Il furto di plusvalore prodotto dai lavoratori è alla base della proprietà privata dei mezzi di produzione

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

dalla lettura dell’articolo sotto riportato abbiamo un’ulteriore prova che la nostra analisi sulla natura criminale del sistema massocapitalista è sostanzialmente corretta.

Infatti, come noi, gli investigatori sostengono che il modus operativo della criminalità nigeriana e tipico di un’organizzazione “di tipo massonico e anche mafioso”, intreccio che ritroviamo in ogni paese capitalistico.

A fronte di simili inconfutabili fatti criminali, strettamente connessi con l’ideologia della proprietà privata, che si è evoluta nel tempo nell’attuale proprietà borghese dei mezzi di produzione e nelle corrispettive repubbliche democratico-formali, che non hanno disdegnato per i loro insani appetiti di praticare due guerre mondiali e proprio ieri, i massocapitalisti, hanno festeggiato la loro criminale vittoria nella prima “inutile strage”, noi comunisti dobbiamo anteporre il nostro progetto, basato sulla pace e la collaborazione tra i popoli e che ha un nome bellissimo e ricco di significato universale: Comunismo.

Saluti comunisti

Mafia nigeriana: da Palermo a Torino, dall’Europa agli Usa, i “culti” si fanno globali

Alla conquista di Ballarò – Gli scatti che pubblichiamo sono parte di un reportage fotografico di Francesco Bellina, che per Millennium ha raccontato la mappa e lo scontro tra i “culti” a Palermo

La più potente organizzazione criminale africana è presente in ottanta Paesi del mondo, anche a seguito dei flussi delle migrazioni. Controlla a colpi di machete traffico di droga, prostituzione e mercato delle truffe. La guerra tra le gang più potenti, Black Axe ed Eiye, è arrivata tra noi

di Mario Portanova

La rete criminale arriva in Piemonte, Lombardia, Veneto, Campania (area domiziana), Sicilia (Palermo, in particolare). Regola i conti con pestaggi e aggressioni a colpi di machete, asce, coltelli, bottiglie rotte. Sembrano volgari risse da strade, ma dietro si nasconde una mafia globale, che dalla Nigeria si è sparsa in ottanta Paesi, secondo l’Fbi, conquistando spesso il primato nel traffico di droga – dall’eroina alla cocaina al crack –, nello sfruttamento della prostituzione e nelle truffe economiche, anche ai danni di grandi aziende. E se le gang originarie del Paese più popolato dell’Africa (oltre 190 milioni di abitanti) sono ormai da decenni all’attenzione delle polizie di mezzo mondo – inclusa la nostra Direzione investigativa antimafia che ne ha tracciato la mappa – fino a questo momento la criminalità organizzata nigeriana ha avuto vita abbastanza facile in patria. Forte, come ogni mafia che si rispetti, di salde protezioni politiche.

“Hanno persone ai massimi livelli governativi che li sostengono sistematicamente, così riescono a sfuggire alle indagini e alle pene più severe quando vengono arrestati”, spiega al Fatto Eric Dumo, reporter di The Punch, uno dei più importanti quotidiani della Nigeria. Anzi, “molti politici assoldano questi gruppi per attaccare gli oppositori, specie nelle competizioni elettorali per le cariche più importanti”, continua. “E anche i criminali trasferiti in altri Paesi hanno appoggi che rendono più difficile un contrasto efficace alla reale minaccia che rappresentano”.

La criminalità nigeriana è reputata la più potente di tutto il Continente nero, favorita da livelli di corruzione storicamente elevatissimi (nel 2006 la Nigeria’s Economic and Financial Crime Commission stimò che dal 1960 i governi avevano rubato o sprecato 380 miliardi di dollari) e da un boom petrolifero che ha finito per stimolare il crimine più che il benessere della popolazione, come spiega nei suoi scritti Stephen Ellis, scomparso africanista della Vrije Universiteit di Amsterdam. Sull’onda della forte emigrazione dal Paese depredato, dagli anni Ottanta in avanti, il crimine organizzato nigeriano si è globalizzato, un po’ come era accaduto in passato alle italiche Cosa Nostra e ’ndrangheta.

Nel mare magnum dei gruppi svettano i “culti”, eredi delle confraternite universitarie nate negli anni Settanta, spesso su base religiosa, in particolare evangelico-pentecostale, ma con istanze marxiste e anticolonialiste. Ispirati dall’incolpevole poeta premio Nobel Wole Soyinka, i culti si sono man mano convertiti al crimine, trasformandosi in scontri sanguinosi fuori e dentro gli atenei. Molti giovani laureati, senza alcuna speranza di trovare un impiego adeguato, sono passati direttamente dalle aule ai reati da colletti bianchi: per questa via la criminalità nigeriana ha acquisito un’indiscussa leadership mondiale nelle truffe economiche, le famose 419 scam, dall’articolo del codice penale nigeriano, il 419, che le punisce. Prima con lettere cartacee, poi con l’avvento di Internet attraverso email con promesse di guadagni milionari che a tutti è capitato di ricevere, e che generano profitti milionari sulla pelle di chi ci casca.

I culti più potenti sono “i Black Axe – conosciuto anche come Neo-Black Movement of Africa – e gli Eiye, insieme ai Buccaneers e i Pirates”, afferma ancora Eric Dumo (il poeta Soyinka era affascinato da L’Isola del tesoro di Robert Stevenson, da qui i tanti nomi pirateschi). “Poi dozzine a livello locale. Anche nel Delta del Niger (dove opera l’Eni, ndr) ci sono gruppi spietati come Dey Bam, Dey Well, Highlanders…”. Uno dei culti, a scanso di equivoci, si è battezzato semplicemente “Mafia”.

Proprio i Black Axe – fondati all’Università di Benin City nel 1977 e diffusi in tutta la Nigeria – e gli Eiye – originari del Sud-Ovest del Paese e presenti anche nella capitale Lagos – sono i gruppi attivi in Italia, e non da oggi. Le prime condanne per associazione mafiosa risalgono al 2009, a opera del Tribunale di Brescia. A farne le spese furono gli Eiye, accusati soprattutto di tratta di giovanissime connazionali da impiegare nella prostituzione di strada. L’Italia è stato il primo Paese al mondo in cui la mafia nigeriana, già dagli anni Ottanta, ha sperimentato questo business. Un business sulla pelle di ragazzine delle famiglie più povere, generalmente originarie dell’area di Benin City. Le indagini dimostrarono un ferreo controllo sulla locale comunità di immigrati e svelarono la guerra in corso tra i due principali “culti”. Una guerra che sulle strade di Torino andava in scena già dal 2003. Tirando i fili di diversi episodi, i carabinieri capirono che la posta in gioco era il controllo dello spaccio, della prostituzione e degli affari della comunità nella città sabauda. Anche in questo caso, nel 2010 arrivarono le condanne per 416 bis per ben 36 imputati, per lo più Eiye: “mafiosità” confermata in Cassazione. E non fa differenza – scrissero i giudici – se quei gruppi “non intendevano estendere le loro influenze ai cittadini italiani, ma semplicemente nell’ambito della comunità nigeriana”. Sono proprio i connazionali le prime vittime dei “culti”.

Già dai primi anni 2000, le indagini sulla tratta a Castel Volturno (Caserta) svelarono l’accordo con la camorra, che riceveva un fitto, detto joint, per ogni porzione di marciapiede occupata dalle ragazze. Più recente è invece l’alleanza a Palermo tra Cosa Nostra e Black Axe, come racconta l’articolo nella pagina che segue, e che ilfattoquotidiano.it svelò per primo nel 2015.

Eiye e Black Axe, scrive la Dia nell’ultima relazione, sono caratterizzati “da una rigida struttura verticistica”, con “capi internazionali, nazionali e locali” che gestiscono autonomamente le attività illecite sui propri territori mantenendo però “contatti operativi con le strutture madri presenti in Nigeria”.

A livello globale, la mafia nigeriana sta diventando una vera protagonista del traffico di droga, forte di una rete che va dal Sudafrica al Brasile, all’India, agli Stati Uniti. Passando per l’Europa. Proprio l’Italia, insieme a Spagna e Regno Unito, è fra i nodi più importanti.

9 novembre 2018

Mafia nigeriana, iniziazione segreta e violenza: a Palermo parla il “Buscetta nero”

Mafia nigeriana, iniziazione segreta e violenza: a Palermo parla il “Buscetta nero”. Su FqMillenniuM in edicola

di GIUSEPPE PIPITONE

Sette candele a terra, per disegnare una bara. Un tempio con al centro un’ascia e una coppa colma di liquido – una bevanda a base di droghe come erba, noce di cola, foglia di zobo, pepe di alligatore, panadol – che sarà bevuto, al cospetto del Priest, dai cosiddetti ignoranti. “Sono quelli che aspirano a essere affiliati. Vengono picchiati da quattro saggi che li frustano con il keboko, mentre percorrono in ginocchio un tragitto chiamato Slave Trade”, la tratta degli schiavi. Non è l’iniziazione a una loggia massonica. È il rito di affiliazione della mafia nigeriana. Un rituale antico ma che si ripete continuamente, in gran segreto. E non solo in Africa. A raccontare questo, come tanto altro, è Austine Johnbull: ed è il primo pentito della mafia nigeriana, in Italia.

Ha iniziato a collaborare con il pm di Palermo Gaspare Spedale alla fine del 2016: da allora ha riempito centinaia di pagine di verbali, che il nuovo Fq MillenniuM pubblica in esclusiva. Ha fatto nomi e cognomi. Ha indicato gli infami. Ha detto chi sono i capi e i sottocapi. Ha ricostruito riti d’affiliazione quasi mistici e più concreti affari di droga. Ha confessato di aver giurato sul suo stesso sangue, quello delle mani, che gli hanno inciso da palmo a palmo. “Se qualcuno nega le mie affermazioni, io posso guardargli le mani: se ha una linea, come la mia, sta mentendo”.

“Non voglio più essere contro lo Stato ed è meglio collaborare”: sono le prime parole pronunciate da quello che è diventato a tutti gli effetti il Tommaso Buscetta nero. Per spiegare l’importanza delle sue dichiarazioni – che hanno portato alle prime condanne emesse a Palermo per una mafia straniera – i giudici citano la descrizione che Giovanni Falcone fece del boss dei due mondi: “Un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti”. Buscetta ha confermato l’esistenza di Cosa nostra, la sua composizione e il suo coinvolgimento dietro a mattanze e omicidi eccellenti. Johnbull ha spiegato che pestaggi e assassinii tra i suoi connazionali sono qualcosa di diverso da semplici risse finite male. Ha svelato che dalla Nigeria si sta espandendo in tutto il mondo una nuova mafia. Anzi più di una: c’è l’odiata Supreme Eiye, l’organizzazione più antica e più numerosa. Ci sono i Vikings. E poi c’è quella a cui apparteneva Johnbull: Black Axe, l’ascia nera, la più potente e pericolosa. “Per ognuno dei nostri che ammazzano, ci vendichiamo uccidendone 10-15 degli altri. Se ne assassinano uno in Nigeria, poi, è guerra totale”.

Per gli investigatori, si tratta di un’organizzazione “di tipo massonico e anche mafioso”, strutturata come “uno Stato confederato con ramificazioni in tutto il mondo”. Se agli inizi del Novecento Cosa Nostra e ’ndrangheta sono sbarcate negli Stati Uniti seguendo l’espansione di siciliani e calabresi, oggi anche la mafia nigeriana ha esteso i suoi tentacoli negli altri continenti parallelamente ai flussi migratori.

In Italia la Black Axe è presente da prima che Johnbull – nome in codice Ewosa, 34 anni – arrivasse da Benin City nel 2009. Ma in quegli anni dalla Nigeria era arrivato l’ordine di mettere “in sonno” l’organizzazione. Dopo le prime condanne emesse nel capoluogo piemontese a seguito di una serie di regolamenti di conti tra Black Axe ed Eye, “il presidente internazionale di Black Axe ha detto – racconta Johnbull – che quello che è successo al Nord, a Torino, a Padova, negli anni 2005-2006, non deve più esistere”. Questo almeno fino al 2010, quando entra in scena Sixco, nome di battaglia di Osalumaghal Uwagboe. Per Johnbull è lui il “Capo dei capi” della mafia nigeriana. Ed è lui che riorganizza Black Axe in Italia. È il 7 luglio 2013: a Verona, Sixco convoca la festa nazionale dell’organizzazione. “Lì c’era gente che arrivava da tutte le città”, dice il pentito. E a quel punto inizia la liturgia. Gli aspiranti Black Axe vengono picchiati, feriti, umiliati con uno sputo in faccia prima di presentarsi al cospetto del “Capo dei capi”. Ora non sono più uomini come gli altri: sono mafiosi, mafiosi nigeriani. Nel Paese inventore delle mafie.

9 novembre 2018

Il furto di plusvalore prodotto dai lavoratori è alla base della proprietà privata dei mezzi di produzioneultima modifica: 2018-11-13T06:47:54+01:00da iskra2010
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