluzione d’Ottobre e avendo com­preso anche la verità e la decisività del problema che affrontò la socialdemocrazia, col quale essa si misurò ma che non risolse e soccombette al capitalismo [sic], riesce a divenire oggi la for­za che, unica al mondo, osa realizzare il legame costante tra il mondo che è frutto della Rivoluzione d’Ottobre, il movimen­to operaio rimasto fuori dall’esperienza comunista (socialisti, socialdemocratici, cristiani) e tutte le forze rivoluzionarie, di liberazione, di progresso d’ogni parte del mondo. Di tutte le forze politiche sociali, cioè, che avendo compreso o venendo a comprendere la possibilità di uscire dal capitalismo per via de­mocratica (il che vuol dire la inscindibilità del rapporto demo­crazia-socialismo), possono dar vita a un grande blocco storico, nei singoli paesi e su scala mondiale, che ha l’intelligenza e la possanza di poter liquidare le posizioni conservatrici di ogni tipo.

Che un simile blocco storico debba esser promosso dal movi­mento operaio dell’Europa occidentale, come sostiene Berlin­guer, è innegabile ed è indubbio perché:

il capitalismo europeo costituisce uno dei punti più alti del sistema e, al tempo stesso, oggi è in una crisi radicale di stru­menti, di idee, di prospettive (di valori);

a differenza di quello americano e giapponese, il capitalismo europeo è stato “lavorato” al suo interno dalle lotte e dalle con­quiste sindacali e da un movimento operaio che ha il suo nerbo rivoluzionario nei partiti comunisti – ossia nei partiti che sono nati con la Rivoluzione d’Ottobre, che ne sono i figli ormai adulti e che ne comprendono la portata storica e attuale criticamente;

l’Europa occidentale (come dimostra il recente atteggiamen­to degli USA secondo cui c’è la possibilità di una guerra ter­mo-nucleare limitata al teatro europeo) rimane il piatto della bilancia che può spostare l’ago dell’equilibrio strategico a favo­re di un blocco o dell’altro; prospettiva per noi in entrambi i casi inaccettabile e da combattere perché la scelta sarebbe tra la piani­ficazione e il modello sovietico, se l’equilibrio si spostasse a fa­vore del Patto di Varsavia, e l’involuzione reazionaria e un nuovo fascismo, se l’equilibrio si spostasse a favore del Patto Atlantico;

l’Europa occidentale è il luogo dove i blocchi devono veni­re gradualmente superati, è la realtà che avrebbe più carte per promuovere la distensione e il disarmo perché è la più imme­diatamente e direttamente minacciata e colpita da un’eventuale deflagrazione bellica: e distensione, disarmo parallelo e supe­ramento dei blocchi sono la garanzia pregiudiziale e sine qua non, in campo internazionale, per poter evitare che il legame tra democrazia e socialismo si riduca a bella utopia. Un movimento operaio occidentale che si muove nella strategia e nella prospet­tiva dell’eurocomunismo per affermarsi e avanzare, dovrebbe a mio parere osservare oggi due condizioni fondamentali.

La prima condizione è quella di adoperarsi con tutti i modi [sic] e i mezzi possibili perché i paesi del socialismo finora rea­lizzato non si sfascino ma reggano fino a che nei paesi capitali­stici il movimento operaio europeo occidentale realizzi trasfor­mazioni che superino i meccanismi e le logiche del capitalismo nel mantenimento della democrazia. Se è essenziale all’affer­mazione dell’eurocomunismo e della terza via, cioè al proce­dere in avanti della terza fase, che non vengano spazzate via le conquiste e le posizioni raggiunte dal movimento operaio nella seconda fase; se è essenziale all’avanzata della nostra stessa prospettiva di un nuovo socialismo che i paesi del “socialismo reale” non crollino (e non si alteri quindi l’equilibrio strategico tra i due blocchi), ne consegue che una precisazione va fatta a proposito della condanna che noi abbiamo pronunciato contro alcuni di quei paesi. E cioè:

a) l’aver noi condannato il modo coattivo e repressivo con cui si intendono bloccare i momenti di crisi (economica, sociale, politica) delle società dove un socialismo si è finora realizzato, sta a significare che noi abbiamo inteso ribadire agli occhi dei popoli e di tutto il mondo la nostra convinzione che la via a una adeguata e piena realizzazione del socialismo passa obbliga­toriamente per il rispetto e il mantenimento delle regole e dei valori della democrazia;

b) le nostre condanne non mirano – anche se è stato ed è difficile evitare questo errore – a esercitare una interferenza, a operare un intervento (sia pure a parole) per appoggiare questa o quella parte o gruppo o istituzione di quei paesi, che la crisi è venuta divaricando e contrapponendo;

c) le nostre condanne non significano che riteniamo impossi­bili ulteriori passi avanti del socialismo fuori dalla sua afferma­zione nei punti più alti del capitalismo e quindi fuori del qua­dro democratico. L’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti, abbandonando i sospetti, le volontà di condanna e i tentativi di creare difficoltà al partito comunista italiano, comprendano invece e appoggino l’eurocomunismo come lo sbocco storico normale verso cui oggi va il processo della costruzione del so­cialismo, il cammino del movimento operaio rivoluzionario;

d) le nostre condanne non stanno a significare che noi abbia­mo la pretesa che la inscindibilità del rapporto tra democrazia e socialismo cominci ad affermarsi da oggi nell’Unione Sovie­tica e negli altri paesi dell’Est europeo e asiatico. Sappiamo fin troppo bene che tali paesi – fino a quando “i punti più alti” rimangono fortilizi, sia pure assediati, del capitalismo – posso­no garantire la propria esistenza e le loro conquiste unicamente attraverso una protezione autoritaria.

La seconda condizione è quella di puntare tutte le energie e compiere tutti gli sforzi perché l’eurocomunismo, da un lato, sappia mobilitare, fuori di ogni spirito settario, non solo la clas­se operaia e le masse lavoratrici ma tutte le forze democrati­che conseguenti (come si diceva una volta), conseguenti nel senso che sono decise, disponibili e pronte a combattere ogni involuzione di tipo fascista; e dall’altro lato sappia liquidando e battendo in anticipo ogni opportunismo – individuare e de­nunciare, isolare e sconfiggere sia quelle forze che, insinuando­si nell’ampio blocco storico di progresso che perseguiamo, vi manovrano dall’interno per rendere contraddittorio e difficolto­so il suo processo di formazione e di affermazione, sia quelle forze che soprattutto nella congiuntura attuale, tendono, per ac­cecamento anticomunista, a dare un’interpretazione disastrosa del rapporto democrazia-socialismo, quella che comporterebbe un ritorno all’indietro di oltre sessant’anni, ossia una ripresa da parte nostra delle pratiche della socialdemocrazia degli inizi del secolo e dei venti anni tra le due guerre, riportando così il movimento operaio a conoscere la medesima sconfitta del suo tentativo di superare il capitalismo che conobbe negli anni ’10 in Europa.[…]». (da Caro Berlinguer, pagg. 237-240).

Mi sembra un buon punto di partenza per una seria riflessione sul che fare.

Saluti comunisti

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Russiagate, processo alla lobby che usò Friedman e Prodi

Influenze – La rete di Paul Manafort per sostenere i filo-russi in Ucraina pagò il giornalista e arrivò all’ex-premier

di Stefano Feltri e Marco Lillo|

Ci sono due documenti dell’inchiesta nei confronti dell’ex capo della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort, che rendono impellente una risposta precisa da parte di Romano Prodi sulle sue relazioni coi sostenitori del fronte filo-russo in Ucraina. Prodi dovrebbe rispondere a quattro quesiti:

1) Quanti soldi ha incassato dall’ex cancelliere austriaco Gusenbauer?

2) Qual era la causale?

3) Come sono stati versati i soldi e su quale conto?

4) Prodi sapeva che il giornalista Alan Friedman era pagato per la sua attività in favore dell’Ucraina e perché gli faceva vedere i suoi articoli sul tema prima della pubblicazione?

Prodi percepisce una lauta pensione dall’Ue, come ex presidente, e gli spetta (anche se ha scritto due volte alla Camera per rifiutarlo) un vitalizio dal Parlamento italiano. Agli onori (anche economici) per le sue funzioni passate si devono accompagnare oneri di trasparenza.

Le domande sorgono dopo avere letto gli articoli della stampa (quasi solo estera) e i documenti dell’inchiesta del procuratore Usa Mueller nei confronti dell’uomo che nel 2016 ha guidato la campagna elettorale di Donald Trump. Il processo a Paul Manafort si è aperto ieri. Il giudice T.S. Ellis sa che deve tenersi alla larga da Trump e Putin nel processo ma non è detto che non si parli di Friedman e di Prodi.

Il processo non riguarda la campagna americana del 2016. Manafort rischia più di 300 anni per reati che vanno dal riciclaggio alla frode fiscale e bancaria. Tutte le accuse sono datate 2006-2015 e sono legate alle sue attività di lobbista per l’ex presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich, e per i partiti che lo sostenevano.

Nelle carte del processo, appare, anche se non è indicato per nome e non è indagato, il giornalista americano di nascita ma ormai italianizzato, professionalmente, Alan Friedman. La società di Friedman, FBC, avrebbe svolto un ruolo nell’attività di lobby di Manafort in favore dell’ex presidente filorusso. Secondo il Guardian, la FBC avrebbe siglato un contratto per peggiorare l’immagine della bionda rivale di Yanukovich: l’ex primo ministro Yulia Timoshenko dopo che Yanukovich aveva vinto le elezioni 2010. Sarebbe stato prodotto dalla FBC anche un video virale anti- Timoshenko.

La campagna sarebbe stata orchestrata da Manafort con fondi di oligarchi ucraini filorussi. E, sempre secondo l’accusa, Manafort avrebbe incassato circa 75 milioni di dollari per poi riciclarne negli Usa una trentina. Un paio di milioni di dollari sarebbero finiti invece lecitamente a importanti politici europei. Manafort e Friedman avrebbero creato un gruppo di pressione filo-ucraino, “gruppo di Hapsburg”. Il regista sarebbe stato l’ex cancelliere austriaco socialdemocratico Alfred Gusenbauer. Secondo Politico.eu, in un memo Friedman stesso avrebbe proposto di pagare 25 mila-30 mila euro al mese per questo suggerendo che i pagamenti agli altri politici (incluso Romano Prodi) sarebbero stati fatti da Gusenbauer “so as to be quite indirect” in modo da essere indiretti. Prodi ha ammesso di avere preso soldi da Gusenbauer ma non ha offerto dettagli sulla cifra e sulla precisa causale del pagamento né sui conti interessati. Probabilmente non ci sarà nulla da nascondere ma non si possono lasciare ombre una vicenda simile.

Anche perché sul New York Times del 30 luglio è apparso un altro episodio. Il 20 febbraio 2014 il New York Times pubblica un articolo a firma Romano Prodi: “Come salvare l’Ucraina”. Ora lo stesso New York Times, sulla base dei documenti presentati dal procuratore Mueller, ricostruisce i retroscena di quell’articolo. Friedman scrive a Prodi chiedendogli di “rivedere” (“please review”) l’articolo che sarebbe per il NYT. Friedman poi scrive a sua volta a Rick Gates, socio di Manafort, che Prodi qualche cambiamento “nell’ultima frase”. Una portavoce di Prodi spiega che l’articolo è stato scritto direttamente dall’ex premier che “al massimo può aver chiesto un aiuto a Friedman sulla forma, Friedman è stato soltanto l’intermediario con il giornale”. E Prodi non sapeva di essere usato da Friedman e Gates nelle loro operazioni di lobbying a favore del governo filo-russo di Kiev.

C’è però una stranezza, rivela oggi il cronista del New York Times Jason Horowitz: quando i redattori vogliono chiedere le evidenze a sostegno di alcune affermazioni, secondo una pratica di accurato fact checking, non scrivono nè a Friedman né a Prodi stesso, ma a Glenn Selig, presidente della Selig Multimedia. Selig era uomo di Gates, di cui poi diventerà portavoce. Nel gennaio 2018 è stato ucciso a Kabul dove si trovava per un progetto di contrasto all’estremismo “per un’agenzia governativa”, scrive il New York Times. Perché il giornale si rivolge a un personaggio così equivoco per correggere l’articolo a firma Prodi? La portavoce dell’ex premier oggi non sa spiegarlo, ma ribadisce che il professore ha scritto quell’articolo sostenendo le stesse posizioni di sempre e senza essere coinvolto in alcuna cospirazione. Resta il fatto che intorno a quell’articolo si affaccendano ben due uomini della galassia di Manafort, Selig e Friedman, quest’ultimo lautamente pagato proprio per sostenere la causa filo-russa mobilitando politici di livello come Prodi. Quanto al convegno con Gusenbauer, la portavoce specifica che l’attività convegnistica del professore “all’estero è di norma pagata, mentre in Italia non accetta compensi, e i ricavi sono regolarmente riportati in dichiarazione dei redditi”. Sull’Ucraina, nei suoi interventi, Prodi ha sempre sostenuto una posizione moderata: Kiev deve conservare legami con l’Ue ma senza andare allo scontro con Mosca.

 

1 agosto 2018

Comunismo un bisogno politico oggettivo e proletario contro la barbarieultima modifica: 2018-08-05T06:53:01+02:00da iskra2010
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