Ma il massone e regista Giorgio Napolitano* di tutto questo non sa nulla?

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

L’articolo sotto riportato dimostra che quando le cariche dello Stato, come Giorgio Napolitano, e i partiti sono espressione della dittatura internazionale dei massocapitalisti, le stragi, i depistaggi a favore del loro sistema mafioso e il terrorismo, sono e saranno all’ordine del giorno.

Tutto questo potrà finire, nel nostro paese, solo con un cambiamento radicale dei rapporti di potere tra le classi, ovvero quando i lavoratori, i veri e unici produttori della ricchezza, decideranno di far applicare in modo risoluto gli articoli 41, 42 e 43 della nostra Costituzione.

Questi fenomeni sono legati alle logiche criminali del capitalismo e progressivamente spariranno se si farà sparire lo sfruttamento dei lavoratori, eliminando così la disoccupazione endemica, con una reale eguaglianza tra i cittadini, un diffuso benessere e una più accurata formazione culturale delle persone, una corretta e autogestita informazione mediatica, una ripristinata democrazia basata sul proporzionale puro, una rinata partecipazione politica grazie alla ricostruzione di partiti di massa radicati sul territorio.

Quindi avendo la possibilità, a differenza di oggi, di eleggere politici scelti in base alle reali esigenze del nostro popolo, e avere persone nelle istituzioni e negli apparati dello Stato, come le forze dell’ordine e la magistratura, in linea con i valori antifascisti e quindi anticriminali della Costituzione.

Saluti comunisti

* [nome inserito nel libro Massoni – Società a responsabilità illimitata – La scoperta delle Ur-Lodges scritto dal massone Gioele Magaldi ed. chiarelettere]

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Il Sisde depistò le indagini su via D’Amelio: è una certezza”

La strage del 19 luglio 1992 – l’Antistato. Lo scrive Commissione Antimafia siciliana, la prima Istituzione a dirlo chiaramente

di Marco Lillo

Il ruolo del servizio segreto italiano nel depistaggio dell’inchiesta sull’uccisione di Paolo Borsellino e dei cinque componenti della sua scorta non è un sospetto ma una certezza. Questa è la conclusione principale della relazione sul depistaggio dell’indagine sulla strage di via D’Amelio presentata ieri dal presidente della Commissione Antimafia regionale della Sicilia Claudio Fava.

La Commissione arriva a scrivere nero su bianco una frase così: “È certo il ruolo che il SISDE ebbe nell’immediata manomissione del luogo dell’esplosione e nell’altrettanto immediata incursione nelle indagini della Procura di Caltanissetta, procurando le prime note investigative che contribuiranno a orientare le ricerche della verità in una direzione sbagliata”. Ed è la prima volta che una Commissione bacchetta così i magistrati: “certo è il contributo di reticenza che offrirono a garanzia del depistaggio – consapevolmente o inconsapevolmente – non pochi soggetti tra i ranghi della magistratura, delle forze di polizia e delle istituzioni nelle loro funzioni apicali”. Infine c’è l’individuazione di una mano sola dietro stragi e depistaggi, una mano che non può essere solo mafiosa: “’menti raffinatissime’ (…) si affiancarono alla manovalanza di Cosa Nostra sia nell’organizzazione della strage, sia contribuendo al successivo depistaggio”. Talvolta le conclusioni possono essere discutibili ma i fatti al centro degli accertamenti sono importanti.

Napolitano e lo 007

La Commissione tra l’altro annota “l’attenzione che sulle sorti della detenzione di Bruno Contrada manifesteranno, negli anni successivi, altissime cariche dello Stato”. La storia risale al Natale del 2007 e l’ha raccontata alla Commissione Angelica Di Giovanni, allora presidente del Tribunale di Sorveglianza di Santa Maria Capua a Vetere che si doveva pronunciare sull’istanza di differimento pena presentata dall’allora detenuto Bruno Contrada. Il presidente Giorgio Napolitano pensava in quel periodo di concedere la grazia all’agente dei servizi, entrato in carcere a maggio del 2007. L’allora consigliere giuridico del presidente Napoliano, Loris D’Ambrosio, prima telefona e poi scrive una nota alla Di Giovanni che racconta: “arriva in ufficio, datata 24 dicembre, una nota ufficiale in cui mi dice ‘Angelica, ti scrivo su incarico del Presidente della Repubblica se puoi anticipare l’udienza”. La dottoressa Di Giovanni allega la lettera al fascicolo e risponde picche. “Però la cosa non finisce lì”, prosegue il racconto, “il 31 dicembre sera mi telefona Carlo Visconti che allora era il segretario del Consiglio Superiore della Magistratura presieduto da Nicola Mancino e mi dice ‘Angelica, tu hai Contrada’, dico ‘vabbe’, questa storia sta diventando… già mi ha chiamato Loris’,”. L’azione era concertata: “sì ma io ho sentito Loris, perciò ti sto chiamando”. Contrada non ottiene nulla. Dopo “una decina di rigetti di domande” il differimento della pena arriva “soltanto il 27 luglio del 2008”. Il magistrato chiosa: “Tutti e due mi parlano in forma ufficiale e quindi credo che è come se volessero dare dei segnali”.

Va detto però che poi la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dato ragione a Contrada prima sulla questione dell’incompatibilità della detenzione con il suo stato di salute e poi ha annullato la sentenza di condanna nei suoi confronti perché il concorso esterno era frutto di un’interpretazione poco chiara all’epoca dei fatti.

Il mago La Barbera

Tornando alle indagini sulla strage Borsellino, uno degli elementi forti per sostenere che ci sia stato un depistaggio programmato è la preveggenza sospetta. “L’ufficio diretto da La Barbera – scrive la Commissione – dispone un sopralluogo delegato alla Polizia Scientifica di Palermo – presso la carrozzeria di Giuseppe Orofino già alle 11 del lunedì 20 luglio 1992”. Si chiede la Commissione “come faceva La Barbera a conoscere il modello di auto prima ancora che in via D’Amelio si recuperasse il bocco motore della 126?”. Forse “qualcuno informò il capo della squadra mobile di Palermo e quegli elementi (l’auto, la targa, il furto…) erano, come dire, già noti per altre vie agli investigatori?”.

I tre confronti

La Commissione ha scritto parole dure sui magistrati. La questione è quella del mancato deposito dei verbali di tre collaboratori di giustizia che smentivano il falso pentito Vincenzo Scarantino. I pm di allora hanno spiegato le loro ragioni ma la commissione non li ‘assolve’: “Se fin dal 1995 le parti avessero potuto disporre di verbali che mostravano palesemente la inattendibilità di Scarantino, la storia processuale su via D’Amelio sarebbe cambiata. E il depistaggio sarebbe stato sventato”.

Fiammetta vs Di Matteo

Il presidente Fava ha tenuto a riportare le 12 domande poste da Fiammetta Borsellino sul depistaggio in testa alla relazione. A margine della conferenza stampa di presentazione del rapporto, la figlia del giudice ucciso nel 1992 ha tuonato: “Non è accettabile che magistrati come Ilda Boccassini, Nino Di Matteo e la signora Palma, si siano sottratti alle audizioni della Commissione regionale antimafia. È una vergogna”. Secca la replica del sostituto procuratore nazionale antimafia Di Matteo: “La mia vita è stata dedicata alla ricerca della verità. A vergognarsi devono essere altri, non io. Non ho ritenuto di accettare l’invito per l’audizione innanzi a una Commissione regionale antimafia che non ha i poteri e le competenze per potersi occupare di un argomento così delicato e complesso. Ero già stato audito, su mia richiesta, per due lunghe sedute, dalla Commissione nazionale antimafia, della quale, a quel tempo, faceva parte anche l’onorevole Fava e in altre occasioni, dalle Corte d’assise di Caltanissetta e dal Consiglio superiore della magistratura”.

20 dicembre 2018

Ma il massone e regista Giorgio Napolitano* di tutto questo non sa nulla?ultima modifica: 2018-12-22T05:29:41+01:00da iskra2010
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