Per sapere la verità sul terrorismo occorre togliere il cappuccio ai protettori di Cesare Battisti?

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

il terrorista Cesare Battisti nel carcere di Oristano ha confessato che: “La lotta armata ha impedito lo sviluppo di una rivoluzione culturale, sociale e politica nata nel ‘68. Gli anni di piombo hanno impedito quella spinta culturale che stava nascendo in Italia”. Frase riportata sotto a corredo del mio pezzo nell’articolo de il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2019.

Stando a quello che ha detto Battisti i terroristi non erano comunisti, che di quella rivoluzione culturale, sociale e politica rappresentavano il naturale approdo. Quindi cosa erano?

Credo che queste sue parole siano la dimostrazione di una sua discreta capacità di analisi e la dimostrazione che uno come lui quando guarda a quello che ha fatto e le ricadute delle sue azioni nella società non possa che darsi quelle risposte. Ma ci obbliga anche a porci un’altra domanda: chi lo ha sostenuto durante la latitanza lo ha fatto solo per un’errata valutazione della democrazia esistente in Italia in quegli anni?

Oppure lo ha fatto per alimentare il terrorismo essendo in grado di controllarlo e dirigerlo verso uomini e obiettivi che si era prefissato di eliminare perché di ostacolo alla creazione della seconda Repubblica?

Ricordiamoci sempre che la Francia è un paese colonialista, è il paese che con De Gaulle ha fatto saltare l’impianto democratico della Quarta Repubblica che si reggeva sui valori della Resistenza antifascista e sul Partito Comunista Francese (PCF), sulla Sezione Francese dell’Internazionale Operaia (SFIO) e sul Movimento Repubblicano Popolare, un partito moderato di centro.

Il generale Charles de Gaulle nel 1946 era in aperta polemica con il costituzionale e democratico metodo elettorale proporzionale e con il conseguente sistema dei partiti; dichiarava di voler superare l’allora regime parlamentare. Nel 1947 fondò il Raggruppamento del Popolo Francese (RPF), che intendeva superare il dualismo tra proletari e capitalisti, sintetizzato dai media tra schieramenti di sinistra e di destra. Questa operazione gollista andò in porto solo nel 1958, con la nascita della Quinta Repubblica.

La maggioranza degli intellettuali francesi così inclini a criticare il nostro paese, soprattutto quelli su posizioni più radicali, non si accorsero del golpe gollista, come non si sono accorti della natura reazionaria delle teorie politiche di Toni Negri e della sua banda. Come non si accorsero delle castronerie contenute nelle narrazioni dei dirigenti della sinistra extraparlamentare italiana e internazionale, quasi tutti di matrice trotskista, che diffondevano un’immagine dell’Italia, preda di un regime fascista, nonostante le vittorie sociali dei lavoratori e la continua avanzata del più grande Partito Comunista occidentale, dimenticandosi che i politici di allora erano emersi dalla lotta al fascismo e ci avevano dato la Costituzione più avanzata dell’Occidente.

Errori casuali o collusione con il sistema di potere francese da parte di quegli intellettuali? Intellettuali a cui il massocapitalismo elargiva favori e benemerenze consentendogli una vita agiata tra premi letterari, sponsorizzazioni mediatiche, donne o uomini e champagne.

Per capire con chi ha avuto a che fare Cesare Battisti occorre indagare su questi “intellettuali” tutti di un prezzo che lo hanno sostenuto nella sua latitanza, soprattutto i più potenti:

Philippe Sollers è stato dagli anni Ottanta tra i più influenti pensatori della scena letteraria francese del XX secolo. Partito dall’hegelismo è stato accusato da molti di essersi avvicinato a un papismo controriformista dopo essersi convertito al cattolicesimo, nella versione di Giovanni Paolo II. Parallelamente alla sua “conversione” si avvicina , scoprendolo, a Nietzsche, il solo intellettuale, secondo Sollers, dotato di un pensiero forte capace di fondare un progetto di filosofia del mondo. Sollers ha tenuto presso il Grande Oriente di Francia il 9 maggio 2017 una lezione su Voltaire (1).

Robert Badinter nel 1981 sostenne Mitterrand alla presidenza della Repubblica e nel 1982 come ministro della Giustizia del primo governo Mauroy, annunciò una nuova politica di estradizione in riferimento ai reati di natura politica.

Il ministro spiegò che, nonostante la difficoltà di distinzione tra fenomeni di terrorismo ed opposizione politica, la Francia ribadiva la sua intenzione di “essere terra d’asilo” per tutti coloro che fossero stati accusati nei loro paesi di reati che potevano essere considerati di natura politica.

Questo ministro francese si diede molto da fare nel mettere in piedi la difesa di Toni Negri e soci come lo stesso Negri spiega, in una conversazione con Anne Dufourmantelle:

Chi la difendeva?

Mi difendevano degli avvocati straordinari: Spazzali in Italia, Kiejman in Francia. Mi sosteneva anche un comitato internazionale e una serie di avvocati parigini: Badinter non poteva difendermi perché era stato nominato ministro, ma ci siamo scritti. C’erano gli amici, i colleghi universitari e tanti altri”. (2)

Robert Badinter è un filosionista, membro B’nai B’rith – la massoneria ebraica – come risulta dall’American Jewish Year Book 1998, ed è stato membro del Consiglio di amministrazione del museo Mémorial de la Shoah, che ha avuto come presidente il barone Éric Alain Robert David de Rothschild, (3) presidente onorario della Grande Sinagoga di Parigi e uno dei principali massocapitalisti sostenitori del fascio-sionista Stato d’Israele, ma con depositi nei paradisi fiscali come verificato dall’International Consortium of Investigative Journalists.

Badinter nel 1975 pronuncia davanti alla corte d’assise di Troyes un’arringa, nel corso della quale sferra un attacco contro la pena di morte allora in vigore nella “democratica” Francia dimenticandosi che in Italia i terroristi la applicavano, come i suoi amici fascio-sionisti la praticavano e la attuano tutti i giorni nei confronti del popolo palestinese e contro coloro che li criticano. Dimostrazione di come l’ipocrisia dei massocapitalisti non ha né limiti né decenza. Robert Badinter è stato onorato dalla massoneria del Grande Oriente di Francia come massone utopico con il premio Marianne l’11 04 2015. (4)

Bernard-Henry Lévy è un filosofo, giornalista e saggista francese filosionista, noto in Francia anche con la sigla BHL, Appartiene alla cerchia dei cosiddetti nuovi filosofi”.

Bernard-Henry Lévi è un vero guerrafondaio, è stato lui a consigliare i presidenti francesi che hanno bombardato popoli indipendenti come quello jugoslavo, libico, è sempre stato lui che sussurrava agli agenti provocatori quando dare il via alle fasulle “primavere arabe”.

Ovviamente anche Bernard-Henry Lévi da lezioni ai massoni della Grande Loggia Nazionale di Francia. (5)

Con simili protettori è difficile per uno come Cesare Battisti e per tutti coloro che sono caduti nelle trappole imperialiste, di cui lo Stato francese è un importante tassello, mettere in movimento un processo realmente rivoluzionario in senso comunista, ma hanno sicuramente collaborato alla creazione di una svolta reazionaria che aveva tra i suoi obiettivi la criminalizzazione dei comunisti e all’eliminazione del P.C.I., grazie anche alla collaborazione di personaggi come Rossana Rossanda con la sua tesi sull’”album di famiglia” e a Giampaolo Pansa con il suo Sangue dei vinti. Un saggio revisionista realizzato per la criminalizzazione della Resistenza italiana e contribuire alla nascita della seconda Repubblica, quella della P2 e della trattativa tra Stato-massoneria e mafia.

Se oggi il proletariato del nostro paese è sotto attacco e non ha rappresentanti in Parlamento, governato sia a destra che a “sinistra” da partiti parafascisti, è grazie al lavoro sistematico fatto dagli agenti consapevoli o a imbecilli politici che hanno seguito i percorsi come quelli di Cesare Battisti.

Saluti comunisti

Avviso per i lettori:

purtroppo i link relativi alle note numero 2 e 3 non sono più on line. Grazie all’archivio di iskrae.eu siamo riusciti a recuperarli.

NOTE:

1 http://www.philippesollers.net/voltaire-9-mai-2017.html

2 Toni Negri e il suo “68”

Toni Negri, dall’università veneziana, attraverso la fondazione di Autonomia Operaia e all’arresto del 7 aprile 1979

Conversazione con Anne Dufourmantelle

Ho vissuto a Venezia dal 1963 al 1971. I miei primi due figli sono nati a Venezia e a Venezia ho vissuto il “68”. Non è stata tanto un rifugio quanto un punto di partenza. E’ da Venezia che mi sono avventurato nel mondo.

Cosa è successo a Venezia nel “68”

Era straordinario…in realtà tutto era cominciato molto prima: la facoltà di architettura era uno dei poli principali della resistenza studentesca già a partire dal 1965. Era una facoltà davvero bella, di livello molto alto. D’altra parte c’erano artisti importanti che a quel tempo abitavano in città. Se però si attraversano i ponti verso la terraferma, c’era Porto Marghera, il polo chimico e petrolifero d’Italia. E’ li che ho cominciato a militare

Che tipo di militanza?

Facevo degli interventi politici militanti dall’inizio degli anni sessanta al fine di costruire strutture di autogestione operaia. Dal “63” siamo riusciti a formare dei comitati di base, poi abbiamo organizzato il primo grande sciopero. Nel “68” abbiamo riunito gli studenti di Venezia e Padova con gli operai di Porto Marghera.

La cosa ha funzionato molto bene dato i rapporti tra operai e studenti erano stati preparati da una decina d’anni d’agitazione. La facoltà di Architettura era diventata un luogo di riunione per la classe operaia.

Gli intellettuali veneziani come Luigi Nono o Emilio Vedova erano sempre a fianco del movimento.

Abbiamo contestato e bloccato la Biennale d’arte nel giugno del “68”; ne abbiamo impedito l’inaugurazione- le esposizioni sono state aperte solo tre mesi dopo! La stessa cosa è accaduta nel mese di settembre con la Mostra del Cinema…..c’era un casino incredibile!

Per militarizzare la zona, la polizia aveva messo una piccola bomba al Lido – era quello che di solito faceva la polizia quando non sapeva come bloccare le proteste.

Dopo il “68” ci sono stati gli eventi del 1 agosto 1970, primo giorno di ferie , a Porto Marghera… con il blocco di quell’area si paralizzava tutta la circolazione stradale e ferroviaria del Nordest:strade,autostrade e ferrovia corrono accanto agli stabilimenti. Abbiamo costruIto barricate dappertutto, in modo particolare nei punti di passaggio del traffico turistico del Nord Europa.

Nella stazione di Mestre è stato bruciato un treno merci che si è venuto a trovare là in mezzo.

Quella lotta è stata una delle cose più impressionanti che ho visto nella mia vita e Dio sa quante ne ho viste.!

Rido ancora oggi, ma allora c’era poco da ridere. Il clima di violenza era estremo. Non bisogna mai dimenticare che a Porto Marghera, a due chilometri dalla città più bella del mondo, centinaia di operai morivano di cancro, letteralmente avvelenati dal loro lavoro.

Ha vissuto a Venezia ancora due anni dopo il “68” ?

Si, poi mi sono trasferito a Milano. Da quel momento ho iniziato a militare all’Alfa Romeo. Ma già nel frattempo, avevamo costituito dei comitati alla Fiat di Torino, e poi alla Pirelli, alla Siemens e in tutte le altri grandi fabbriche dell’area milanese.

A partire dal 1971-72 abbiamo messo in piedi quella che più avanti sarebbe diventata Autonomia Operaia. All’inizio degli anni settanta c’era ancora Potere Operaio, più tardi abbiamo deciso di dissolvere l’organizzazione in una serie di piccole strutture distribuite sul territorio , in particolare attraverso l’esperienza dell’autogestione delle lotte. Milano è diventata il centro dell’esperienza di Autonomia Operaia.

Sino a quanto e durata ?

Sino al nostro arresto. Allora ritenevamo che il punto più acuto della crisi fosse stato già raggiunto.

Nel “77” ci fu un ciclo di lotte molto vasto con enormi manifestazioni a cui è seguita una repressione molto violenta. Temevamo che sarebbe accaduto qualcosa di grave, in realtà allora non accadde nulla . Ma solo un po’ più tardi, il 7 aprile 79, una raffica di arresti con cui ci hanno mandato in carcere in una sessantina ci ha colto tutti di sorpresa, nessuno ci credeva.

Ma veramente non ve l’aspettavate?

Temevo di essere arrestato prima, nel 1979 sembrava tutto tranquillo, e non potevo certo prevedere che sarei stato arrestato con l’accusa di essere l’assassino di Moro! Quando ho sentito il capo s’accusa sono rimasto annichilito, era una cosa assolutamente impensabile…incredibile.

E’ vero che fu un pentito a discolparla da questa accusa?

Il 21 dicembre 1979 hanno ottenuto la confessione di un pentito che mi ha accusato di una serie di cose del tutto diverse da quelle a cui avevano pensato. Hanno liberato il pentito e hanno continuato a tenermi in galera: bastava cambiare del tutto il capo di imputazione.

Le nuove accuse erano sostanzialmente aberranti quanto le precedenti, ma almeno mi avevano tolto dal caso Moro.

La destra e la sinistra erano d’accordo, in questo modo tutti venivano accontentati: si poteva criminalizzare un movimento sociale e politico che lottava da più di dieci anni appiattendolo sul fenomeno marginale del terrorismo. Quel terrorismo, di fronte aun decennio di lotte e malgrado quello che se ne dice oggi, era un fenomeno politicamente marginale.

Chi la difendeva?

Mi difendevano degli avvocati straordinari: Spazzali in Italia, Kiejman in Francia. Mi sosteneva anche un comitato internazionale e una serie di avvocati parigini: Badinter non poteva difendermi perché era stato nominato ministro, ma ci siamo scritti. C’erano gli amici, i colleghi universitari e tanti altri.

C’è una cosa che non riesco a capire. Che cosa è stato il terrorismo nell’Italia degli anni “70”?

Oggi ci dicono che siamo in guerra totale con il terrorismo. C’è qualche analogia con il terrorismo contemporaneo?

Non c’è alcuna analogia. Il terrorismo legato alla classe operaia non è stato mai nichilista, assomigliava piuttosto a una forma di estremismo politico che tavolta trasformava le lotte nelle fabbriche e lo scontro politico in azioni armate.

In generale, il terrorismo degli anni settanta, con qualche eccezione, è stato una continuazione della politica con altri mezzi. Alcuni hanno visto in questo tipo di comportamento un atteggiamento radicalmente antisistemico: un rifiuto, una rinuncia alla mediazione, anche a quella conflittuale- con altri attori sociali. Questa definizione forse è un po’ semplicistica, tuttavia corrisponde a comportamenti assai comuni della classe operaia industriale.

Bisogna essere davvero degli ottusi per considerarla come una deriva. Tavolta dico a me stesso che è un po’ come se dei nuovi antidreyfusarrdi attaccassero ancora una volta Zola. Era un vero peccato- ci ripetevano questi”critici”- che questi movimenti antisistemici e ipercritici fossero finalmente riusciti a distruggere i sistemi totalitari del colonialismo e del socialismo reale!

Gli autori che ancora oggi continuano a parlare degli anni settanta come di un decennio di terrorismo sono dei falsificatori della storia, e, teoricamente, ciechi.

Spostano il livello del conflitto dal terreno del confronto politico sui desideri ( e cioè da un insieme di lotte che cercano di produrre vita) a quello dello scontro tra culture e tra civiltà nel quale l’apologia dell’identità paralizza qualsiasi discorso critico.

Oggi il vero terrorismo ha il volto del nichilismo identitario, è apologia distruttiva dell’identità e della chiusura. Il terrorismo che ci sta di fronte è forma del conflitto tra le differenti élite imperiali che lottano per il dominio.

Avvenimenti Italiani

3Questa è la versione .html del file contenuto in http://www.memorialdelashoah.org/upload/medias/fr/DP_ouverture_17112005_1part.pdf.

G o o g l e crea automaticamente la versione .html dei documenti durante la scansione del Web.

Per inserire un segnalibro o un collegamento alla pagina, utilizzare il seguente URL:http://www.google.com/search?q=cache:LydKXUEe2_wJ:www.memorialdelashoah.org/upload/medias/fr/DP_ouverture_17112005_1part.pdf+Badinter+Rothschild&hl=it&ct=clnk&cd=1&gl=it

Google non è collegato agli autori di questa pagina e non è responsabile del suo contenuto.

Sono state evidenziate le seguenti parole chiave: badinter rothschild

Page 1

Dossier de presse

27 janvier 2005 : le Mémorial de la Shoah ouvre ses portes

Directeur : Jacques Fredj

Responsable communication : Isabelle Plichon

Page 2

Sommaire

Projet du Mémorial de la Shoah

– Editorial, par Eric de Rothschild

– Historique

– Le projet en quelques points

– Un bâtiment au coeur du quartier historique du Marais

– Huit niveaux répartis sur 5 000 m 2

– Niveau – 2 : zone de stockage du fonds documentaire

– Niveau – 1 : l’exposition permanente et l’auditorium

– Niveau 0 entresol – 1 : la crypte

– Niveau 0 : rez-de-chaussée

– Niveau 0 entresol 1 : le centre d’enseignement multimédia

– Niveau 1 : les expositions temporaires et la salle des Noms

– Niveau 2 : les salles pédagogiques

– Niveau 3 : bureaux et salles de réunion

– Niveau 4 : le Centre de documentation et sa salle de lecture

– Niveau 5 : bureaux

Actions de sensibilisation

– Sensibiliser les scolaires

– Formation du cadre enseignant

– Formation de groupes spécialisés

– Activités pour enfants de 7 à 12 ans

– Expositions itinérantes

– Visites des lieux de mémoire (Auschwitz)

– Aménagement des lieux de mémoire

Activités éditoriales

– Site Internet : www.memorialdelashoah.org

– Site pour les 8-12 ans : www.grenierdesarah.org

– Revue d’histoire de la Shoah

– Collection Mémorial de la Shoah

Informations pratiques

Lettre des mécènes et des partenaires

2

Page 3

Editorial

Après trois années de grands travaux le Mémorial de la Shoah réouvre ses portes. Lieu contemporain, tourné vers le grand public, le Mémorial comprendra des espaces d’expositions, un centre multimédia, une salle de lecture et proposera de nombreuses activités et débats aux visiteurs. Un mur portant les noms gravés des 76 000 hommes, femmes, enfants juifs déportés de France a été érigé à l’entrée du bâtiment. Pour le

Mémorial, cette ouverture qui coïncide avec le soixantième anniversaire de la libération des camps est particulièrement symbolique. Elle est l’aboutissement d’une longue destinée qui débute en 1943 à Grenoble. Les responsables de la communauté juive se retrouvent clandestinement afin de créer une structure qui aurait pour mission de regrouper des archives et des témoignages des crimes commis contre les Juifs afin de pouvoir raconter et demander justice après guerre.

Connaître cette histoire, la comprendre et la transmettre, tels sont les trois objectifs que nous nous sommes fixés il y a 60 ans et que nous tentons de maintenir depuis. Aujourd’hui alors que les rangs des témoins s’éclaircissent peu à peu, la réouverture du Mémorial se réalise à un moment où notre pays, et de manière plus large l’Europe, ont traversé une période de tensions et de dérapages racistes et antisémites. Le Mémorial souhaite pouvoir apporter sa contribution non seulement à l’enseignement d’une histoire qui continue de hanter notre quotidien mais aussi à l’éducation et à la réflexion sur la tolérance, la liberté et la démocratie à partir d’un crime, unique dans l’histoire de l’humanité .

Eric de Rothschild Président du Mémorial de la Shoah

Page 4

Projet du Mémorial de la Shoah

Soixante ans après la fin de la Seconde Guerre mondiale, le Mémorial du 4 martyr juif inconnu et le Centre de documentation juive contemporaine créent, dans le quartier historique du Marais à Paris, le Mémorial de la Shoah.

Ce projet est porté par la volonté de se souvenir mais aussi d’enseigner, de multiplier les actions de sensibilisation notamment à l’égard des jeunes générations, afin que ce sujet ne soit plus seulement porté par les survivants et les contemporains de la Shoah.

Cette ouverture à un large public est d’autant plus nécessaire qu’elle intervient dans un contexte national et international difficile, qui voit réapparaître les tentations antisémites et racistes.

Les locaux des deux institutions préexistantes devenus trop exigus pour permettre un tel programme les ont amenés à entreprendre cet important projet de reconstruction et d’agrandissement.

Tout comme le musée de l’Holocauste à Washington et Yad Vashem à Jérusalem, le Mémorial de la Shoah à Paris devient l’institution de référence en Europe pour la Shoah.

Inauguré le 25 janvier 2005 par le Président de la République, son ouverture au public est prévue le 27 janvier 2005, date du soixantième anniversaire de la libération du camp d’Auschwitz et Journée européenne de la mémoire de l’Holocauste et de la

prévention des crimes contre l’humanité.

Dans les nouveaux locaux, le public pourra trouver :

une exposition permanente sur la Shoah et le sort des Juifs en France et en Europe pendant la Seconde Guerre mondiale, dans laquelle est proposé un parcours pour les enfants de 8 à 12 ans ;

un auditorium programmant des projections, des colloques, des débats, des présentations d’ouvrages… ;

un espace d’expositions temporaires ;

une librairie ;

le Centre de documentation et sa salle de lecture ;

un espace multimédia ;

des espaces pédagogiques où se dérouleront des ateliers pour enfants et des animations pour les classes d’enseignants ;

la crypte du Mémorial, lieu de recueillement où ont été disposées des cendres de victimes d’Auschwitz et du ghetto de Varsovie ;

le Mur des Noms où sont inscrits les noms de tous les Juifs déportés de France vers les camps de la mort.

Un ensemble d’actions de sensibilisation sur la Shoah permettra de recevoir des classes autour d’une rencontre avec un témoin de cette période de l’histoire — ancien déporté, résistant, enfant caché —, d’organiser pour tous, et particulièrement les groupes scolaires, des voyages à Auschwitz, d’accueillir les enfants dans des ateliers pédagogiques, de former les professeurs à l’enseignement de la Shoah, d’apporter un soutien à la création de lieux de mémoire.

Un nouveau site Internet, accompagné d’un site pour les enfants de 7 à 12 ans, présentera l’institution dans sa globalité et proposera une importante documentation en ligne.

Page 5

Historique De la création du Centre de documentation juive contemporaine à la naissance du Mémorial de la Shoah

Le 28 avril 1943, alors que la France est occupée, Isaac Schneersohn réunit à son domicile de la rue Bizanet, à Grenoble, quarante militants et responsables de différentes tendances de la communauté juive afin de créer le Centre de documentation juive contemporaine. Alors que la communauté juive de France est traquée par l’occupant nazi suppléé par la police du gouvernement de Vichy, l’objectif est de mettre en place une structure qui rassemblerait des preuves de la persécution des Juifs afin de témoigner et de demander justice dès la fin de la guerre.

Les fondateurs du CDJC commencent alors à rassembler des documents, mais leur activité est stoppée par l’invasion allemande en septembre 1943. Schneersohn rejoint la résistance en Dordogne et noue des contacts avec la Résistance française qui s’avéreront utiles par la suite.

Alors que les combats pour la libération de la France ont commencé, Isaac Schneersohn et son équipe rejoignent Paris afin de sauver de la destruction et de la mise sous séquestre les fonds d’archives émanant de Vichy et de l’occupant nazi. Aidé par des résistants, le CDJC met la main sur des archives inédites dans des conditions souvent rocambolesques, telles que celles de l’ambassade d’Allemagne à Paris, de l’état-major, de la délégation générale du gouvernement de Vichy, et surtout sur celles du service antijuif de la Gestapo, l’un des rares récupéré en Europe.

Stockage des archives avant le déménagement dans les bureaux du Mémorial

© Mémorial de la Shoah/CDJC

Dès la fin des hostilités, le CDJC entreprend de classer ses archives afin d’étudier le processus qui avait conduit à la destruction des Juifs d’Europe.

Il crée sa propre maison d’édition, publie ses premiers travaux sur les camps d’internement (Joseph Weill, Contribution à l’histoire des camps d’internement dans l’anti-France, Paris, CDJC) et se dote, en 1946, de la première revue d’histoire de la Shoah, Le Monde juif, qui devient par la suite la Revue d’histoire de la Shoah.

Parallèlement à ce travail d’histoire et de mémoire, le CDJC est sollicité par le gouvernement français, à travers Edgar Faure, afin d’étayer la plaidoirie française aux procès de Nuremberg. Le CDJC transporte sa documentation à Nuremberg et bénéficie d’une représentation permanente pendant les procès, devenant l’un des destinataires officiels de tous les documents alors en circulation.

L’activité déployée par le CDJC à Nuremberg lui vaut la reconnaissance du procureur général Telford Taylor, qui autorise Léon Poliakov et Joseph Billig à puiser dans les archives de ce premier grand procès international.

Ce rôle d’aide à la justice inauguré lors des procès de Nuremberg s’est poursuivi durant ceux des responsables et complices de la solution finale en Allemagne, en France et en Israël où Georges Wellers, le responsable scientifique du CDJC est appelé à déposer. Dans les années 1980, le CDJC fournit à la justice française une pièce d’archive, le télex d’Izieu, qui permet de procéder à l’inculpation de Klaus Barbie, le chef de la Gestapo de Lyon, pour crimes contre l’humanité.

Pose de la première pierre du Mémorial du martyr juif inconnu, 27 mai 1953

© Mémorial de la Shoah/CDJC

En 1950, le CDJC, avec à sa tête Isaac Schneersohn, met en oeuvre un autre projet, celui de créer un tombeau-Mémorial destiné aux victimes de la Shoah. La première pierre du Mémorial du martyr juif inconnu est posée le 27 mai 1953 sur un terrain donné par la ville de Paris.

Le bâtiment est inauguré le 30 octobre 1956 en présence de cinquante délégations des communautés juives du monde entier et de nombreuses personnalités politiques et religieuses venues de toute l’Europe. Des cendres de victimes provenant des camps d’extermination et du ghetto de Varsovie sont solennellement déposées le 24 février 1957.

Inauguration du Mémorial du martyr juif inconnu,

30 octobre 1956

© Mémorial de la Shoah/CDJC

5

Page 6

Le CDJC, qui a déménagé à Paris immédiatement après la Libération, avait rencontré de nombreuses difficultés pour trouver un local. Après avoir changé d’adresse à plusieurs reprises, il s’installe au sein du Mémorial. Ces deux institutions d’histoire et de mémoire ont travaillé depuis en parfaite complémentarité, et tout particulièrement sur la mise en place des premières actions de sensibilisation à destination des scolaires.

En 1991, le bâtiment du Mémorial est classé monument historique, et en 1994, l’association est reconnue d’utilité publique.

Devant le besoin croissant de transmission aux nouvelles générations, un plan d’agrandissement et de remodelage de ces deux institutions en une seule entité se met en place en 1997. Après cinq ans de conception du projet et de recherche de partenaires, les grands travaux s’effectuent, sur une durée de trois ans, jusqu’à l’ouverture du Mémorial de la Shoah le

27 janvier 2005.

6

Page 7

Le projet en quelques points

Les partenaires

Ministère de la Culture

Ville de Paris

Conseil régional d’Ile-de-France

Conference on Jewish Claims against Germany

Eiffage

Fondation pour la Mémoire de la Shoah

Fondation Hanadiv

Fondation Clore

Fondation philanthropique Edmond J. Safra

Fondation EDF

Sanofi-aventis

SNCF

Assistance maîtrise d’ouvrage

Etablissement public de maîtrise d’ouvrage des travaux culturels (EMOC)

Architectes

Antoine Jouve et Simon Vignaud ; architecte assistante : Anne Sazerat

Architectes muséographes

Catherine Bizouard et François Pin ; architecte assistant :Renaud Hasselmann

Signalétique, identité visuelle et conception graphique de l’exposition permanente

Compagnie Bernard Baissait

Début des travaux

Janvier 2002

Surfaces

Surface totale du Mémorial de la Shoah : 5 000 m 2 ,

dont :

1 000 m 2 consacrés à l’exposition permanente

500 m 2 aux expositions temporaires

150 m 2 à l’auditorium

260 m 2 à l’accueil, la librairie et le centre d’enseignement multimédia

300 m 2 à la salle de lecture du Centre de documentation

263 m 2 à la consultation d’archives

750 m 2 au stockage d’archives et de livres

Montant global des travaux

23 millions d’euros

Président

Eric de Rothschild

Directeur Jacques Fredj

Conseil d’administration

Robert Badinter, Henry Bulawko, Hubert Cain, Roger Cukierman Elisabeth de Fontenay, Eric de Rothschild, Lucien Finel, François Heilbronn, Hubert Heilbronn, Théo Hoffenberg, André Kaspi, Pierre Kauffmann, Serge Klarsfeld, Claude Marcus, Francine Masliah, Richard Prasquier, Anne-Marie Revcoleschi, Pierre Saragoussi, Boris Schneersohn, Josée Sraer, Ady Steg, Gilberte Steg, Marcel Stourdze, Rita Thalmann, Simone Veil, André Wormser, Michel Zaoui

7

Page 8

Un bâtiment au coeur du quartier historique du Marais

Le Mémorial de la Shoah trouve naturellement sa place dans cet endroit symbolique du Marais, où, depuis près de neuf siècles, la communauté juive s’est installée, a développé des commerces et de l’artisanat, a accueilli les réfugiés des premiers pogroms d’Europe de l’Est, et a connu sous l’occupation de la France par les Allemands les rafles et la déportation vers les camps nazis d’où peu sont revenus.

Le bâtiment se développe entre la rue Geoffroy-l’Asnier, la rue du Pont-Louis-Philippe et l’allée des Justes, anciennement rue des Grenierssur-l’Eau.

Vers la rue de Rivoli

Le volume d’origine, le Mémorial du martyr juif inconnu, a été construit entre 1953 et 1956 d’après le projet des architectes Alexandre Perzitz, Georges Goldberg et Léon Arretche. Les façades, les volumes extérieurs et la crypte ont été conservés. Entrant par le 17 de la rue Geoffroyl’Asnier, le visiteur retrouve le parvis qui abrite les sept bas-reliefs réalisés en 1982 par le sculpteur Arbit Blatas, le cylindre symbolisant les camps de la mort, la façade frontale revêtue de pierre et les façades latérales du

1 – Parvis

2 – Mur des Noms

3 – Hall d’accueil

NS

Allée des Justes

Vers la Seine

(Pont Marie)

Rue Geoffroyl’Asnier

Rue du Pont Louis Philippe 1 2 Entrée 3 bâtiment d’origine s’abritant derrière une trame de béton dans laquelle se découpe l’étoile de David.

A ce volume initial ont été rattachés trois nouveaux bâtiments cédés par la ville de Paris : les 10, 12 et 14 de la rue du Pont-Louis-Philippe. Si le réaménagement des volumes intérieurs a permis de donner une unité entre les différents bâtiments, les façades extérieures, elles, marquent un contraste entre celles datées du lotissement de la rue du Pont Louis-Philippe (vers 1840) et l’architecture, plus contemporaine, de l’ancien Mémorial du martyr juif inconnu (1956). La façade harmonisée du soubassement de ces immeubles redonne une unité à l’ensemble. De grands portraits disposés derrière les fenêtres renforce leur appartenance au Mémorial (mise en espace : Compagnie Bernard Baissait).

8

Page 9

Dans une contre-allée longeant le parvis a été érigé le Mur des Noms.

Composé de trois parties, il porte les noms, prénoms, dates de naissance et années de déportation des 76 000 hommes, femmes et enfants juifs déportés de France entre 1942 et 1944. Tel une introduction à la visite du Mémorial, le Mur des Noms permet au visiteur de saisir en un seul regard le drame de la Shoah.

Le Mur des Noms

La réalisation de ce projet a nécessité pendant deux ans le travail de six documentalistes qui ont comparé les listes originales du service antijuif de la Gestapo (documents déposés au Centre de documentation juive contemporaine après la Libération) avec d’autres sources d’archives : les « fichiers des Juifs » mis en place par les fonctionnaires du gouvernement de Vichy, le Mémorial des déportés juifs de France établi par Serge Klarsfeld, les archives du secrétariat d’Etat aux anciens combattants et victimes de guerre, les archives de Yad Vashem, des musées de l’Holocauste de Washington et d’Auschwitz.

Ce travail a été complété par près de 18 000 formulaires de demandes d’inscription retournés au Mémorial par les familles de déportés ou les survivants depuis la France mais aussi la Grande-Bretagne, l’Amérique du Sud, Israël, les Etats-Unis… Chacun a fait l’objet d’une recherche spécifique qui a permis, grâce à ces témoignages et ces précisions, de retrouver la trace de personnes, de corriger des erreurs et de combler les lacunes.

Ainsi, le Mémorial a rassemblé les nom, prénom et année de naissance de chaque personne déportée, dont l’inscription d’un certain nombre d’entre elles a été soumise à une commission, présidée par Pierre Kaufmann et composée d’historiens, de représentants emblématiques de la communauté juive, de résistants, d’anciens déportés et enfants de déportés.

Ces noms ont été gravés sur le Mur par année de déportation et par ordre alphabétique. Et parce qu’il y aura malheureusement des oublis, un espace est réservé sur la pierre afin de rajouter le nom de ceux qui doivent y figurer.

Les visiteurs peuvent consulter la base de données du Mur des Noms sur une borne disposée dans le hall d’accueil du Mémorial. Une autre est en consultation dans la salle des Noms, où les personnes concernées Le Mur des Noms peuvent également effectuer des recherches avec l’aide de conseillers.

© Mémorial de la Shoah/CDJC

La mise en lumière du Mur des Noms a été réalisée avec le soutien de la

Fondation EDF.

9

Page 10

Huit niveaux répartis sur 5 000 m 2

Huit niveaux abritent les espaces d’accueil du public, le Centre de documentation et les bureaux. Le creusement de deux niveaux en soussol a nécessité d’importantes reprises en sous-oeuvre, avec notamment la réalisation d’un radier de 90 cm d’épaisseur et d’un cuvelage de l’ensemble. Pour l’aménagement des espaces, des matières sobres ont été privilégiées : métal, enduits clairs, béton et bois, ce dernier étant particulièrement présent dans l’ensemble du bâtiment.

Allée des Justes

Mémorial de la Shoah – Coupe transversale

Rue du Pont-Louis-Philippe Rue Geoffroy l’Asnier

Mémorial de la Shoah – Coupe longitudinale

10

Page 11

Niveau – 2 : zone de stockage du fonds documentaire

Une zone d’archivage de près de 900 m 2 accueille l’ensemble du fonds du centre de documentation. Le cuvelage du bâtiment réalisé jusqu’au niveau des plus hautes eaux les protège contre toute infiltration d’humidité.

Réalisé sous les deux immeubles d’angle de la rue du Pont Louis-Philippe, un auditorium de 110 places a été aménagé sur 150 m 2 . Le traitement de ses parois à dominante d’afrormosia favorise une bonne distribution du son et particulièrement celui de la voix humaine. Il est équipé d’une régie et de 4 postes de traduction simultanée.

Les 1 000 m 2 disposés en anneau autour de la crypte sont entièrement dédiés à l’exposition permanente. Les parois périmétriques d’aspect brut en béton bouchardé permettent aux visiteurs de se repérer dans le parcours. Elles sont associées au plafond métallique, aux éléments scénographiques en bois et à un sol minéral réalisé à base de résine alterné avec des revêtements textiles.

Niveau – 1 : l’exposition permanente et l’auditorium

NSNS

Scénographie de l’exposition permanente

(maquette)

© Mémorial de la Shoah/CDJC

11

Page 12

Les films réalisés pour l’exposition permanente

Producteur : MK2 TV

1. Histoire des idées antisémites Réal. : Elisabeth Kapnist

2. Vues de Birkenau Réal. : Natacha Nisic

3. Paroles de déportés Réal. : Serge Moati

4. Les Enfants cachés Réal. : Robert Bober

5. Des bourreaux ordinaires Réal. : Claude Lanzmann

6. Les Justes Réal. : Emmanuel Finkiel

Exposition permanente

L’histoire des Juifs en France pendant la Seconde Guerre mondiale

Photographies, textes, documents originaux, fac-similés, objets, films, sons… abordent l’histoire de la Shoah, dans un parcours composé de douze séquences. Entrant dans l’exposition, le visiteur peut suivre sur sa gauche le parcours concernant la France, dans lequel sont inclus des destins individuels, tandis qu’à sa droite est exposée l’histoire à l’échelle européenne. Une conception qui permet des allers-retours permanents entre l’histoire et le témoignage, entre l’histoire collective et l’histoire individuelle. Plusieurs niveaux de lecture et d’approfondissement sont proposés : le premier sur les panneaux, le deuxième dans des vitrines et le dernier dans des albums et bornes interactives disposés sur des pupitres. Sept films courts ponctuent le parcours. Produits spécialement pour l’exposition par la société MK2 TV, ils ont chacun été conçus par des réalisateurs différents.

En décrivant les mécanismes de fonctionnement qui ont abouti à l’extermination de près de six millions de Juifs, l’exposition a pour but de donner à chacun les outils d’une réflexion sur l’histoire, et de l’amener à se poser des questions sur le présent, afin de rester vigilant contre un retour possible à l’intolérance, quelle qu’elle soit.

Répartis tout au long de l’exposition, les destins individuels prennent la forme de petites valises transparentes contenant des objets et documents personnels, la photographie ainsi que la biographie d’une personne déportée.

Séquence 1

Introduction à l’histoire des Juifs en France et en Europe

Séquence 2

La montée du nazisme

Séquence 3

L’occupation de l’Europe de l’Ouest : de l’exclusion des Juifs aux premiers camps

Séquence 4

Le meurtre de masse : son organisation et sa planification 1942 : la déportation des Juifs de France

Séquence 5

Les camps d’extermination : Auschwitz-Birkenau

Séquence 6

Le pillage des Juifs en France et en Europe

Séquence 7

La société civile face à la persécution des Juifs

Séquence 8

Survivre

Séquence 9

Résister

Séquence 10

Persécutés jusqu’à la fin de la guerre

Séquence 11

La Libération

Séquence 12

La construction de la mémoire de la Shoah

Le Mémorial des enfants Clôturant l’exposition permanente, le Mémorial des enfants (réal : société

Fin avril et Natacha Nisic), composé de 17 panneaux de 1m par 3m, comporte 2550 photographies d’enfants juifs déportés.

Ces photographies classées par ordre alphabétique et rassemblées par Serge Klarsfeld sont extraites du livre « Mémorial des enfants juifs déportés de France ». Une lumière très douce dont l’intensité varie au fil du temps comme un souffle traverse ces panneaux.

12

Page 13

Niveau 0 entresol – 1 : la crypte

NS

Entre le niveau – 1 et le rez-de-chaussée se trouve la crypte. S’inspirant de la forme républicaine de la tombe du Soldat inconnu, la crypte est le tombeau symbolique des six millions de Juifs morts sans sépulture. En son centre, dans l’étoile de David en marbre noir, reposent les cendres des victimes recueillies dans les camps d’Auschwitz-Birkenau, de Belzec, Chelmno, Maïdanek, Sobibor, Treblinka ainsi que celles de Mauthausen et du ghetto de Varsovie. Ces cendres ont été ensevelies le 24 février

1957 dans de la terre d’Israël. Une flamme éternelle brûle au centre de l’étoile de marbre, perpétuant le souvenir des disparus. Autour d’elle, des rouleaux de parchemin relatent la souffrance de toutes les communautés

La crypte juives d’Europe décimées par les nazis.

© Mémorial de la Shoah/CDJC Incrustés dans les murs latéraux, des coffres abritent les volumes du

« Livre du souvenir » dans lesquels sont inscrits les noms des disparus.

A l’arrière de la crypte, dans un espace concédé aux Archives nationales, se trouvent les « Fichiers des Juifs ».

Les « Fichiers juifs »

Déposés en 1997 par le président de la République Jacques Chirac, ils contiennent les fiches des Juifs arrêtés, internés, libérés et recherchés, établies par l’administration française du gouvernement de Vichy et principalement la préfecture de police entre 1941 et 1944. Selon le rapport de la commission d’experts dirigée par l’historien René Rémond, les « Fichiers des Juifs » regroupent un fichier individuel, un fichier familial, ainsi qu’un fichier du camp de Drancy, ceux de Pithiviers et de Beaune-la-Rolande dans le Loiret, présentant tous une subdivision spécifique aux enfants internés.

Les « Fichiers des Juifs » ont été l’une des sources principales pour réaliser la base de données du Mur des Noms.

Les « Fichiers des Juifs »

© Mémorial de la Shoah/CDJC

Ces documents restent la propriété des Archives nationales, qui délivrent les autorisations de consultation.

13

4 https://translate.google.it/translate?hl=it&sl=fr&u=https://www.medias-presse.info/robert-badinter-honore-par-la-franc-maconnerie/29342/&prev=search

5 https://www.hiram.be/blog/2018/09/28/bernard-henry-levy-a-la-glnf-le-18-octobre/

Avviso per i lettori:

purtroppo i link relativi alle note numero 2 e 3 sono stati cancellati nella rete dalla solita “manina” massocapitalista. Ma grazie all’archivio di iskrae.eu siamo riusciti a recuperarli.

Ora Battisti chiede perdono: “Le sentenze dicono il vero”

 

Il terrorista – In cella dal 13 gennaio, per la prima volta ammette 4 omicidi. Scuse alle famiglie delle vittime che però dicono: “Vuole solo sconti di pena”

Le storie Pierluigi Torreggiani Cesare Battisti

di Davide Milosa | 26 Marzo 2019

Trentquattro anni dopo la prima sentenza e a poco più di due mesi dal suo arresto, Cesare Battisti confessa. Succede in due giorni e in sei ore di verbale nel carcere di Oristano. Maglietta e jeans, senza più la barba da latitanza, l’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo (Pac) ammette i quattro omicidi che oggi gli valgono una condanna all’ergastolo. Conferma esecuzioni, gambizzazioni, rapine. Parla di sé e non di altri. Con lui l’avvocato Davide Stecchanella, davanti il capo del pool antiterrorismo di Milano Alberto Nobili e Cristina Villa, l’investigatore della Digos che lo ha scovato fino in Bolivia.

Di fronte al magistrato, Battisti appare provato. È stato lui a chiedere l’interrogatorio. Nelle pause domanda come sta suo figlio. Chi lo ascolta intuisce un percorso di revisione. Un tragitto iniziato non il 13 gennaio scorso, giorno della cattura, ma forse già nel 1985 quando da latitante viene condannato in primo grado. Da lì in poi Battisti sarà solo un terrorista in fuga. Da allora, è stato spiegato dalla sua difesa, non ha più commesso reati. L’obiettivo è evitare la “pericolosità sociale”. Torniamo agli omicidi. Sono quattro, due eseguiti materialmente, due ai quali ha partecipato. Classe ’54 di Cisterna di Latina, Battisti è all’inizio un criminale comune. Primo arresto 1972. In carcere a Udine conosce Arrigo Cavallina, ideologo dei Pac. Quando esce le rapine diventano “espropri proletari”. Arriveranno i morti. Il 6 giugno 1978 a Udine Battisti spara e uccide il maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro. Pochi mesi dopo, il 19 aprile 1979 a Milano colpisce a morte e alle spalle Andrea Campagna, agente in forza alla Digos. In mezzo, il 16 febbraio 1979, Battisti partecipa agli omicidi del gioielliere milanese Pierluigi Torregiani e del commerciante Lino Sabbadin, militante dell’Msi, ucciso a Mestre. Una scia di sangue che Battisti ha sempre negato. Metterà a verbale: “I quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrispondono al vero”. Non entra nei particolari delle vicende, solo si limita a dire: “Le sentenze hanno detto la verità”. Poi precisa: “Io parlo delle mie responsabilità, non farò i nomi di nessuno”. Torna dunque su se stesso: “Quando ho ucciso per me era una guerra giusta”. Poi una riflessione: “La lotta armata ha impedito lo sviluppo di una rivoluzione culturale, sociale e politica nata nel ‘68. Gli anni di piombo hanno impedito quella spinta culturale che stava nascendo in Italia” ma “allora ci credevo come altri”. Sui fiancheggiatori, l’ex Pac ha spiegato: “Non ho avuto alcuna copertura occulta (..) e mi sono avvalso delle mie dichiarazioni di innocenza per ottenere appoggi dell’estrema sinistra in Francia, Messico e Brasile”. Tra questi anche l’ex presidente del Brasile Lula.

L’ex terrorista dei Pac ha confessato di aver partecipato anche al ferimento – tra il 1978 e il 1979 – di tre persone, tutte gambizzate. In particolare ha sparato contro Diego Fava, “colpevole” di non rilasciare abbastanza certificati medici ad alcuni operai. Gli altri due sono: l’agente di custodia del carcere di Verona Arturo Nigro e il medico della casa circondariale di Novara Giorgio Rossanigo. Alberto Nobili ha poi spiegato: “Battisti ha riconosciuto che le istituzioni hanno agito con il codice in mano contro il terrorismo”.

Chiare le parole del procuratore Francesco Greco: “Questa confessione fa giustizia di tante polemiche che ci sono state in questi anni, rende onore alle forze dell’ordine e alla magistratura di Milano e fa chiarezza su un gruppo, i Pac, che ha agito in modo efferato”. Battisti, in questo suo percorso “che non è di pentimento”, ha chiesto perdono. Si legge nel verbale: “Mi rendo conto del male che ho fatto e chiedo scusa ai familiari”. Per i parenti “le scuse” arrivano solo per ottenere sconti di pena. Uno scenario, quello di eventuali benefici, che se pur negato dalla difesa, viene in qualche modo ventilato da fonti qualificate degli inquirenti. Di certo le confessioni di Battisti, come spiegato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, possono essere una spinta per ottenere dalla Francia l’estradizione dei 14 terroristi ancora rifugiati Oltralpe.

Ero considerato un intellettuale, nessuno mi ha mai dato la caccia”

Le parole di Cesare Battisti – L’ex terrorista dei Pac ripercorre i suoi anni di latitanza tra la Francia e il Sud America

di Davide Milosa | 27 Marzo 2019

Sardegna carcere di Oristano. L’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo (Pac) parla per la prima volta. Subito entra nel merito e rivela un dato clamoroso: “Nessuno mi ha dato la caccia”. Oggi ha 64 anni, sulle spalle quattro omicidi e un ergastolo. È lucido, sintetico, ragionevolmente critico. Dieci le pagine di verbale per rimettere insieme una latitanza durata 38 anni. Battisti conferma la verità delle sentenza, per lui e per gli altri condannati. Non fa nomi. Ma spiega quella caccia mancata: “Gli appoggi di cui ho goduto sono stati il più delle volte di carattere politico, rafforzati dal fatto che io ero ritenuto un intellettuale, scrivevo libri, ero insomma una persona ideologicamente motivata, per cui nessuno sentiva il bisogno di agire contro di me”.

Questo mio ruolo da intellettuale era anche una precisa garanzia che, a prescindere dal mio passato, ero ormai una persona non più da ritenersi pericolosa”. Non solo. Chi lo ha aiutato, mai si è posto il problema delle sue responsabilità. Battisti spiega: “Sono stato supportato nella mia latitanza da partiti, gruppi di intellettuali, soprattutto nel mondo editoriale, come sostegno ideologico e logistico”. E ancora: “Io sono stato” aiutato “per ragioni ideologiche e di solidarietà e posso anche dire che non so se queste persone si siano mai chieste se io fossi effettivamente responsabile dei reati per cui sono stato condannato. Io ho sempre professato la mia innocenza e ciascuno è stato libero di interpretare questa mia proclamazione come meglio ha creduto, ma posso dire che per molti di questi il problema non si poneva, andava semplicemente sostenuta la mia ideologia dell’epoca dei fatti”. Poi precisa: “Tra gli italiani nessuno mi ha mai aiutato o ha favorito la mia latitanza”.

Cambia tema: “Io non sono un killer ma sono stato una persona che ha creduto in quell’epoca nelle cose che abbiamo fatto e quindi la mia determinazione era data da un movente ideologico e non da un temperamento feroce (…). A ripensarci oggi provo una sensazione di disagio ma all’epoca era così”. I reati quindi. Quattro omicidi, gambizzazioni, rapine. Battisti si sofferma su due in particolare: quelli del gioielliere milanese Pierluigi Torregiani e del commerciante di Mestre Lino Sabbadini, entrambi ammazzati il 16 febbraio 1979. Battisti è condannato per aver partecipato e non per essere l’esecutore materiale. Eppure, per sua stessa ammissione, fu lui a pianificare l’azione: “C’erano state discussioni anche accese sulla sorte del Sabadin e del Torregiani. La maggioranza, me compreso aveva deciso di procedere (…) al ferimento (…). Accadde però che la persona incaricata dell’azione lo uccise. Voglio ancora precisare che quando qualcuno del nostro gruppo decise di collaborare, essendo io latitante, per questi due omicidi accusò me di essere stato il più deciso sostenitore della morte in modo da alleviare in qualche modo la responsabilità di chi era già detenuto”.

Sugli altri due, il maresciallo Antonio Santoro (Udine, 6 giugno 1978) e l’agente della Digos di Milano Andrea Campagna (19 aprile 1979), Battisti rivela i mandanti: “Per Santoro l’indicazione venne dai compagni del Veneto per le ‘torture’ commesse nel carcere a carico dei detenuti politici (…). Per Campagna, cui io ho partecipato sparando, l’indicazione è stata data dal collettivo (milanese, ndr) di Zona Sud”. Tutto avviene tra il 1978 e 1979. Due anni dopo già Battisti pensa di dissociarsi. Spiega: “Se non fossi evaso nel 1981 (…) anche io avrei fatto parte del gruppo di coloro che si sono dissociati dalla lotta armata e avrei reso in quegli anni dichiarazioni relative alle mie responsabilità, esclusivamente riguardanti la mia persona senza chiamare in causa altri soggetti”. Quell’evasione dal carcere di Frosinone aveva uno scopo preciso. “Gruppi armati di differente collocazione (…) ritenevano che io avrei potuto incontrare alcuni elementi e portare un messaggio che poi sarebbe stato finalizzato a cessare l’attacco armato nei confronti dello Stato ma mantenere la disponibilità delle armi per scopi difensivi e aiutare altri compagni a evadere”. Battisti nulla fa di tutto questo ma subito rifugia in Francia. Prima di entrare nella lotta armata è solo un criminale comune. “Ho cominciato a delinquere a 17 anni (…). La mia famiglia è sempre stata vicina al Pci (…) ed essendo stato iscritto alla Fgci e poi a Lotta Continua ho dato denaro provento di furti e rapine per la causa comunista”. In carcere a Udine cambia tutto: “Ho conosciuto Arrigo Cavallina che faceva parte di Rosso, la sede della cui rivista omonima era ubicata a Milano in via Disciplini”. La rivista sarà la base del movimento autonomo milanese. Qui si formò chi uccise a Milano l’agente di polizia Antonio Custrà (Via De Amicis, 14 maggio 1977) e il giornalista del Corriere della sera Walter Tobagi (via Salaino, 28 maggio 1980).

Poi ci sono gli anni francesi. Un periodo in cui quel mostrarsi intellettuale impegnato gli garantisce una perfetta copertura. “In quegli anni mi sono mantenuto scrivendo libri e per alcune riviste, tra cui Playboy (…). Avevo contatti con grandi case editrici e guadagnavo abbastanza per mantenere la mia famiglia e comprare una casa nella regione di Parigi (…). Avevo venduto i diritti per adattare a film il mio libro Ultimo sparo; facevo sceneggiature per mini serie tv. Lavoravo anche per Antenne 2”. Questo il suo profilo. Poi arriva il 2004 e la fuga. “Quando sono andato via dall’Italia ho avuto i documenti da un amico di famiglia, quando sono andato via dalla Francia, avevo documenti falsi francesi (…). Dal 2004 al 2007 ho vissuto in semi-clandestinità mantenuto grazie al sostegno del Sindagato Universitario Sintusp, ideologicamente schierato a sinistra ma senza connotazioni di violenza, che mi sostenne come rifugiato politico”. Poi il passaggio in Brasile. “Avevo documenti regolari perché il Presidente Lula mi aveva concesso la residenza permanente sul territorio, non ero, ma un immigrante”.

E si arriva a pochi mesi fa. “Sono rimasto in Brasile sino al novembre 2018 (…). A causa della politica di Bolsonaro decisi di scappare in Bolivia dove peraltro avevo rapporti con lo storico David Choquehuanca con il quale avevo già contatti per la scrittura del libro Chilometro zero, che però probabilmente verrà intitolato Verso il sole morente”. Battisti svela poi chi lo ha aiutato a passare in Bolivia. “Lo conoscevo come presidente della gioventù di Evo Morales (…) Dalla frontiera, ovvero da San Matias, mi ha accompagnato sino a Santa Cruz della Sierra. Si è trattato di una condotta di solidarietà nei mie confronti”. Basta, chiuso. Un ultimo atto di “scuse” ai familiari delle vittime e una precisazione: “Non cerco benefici, non ci spero almeno a breve”. Poi alle 10:10 del 24 marzo si chiude il verbale. Battisti torna in cella.

Per sapere la verità sul terrorismo occorre togliere il cappuccio ai protettori di Cesare Battisti?ultima modifica: 2019-03-31T05:45:21+02:00da iskra2010
Reposta per primo quest’articolo