Approfittiamo delle debolezze della “tigre di carta”

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

vi riportiamo un’interessante analisi di Fabio Scacciavillani sui rapporti di forza esistenti oggi tra l’imperialismo angloamericano e la Cina.

L’analisi di Scacciavillani mette in evidenza le debolezze planetarie della “tigre di carta” Usa, da cui se non ci sganciamo rapidamente come Europa, siamo destinati a fare una brutta fine.

Ma senza un programma eurocomunista guidato da una classe operaia europea, attiva e consapevole del suo ruolo sociale e storico e, con alla testa un vero Partito Comunista, è impossibile uscire positivamente dalla crisi.

Per queste ragioni bisogna approfittare di questa relativa debolezza imperialista e rapidamente ricostruire il P.C.I. di Gramsci-Togliatti-Longo e Berlinguer.

Chi non lavora alacremente a questo progetto, contenuto nelle nostre tesi, partendo dalla ricostruzione su tutto il territorio nazionale delle Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer, per giungere all’assemblea nazionale che deve promuovere tesi e programma del ricostituendo P.C.I. è nei fatti corresponsabile della vittoria della reazione che i massocapitalisti hanno già messo in movimento.

Saluti comunisti

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Il vero pericolo della guerra di Trump contro la Cina

Il presidente usa i dazi per spostare i rapporti commerciali globali che servono alle imprese Usa dall’Asia verso Paesi amici tipo Canada, Messico, Gran Bretagna. Ma questo sta sconvolgendo i fragili equilibri della globalizzazione

di Fabio Scacciavillani

Sin dall’immediato dopoguerra tre aree di policy che fissano i cardini dei rapporti internazionali furono separate in compartimenti (quasi) stagni: a) le decisioni geo-strategiche, dai trattati sugli armamenti alla suddivisione delle aree di influenza; b) la politica monetaria e i sistemi di pagamento internazionali; c) i trattati commerciali multilaterali e gli standard internazionali. Le prime si fondavano esclusivamente sugli eserciti, gli arsenali e le capacità d’intervento militare nei vari scacchieri. La politica monetaria veniva determinata dell’economia nazionale. La politica commerciale puntava a stimolare la concorrenza e a integrare le catene del valore mondiale.

L’ascesa di Donald Trump ha costituito per questo costrutto pluridecennale un imprevedibile elemento dirompente come il “Mulo” nel ciclo delle Fondazioni di Isaac Asimov. La ripercussione più vistosa di questa biforcazione della Storia è stata proprio la contaminazione tra le tre aree di policy.

La politica commerciale viene brandita dall’amministrazione Usa come arma nella contesa geopolitica con la Cina, nel contenimento delle ambizioni della Russia di Vladimir Putin e, in modo meno urticante e plateale, nella ridefinizione dei rapporti con l’Unione europea e persino in seno alla Nato.

Ma lo scompiglio trumpiano in realtà origina da una debolezza e quindi da un’emergenza epocale, grossolanamente celate sotto una retorica aggressiva. Dopo l’implosione dell’Urss, la globalizzazione era stata concepita, perseguita e presentata come un processo che avrebbe solidificato l’egemonia americana in un mondo sgombro da rivali di peso. Un’America convinta di essere l’unica superpotenza poteva permettersi magnanimità nei trattati commerciali. Effimeri sacrifici sarebbero stati ripagati da vantaggi sostanziosi nel consolidamento dei pilastri su cui fondare il predominio Usa, ad esempio la finanza e le tecnologie avanzate. Invece la gloablizzazione ha finito per apportare vantaggi colossali ai paesi emergenti, in specie alla Cina, erodendo il primato americano. Inaspettatamente l’Impero di Mezzo da paese povero e arretrato è assurto al ruolo di potenziale rivale, spesso grazie a furti senza scupoli di proprietà intellettuale e tecnologia occidentale. Il predominio americano nei settori del futuro dall’intelligenza artificale, alle biotecnologie, dai supercomputer ai veicoli senza conducente non è più assicurato.

L’allarme rosso è scattato in quello che una volta veniva definitoil “complesso militare-industriale”, cioè il misto di interessi economici e ubbie di generali (e burocrati), che influenza scelte cruciali del sistema paese. In sostanza a Washington è maturata la convinzione che la Cina abbia imboccato una traiettoria che minaccia la sicurezza americana. Pertanto la raffica di dazi non mira semplicemente a ribilanciare il deficit commerciale, ma punta ad un obiettivo più drastico: distruggere l’integrazione della catena del valore tra Usa e Cina per spostarla in paesi amici, di trascurabile peso geostrategico tipo Canada, Messico, UK post Brexit, piccoli paesi sudamericani. Insomma erigere un muro protezionistico per separare il mondo in due aree economiche e svigorire la Cina.

Però la furia deglobalizzatrice investe la politica monetaria perché i dazi rinfocolano l’inflazione. La Federal Reserve, la banca centrale americana, si vedrebbe costretta a rialzare i tassi facendo apprezzare il dollaro ed entrando in rotta di collisione con i desiderata di Trump il quale ha già esecrato la stretta monetaria in corso. Dal canto suo, la Cina ha risposto ai dazi con una manovra difensiva orchestrata dalla sua banca centrale: una svalutazione dello yuan che ha stemperato gli effetti del neo-protezionismo (infatti il deficit commerciale non è stato scalfito).

Quando si frantumano equilibri e prassi consolidate gli smottamenti sono incontrollabili e producono risultati clamorosi. Le mosse di Trump hanno favorito un’impensabile luna di miele tra Giappone e Cina, da secoli intrisi di ostilità. L’incontro tra il premier giapponese Shinzo Abe e il presidente cinese Xi Jinping il mese scorso ha aperto la strada ad un trattato commerciale tra i giganti asiatici. In pratica la Trans-Pacific Partnership (Tpp) potrebbe essere riesumata con l’ingresso della Cina. Paradossalmente il trattato di libero scambio, concepito da Barack Obama per contenere le ambizioni di Pechino – e immediatamente rinnegato da Trump – coronerebbe la potenza economica della Cina. Addirittura si ventila di inglobare l’Ue in un mega-Tpp che isolerebbe gli Usa.

Dulcis in fundo, il defict di bilancia dei pagamenti ha un corrispettivo che i mercantilisti ignorano: il Paese esportatore inevitabilmente concede prestiti all’importatore. Infatti Cina e Giappone costituiscono gigantesche carte di credito per i consumatori americani attraverso l’acquisto dei titoli del governo Usa. Con un deficit pubblico alle stelle, senza i capitali asiatici, i tassi di interesse americani sarebbero destinati a impennarsi con effetto depressivo sulla crescita e sulla montagna di bond in circolazione. Donald J. Trump, in arte Pandora.

12 novembre 2018

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Video: Mosca e Pechino: “Bye bye amato dollaro”

Approfittiamo delle debolezze della “tigre di carta”ultima modifica: 2018-11-14T05:52:15+01:00da iskra2010
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