Caso Orlandi… e la storia del padrone di Villa Giorgina

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

stando all’articolo de La Stampa, allegato e alla prova del DNA, le ossa trovate a Villa Giorgina a Roma non sono di Emanuela Orlandi e neppure di Mirella Gregori ma di una persona morta, non si sa come e perché è stata sepolta in quel luogo, la sede della Nunziatura Apostolica in Italia, cioè l’ambasciata del Vaticano.

Davanti a simili fatti sorge logica una domande: ma in Vaticano e nelle sue ambasciate i cadaveri spuntano come funghi a ricordo del periodo passato nelle catacombe?

La villa fu costruita nel 1920 dal ricco imprenditore – fascista dal 1925 – ed ebreo torinese Isaia Levi e dedicata alla figlia Giorgina.

Nel 1949, alla morte del capitalista fascista, la villa e il patrimonio indovinate a chi va? Direttamente al papa anticomunista Pio XII.

Come si vede dal testamento del Levi, tra padroni, l’unità di classe fa superare anche le differenze religiose.

Per comprendere meglio la figura di Isaia Levi allego l’interessante biografia tratta dal Dizionario biografico della Treccani:

LEVI, Abramo Giacobbe Isaia (noto come Isaia). – Nacque a Torino il 20 nov. 1863 da Donato e da Marianna Debenedetti, terzo di sei fratelli.

Destinato a succedere al padre nella gestione dell’azienda di tessuti da questo fondata nel 1865 e denominata, dal 1887, Donato Levi e figli, il L. ebbe modo di studiare in Germania, interessandosi in particolare al settore di attività della ditta di famiglia (la produzione di tessuti), ma anche alla gestione dei grandi magazzini per lo smercio delle confezioni. Fu questo l’indirizzo che dette all’impresa paterna, quando, rientrato in patria, prese a dedicarvisi con impegno: in un momento di grande ascesa del tessile tale politica aziendale ottenne notevoli successi e la ditta ebbe modo di prosperare grazie quasi soltanto all’autofinanziamento, costituendo inoltre un consistente patrimonio immobiliare.

Per i primi anni del Novecento il L. – che nel 1902 aveva sposato a Firenze Nella Coen, figlia di Achille, professore di storia all’Università di Firenze, e sorella di Luisa, a sua volta moglie di Federigo Enriques, matematico, epistemologo, figura centrale della cultura italiana dell’epoca – preferì dedicarsi quasi esclusivamente al consolidamento della ditta. La prima guerra mondiale rappresentò un’occasione per incrementare le sue risorse finanziarie ma, soprattutto, per intrecciare una fitta rete di nuove utili relazioni che gli permisero di ampliare il suo giro di affari e di interessi industriali.

Nel 1922, attraverso G. Bianchini, direttore generale dell’Associazione bancaria italiana (ABI), ottenne dal Consorzio per la sovvenzione sui valori industriali un credito di 3 milioni di lire, poi ulteriormente incrementato; su quella base la ditta, oramai proprietaria di numerosi stabilimenti in varie parti d’Italia, fu convertita nel gennaio 1925 in società per azioni – presidente il L., vicepresidente l’industriale laniero biellese G. Rivetti – con un capitale sociale portato, dopo soli due mesi, da 7 a 38 milioni. Nel 1921, in stretta collaborazione con il Banco di sconto era stata costituita a Milano la s.a. Magazzini al Duomo per la vendita all’ingrosso e al dettaglio di tessili, cui si aggiunse, sempre sotto il diretto controllo del L., la s.a. SPERA Unione cooperativa abbigliamento, destinata allo smercio su larga scala di un’ampia gamma di prodotti per l’abbigliamento.

Il L. – rischiando nei settori, sino ad allora poco frequentati, delle confezioni e della grande distribuzione – seppe valorizzare, modernizzandola, l’attività che il padre aveva avviato mettendo a frutto, a sua volta, le risorse, le competenze, le relazioni e le opportunità accessibili a un intraprendente ebreo piemontese da poco emancipato.

Contemporaneamente, il L. allargava il campo dei suoi interessi realizzando una serie di partecipazioni a società attive in differenti settori: cinematografico (s.a. Rodolfi Film, Fest s.a. cinematografica); elettrico (s.a. Elettrica Alta Italia); della gomma (SALGA); bancario (Banca nazionale di credito e, dalla fine degli anni Venti, Cassa di risparmio di Torino).

Nel 1921 il L. era stato nominato commendatore, nel 1924 grand’ufficiale e cavaliere del lavoro; in questi anni la sua piena integrazione, ad alto livello, nell’universo economico nazionale era stata favorita, e insieme aveva determinato, un fattivo rapporto con le autorità politiche, concretatosi con l’iscrizione al Partito nazionale fascista (PNF) nel 1925, e, soprattutto, con un ulteriore ampliamento della rete di relazioni finalizzate a creare sempre nuove occasioni di iniziativa imprenditoriale.

Il L. raggiunse il culmine della sua carriera di industriale nella prima metà degli anni Trenta. Pur nell’ambito di una logica funzionale all’incremento dell’attività principale nel settore tessile, egli aveva saputo diversificare ed estendere i propri interessi, come già accennato, al settore bancario e ad altri ambiti più o meno collaterali. Nel corso degli anni Trenta il L. proseguì la sua attività su più fronti secondo tre principali direzioni di impegno, la prima delle quali fu quella di continuare a intervenire comunque laddove si delineasse un’occasione che prometteva di essere redditizia.

Così avvenne, per esempio, sia nel caso della partecipazione al consiglio di amministrazione dell’Ansaldo dopo la riprivatizzazione dell’azienda ligure nel 1925 (si noti che all’epoca il L. figurava membro di altri 15 consigli d’amministrazione, cfr. Storia dell’Ansaldo, a cura di G. De Rosa, Roma-Bari 1998, V, p. 212), sia nel successivo impegno nella Società Aurora per la produzione di penne stilografiche.

Altro elemento qualificante fu la persistente attenzione al settore immobiliare, concepito sia come luogo privilegiato di investimento e reddito, dove poter consolidare consistenti riserve, sia come soggetto primario di attività produttiva (il L. partecipò ai lavori per la ricostruzione di via Roma a Torino). Infine, particolarmente significativa fu la presenza in campo editoriale, terreno tradizionale di iniziativa per molti imprenditori, come il L., di origini ebraiche, e, contemporaneamente, luogo privilegiato di utile contiguità con il potere fascista. Il L. ebbe partecipazioni nella Società editrice torinese e nella s.a. La Nuova Antologia editrice, ma l’episodio di maggiore rilievo in questo settore fu il salvataggio della casa editrice Zanichelli, operato nel 1930.

Il 22 giugno 1930 venne raggiunto l’accordo fra F. De Morsier, presidente e amministratore delegato della vecchia e gloriosa editrice bolognese, in sofferenza da alcuni anni, e il Levi. Nella trattativa ebbe sicuramente un ruolo decisivo il cognato del L., Federigo Enriques, già azionista della casa editrice e determinante nell’indirizzarne le scelte culturali. Il L. sottoscrisse il pacchetto di maggioranza (254.306) delle nuove azioni immesse sul mercato e fu nominato presidente del consiglio di amministrazione (in cui figurava come suo fiduciario Gabriele Lattes); il programma di risanamento prevedeva l’ulteriore potenziamento dei settori tradizionale dell’azienda: lo scolastico e lo scientifico; la casa editrice si allineò ulteriormente alle direttive del regime sia sul piano culturale, sia su quello aziendale (il L. applicò immediatamente l’adeguamento dei prezzi al valore della moneta – la famigerata “quota 90 fascista” – agli stipendi del personale che furono decurtati del 10 %).

Senza dubbio il salvataggio della Zanichelli contribuì a favorire la nomina del L. a senatore nel 1933, ma contò soprattutto il suo eccezionale profilo economico – nel 1931 il suo reddito netto calcolato per l’imposta personale complementare ammontava a poco meno di 130 milioni. D’altro canto, trasferitosi definitivamente a Roma, il L. non prese mai parte attiva ai lavori dell’aula.

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Caso Orlandi, l’analisi del Dna rivela che le ossa trovate in Nunziatura sono di un uomo

Edoardo Izzo

Le ossa ritrovate a Villa Giorgina, nella Capitale, non sono né di Emanuela Orlandi né di Mirella Gregori. L’analisi ufficiale dei reperti, infatti, esclude che le ossa siano di una persona vissuta negli anni 80’, ma dovrebbero appartenere a una persona sicuramente morta prima del 1964. È una verità che La Stampa aveva anticipato due giorni fa. L’esito degli accertamenti è arrivato dal laboratorio di Caserta e, spiegano gli inquirenti, «le persone nate prima del 1963 hanno segni inequivocabili e gli esami su radio e calotta cranica hanno un contenuto di Carbonio 14 tale che la persona sarebbe morta prima del 63’».

Non solo. Gli inquirenti specificano che le ossa potrebbero essere anche molto più vecchie. Non solo. Il laboratorio della Scientifica ha tirato fuori il Dna sul radio e le ossa appartengono a un uomo. Gli accertamenti dei poliziotti della Squadra Mobile e della polizia Scientifica, coordinati dalla procura di Roma, proseguiranno comunque nelle prossime settimane. L’obbiettivo è quello di dare un nome ai resti ossei ritrovati.

L’indagine della polizia di stato è coordinata dal procuratore aggiunto, Francesco Caporale, e dal pm, Francesco Dall’Olio che hanno aperto un fascicolo di indagine con ipotesi di reato: omicidio. Le ossa furono ritrovate il 30 ottobre scorso sotto un pavimento nella sede della Nunziatura Apostolica di via Po, a Roma.

23/11/2018

Caso Orlandi… e la storia del padrone di Villa Giorginaultima modifica: 2018-11-26T06:06:51+01:00da iskra2010
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