MAI CON LA FRANCIA DEI MASSOCAPITALISTI SEMPRE CON I PROLETARI FRANCESI

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

è cosa nota che la Libia, col suo petrolio di alta qualità faccia gola ai massocapitalisti che utilizzano il governo di Francia del loro presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, per continuare la loro politica coloniale in Africa, destabilizzando il paese a partire dall’uccisione, nel 2011, di Gheddafi.

Sotto riportiamo l’articolo de il Fatto Quotidiano che descrive l’azione della Francia in Libia.

Ma vorrei far presente alle nostre compagne e compagni alcuni fatti di molti anni fa che solitamente i media massocapitalisti mantengono separati per non farci capire nulla sulle vere ragioni che hanno prodotto nel nostro paese fatti gravi come la strage di Piazza Fontana, l’assassinio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta, l’uccisione di Gheddafi; e per chi lavoravano quindi i terroristi della Nato mascherati dietro ogni colorazione politica.

Andiamo con ordine: chi ha realmente messo al potere il 1 settembre 1969 Mu’ammar Muhammad Abu Minyar ‘Abd al-Salam al-Qadhdhafi, più conosciuto come Gheddafi? Vi sembrerà inverosimile ma siamo stati noi italiani.

Lo spiegano bene il giudice Rosario Priore con Giovanni Fasanella nel libro “Intrigo Internazionale”, pubblicato dalla casa editrice Chiarelettere nel 2010.

I fatti sono questi: dal 24 al 27 agosto 1969, un giovanissimo ufficiale dell’esercito libico si riunisce con i vertici dei servizi segreti italiani in un hotel di Abano Terme. In poco tempo viene congegnato un piano che consentirà il rovesciamento del regime di Idris I, Re della Libia, Califfo della Cirenaica e della Tripolitania. Il re libico infatti vorrebbe abdicare, ma la diatriba per l’eredità è lacerante, specie per questioni di conflitti tribali, a tutt’oggi fenomeno endemico della società libica.
Re Idris I è piuttosto filo-britannico, lo è fin dagli anni ‘20, e sempre in funzione anti-italiana. L’intelligence italiana, in un probabile tentativo di riguadagnare influenza nel cosiddetto mare nostrum, offre le sue arti nere per un cambio di regime nell’ex-colonia. Gli 007 di Roma vedono il possibile catalizzatore del golpe in un giovanissimo (27 anni) tenente dell’esercito libico. E’ vigoroso, ha l’aria ribalda e genuina,a vedere le vecchie foto non si può negare il fatto che si tratti di un uomo di fascino. Ha appena terminato degli studi in Inghilterra, ma è in una madrassa islamica che adolescente si è invaghito delle teorie panarabiste del presidente egiziano Nasser. Si chiama Muammar Abu Minyar al-Qadhdhafi. Viene da una tribù minoritaria del centro desertico del paese. E’ ambiziosissimo…
In quelle ore nella città dei fanghi, si discute tutto nei minimi dettagli. Ad Abano sono già decisi perfino i nomi dei ministri del futuro governo della Libia Repubblicana. Al golpe viene dato il nome di “Operazione Gerusalemme”. Alla luce di recenti chiacchiere sulle presunte origini ebraiche di Muammar (notizia mormorata dagli islamisti di Bengasi così come da alcune emittenti TV israeliane) il titolo della macchinazione assume una luce ancora più interessante”.

Ma re Idris era anche molto legato, oltre alla Gran Bretagna, agli Usa e alla Francia, che guarda caso hanno nelle loro private banche centrali le stesse famiglie di banchieri, come i Rothschild, grandi nemiche della politica energetica costruita da Enrico Mattei con l’Eni, ma anche della politica estera fatta da Aldo Moro, che in quel periodo ne era il continuatore, essendo ministro degli Esteri.

Sempre secondo Priore e Fasanella, Gheddafi sarebbe stato addestrato in Italia.

Cosa accadeva il 12 dicembre 1969, data dell’attentato di piazza Fontana? Era il giorno della chiusura della basi aeree inglesi in Cirenaica. E la Banca Nazionale dell’Agricoltura era l’istituto utilizzato per le transazioni commerciali tra l’Italia e la Libia di Gheddafi.

Coincidenze? Non credo proprio.

Pochi giorni prima, il 7 dicembre il settimanale inglese The Observer aveva pubblicato tramite il corrispondente da Atene, Leslie Finer, il progetto dei colonnelli greci di estendere, anche in Italia, il golpe fascista. La data prevista: il 14 dicembre ’69. Due giorni dopo la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano.

Possiamo dire che la maggioranza dei paesi europei interni alla Nato, con la supervisione Usa, erano tutti uniti contro l’Italia e la sua autonomia derivante dalla solidarietà antifascista nata nella Resistenza e dalla presenza del più avanzato e forte Partito Comunista occidentale, che facevano una politica estera che oggi ricorda quella fatta dai comunisti cinesi nel mondo. Una politica di vera cooperazione e sviluppo dei paesi del Terzo Mondo.

Questo era insopportabile per i massocapitalisti atlantici.

Non ci vuole molto a capire che un uomo come Aldo Moro, ai vertici del governo del nostro paese e che faceva una politica estera non completamente allineata alla Nato/Usa e metteva l’Italia, nei fatti, in linea con i paesi non allineati ricchi di materie prime, faceva del leader della Dc un bersaglio per i massocapitalisti. Guarda caso la centrale operativa del caso Moro, la finta scuola di lingue Hyperion situata in quai de la Tournelle 27 a Parigi, ha referenze di alta classe dalla potentissima fondazione “Georges Pompidou”, Afdas (Fonds d’assurance formation des activés du spectacle), Asfored (Centre de formation hétieres de l’edition), Agefos Pmi (Association pour la gestion du fonds d’assurance formation de salariés de petites e moyennes industries), Fafsa (Fonds d’assurance formation du personnel salarié des cabinets d’avocats), Chambre syndacale constructeurs d’automobiles, Societé moderne d’entreprise, Ceficem (Centre national d’études et de formation des industries de carriéres et materiaux de construction), IBM EUROPA, FIAT, TOTAL, EDF-GDF, Jedipa-Sodishuil, BANCA SUDAMERIS FRANCE, Compagnia Italiana del Turismo. Tutte queste referenze, del Ghota dei sindacati padronali francesi e di multinazionali operanti in Europa stava nella “democratica” Francia, come stavano sotto le ali protettrici del presidente “socialista” François Mitterrand, tutti i terroristi/Nato di casa nostra.

Quel Mitterrand che aveva un passato nella fascistissima Cagoule, chiamata ufficialmente Organisation secret d’action révolutionnaire nationale OSARN, l’organizzazione che aveva ucciso i fratelli Carlo e Nello Rosselli.

Saluti comunisti

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Parigi corsara del petrolio

L’Eliseo appoggia la Total per “rimpiazzare” l’Eni e vuole pieno potere nell’ex colonia di Roma per blindare i confini meridionali della sua area di influenza subsahariana

di Giampiero Gramaglia

Le dichiarazioni concilianti di queste ore sono cortine di fumo, dietro cui ci sono divergenze d’interessi e soprattutto d’ambizioni, specie, se non esclusivamente, tra Italia e Francia, almeno in campo occidentale – gli Usa vogliono solo restarne fuori. L’Italia vanta sulla Libia l’eredità coloniale, pesante, ma concreta; una presenza energetica importante con l’Eni; e legami istituzionali concretizzati nel Trattato di Bengasi del 2008 la cui attuale rilevanza politica e giuridica è discutibile, ma non è a priori nulla. Ma al primo posto c’è, in questo momento, la questione migranti: chi controlla le coste libiche controlla i flussi verso l’Italia.

Parigi, che si sente una sorta di tutore, o interlocutore privilegiato del Nord Africa, digerisce male il primato dell’Italia in Libia, gioca gli interessi della Total contro quelli Eni, non accetta l’idea, condivisa dagli americani, d’una ‘cabina di regia’ italiana per il Mediterraneo.

La guerra del 2011 anti-Gheddafi nasceva, in parte, dal desiderio di Sarkozy di rimpiazzare in Libia un’Italia ‘azzoppata’ dall’amicizia di Berlusconi per il Colonnello. L’azione di disturbo di Macron è in apparente contraddizione con l’interesse di sicurezza francese nei Paesi sub-sahariani, Ciad, Niger, Mali. L’Italia, sul finire del 2017, aveva dato un’eco positiva alle richieste francesi, accettando di trasferire in Niger una parte del suo contingente afghano – circa 500 uomini -, sempre con la missione di contrastare il terrorismo integralista.

Roberto Aliboni, dello Iai, forse il massimo esperto di Libia italiano, colloca quanto sta avvenendo “nel contesto del degrado politico complessivo che la Libia sta subendo”, escludendo che si tratti “di una pura e semplice guerra di bande criminali e mafiose”. Strada facendo, “il piano d’azione dell’Onu – osserva Aliboni – ha perso il processo di dialogo e ricomposizione politica che, tramite la Conferenza nazionale e il referendum sulla Costituzione, doveva fondare un forte consenso e una ritrovata coesione sociale”: sono rimaste solo le elezioni politiche.

Anche Macron punta al voto, ma sostituisce al processo dell’Onu “un traballante accordo di vertice fra i poteri in essere (Serraj a Tripoli, Haftar a Tobruk)”. Le elezioni di Macron sono viste in Libia come un modo per escludere più o meno legittimi protagonisti e per preparare la spartizione del potere fra i presenti alla conferenza di Parigi del 29 maggio, con la presidenza della Repubblica per il generale Haftar. Di qui, il risveglio dei conflitti e l’attacco a Tripoli: resta da vedere se si tratti di una mossa pro o contro Haftar, che è anche l’interlocutore privilegiato di Egitto e Russia.

A Macron, che chiedeva appoggio al suo piano, il governo italiano ha risposto che il problema “non è tanto fare le elezioni quanto preparare un consenso costituzionale che porti a elezioni credibili”. E l’Italia sta preparando, come indicato da Conte in visita a Washington il 30 luglio, una conferenza a Palermo cui saranno invitate tutte le parti libiche, quelle che erano a Parigi e, soprattutto, quelle che non c’erano. “La crisi – osserva Aliboni – rafforza le motivazioni politiche dell’iniziativa italiana ma ne rendono assai più difficile la realizzazione”.

Indire la conferenza, però, non basta. Bisogna arrivarci con una proposta, per rilanciare e riproporre il processo di coesione e consenso che Salamé non ha potuto o saputo realizzare. L’iniziativa – prevede Aliboni – avrà il sostegno di Onu e Usa e consensi in Europa specie tedeschi. Ma, per avere successo, ci vuole “un consenso europeo e quindi uno sforzo cooperativo verso la Francia (e non la canea anti-francese di queste ore)”.

5 settembre 2018

MAI CON LA FRANCIA DEI MASSOCAPITALISTI SEMPRE CON I PROLETARI FRANCESIultima modifica: 2018-09-09T06:55:35+02:00da iskra2010
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