Cos’è la seconda Repubblica con i suoi eterodiretti partiti lo hanno spiegato più di vent’anni fa i pentiti di mafia

Sezioni comuniste Gramsci-Berlinguer

per la ricostruzione del P.C.I.

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

apprendiamo da il Fatto Quotidiano del 19 aprile che Leonardo Messina – uno dei più importanti pentiti di Cosa Nostra e collaboratore di Giustizia, fuori dalla “protezione” dello Stato da 3 anni – è irreperibile da ben 3 mesi.

Per comprendere meglio il ruolo di Leonardo Messina e dei pentiti degli anni Novanta alleghiamo una serie di dichiarazioni rilasciate tra il 1992 e il 1993 alla Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle associazioni criminali similari.

Quelle dichiarazioni se fossero state lette correttamente con le lenti della lotta di classe e se ci fosse stato ancora il soggetto politico-sociale capace di tale lettura, il P.C.I. di Enrico Berlinguer, avrebbero sicuramente impedito la deriva reazionaria che le formazioni sorte con la Trattativa in quegli anni tra lo Stato, la massoneria e la mafia hanno realizzato nella loro seconda Repubblica.

Da quelle dichiarazioni dei pentiti si evincono i ruoli antidemocratici e collusi tra la massoneria e settori dello Stato, le mafie, e le nuove formazioni politiche, dalla Lega a Forza Italia. Ma leggendo quelle carte si comprende anche il vero ruolo – interno al piano eversivo, vista la loro latitanza su questi argomenti – della cosiddetta opposizione PDS-DS-PD e di Rifondazione comunista.

Dentro le dichiarazioni dei pentiti si vede l’insieme del disegno golpista dei massocapitalisti che va sotto il nome di Piano di rinascita e Strategia della tensione, del ruolo della loggia massonica P2, delle stragi, dei fascisti, dei brigatisti, dell’assassinio del presidente della Dc, Aldo Moro e della puntuale morte di Enrico Berlinguer.

Ma nonostante la massa enorme di prove raccolte dalle varie Commissioni parlamentari, dove si dimostra con chiarezza come funziona l’eterodirezione della politica da parte di un potere criminale, c’è ancora oggi qualche nano politico che afferma da “sinistra” che a parlare di queste cose si perde solo tempo.

Io credo che questo modo di pensare e di operare sia in linea con coloro che non hanno voluto fare i conti fino in fondo con il fascismo, e oggi se ne vedono le conseguenze politiche e sociali. Non voler spiegare in termini di classe i fenomeni politici, evidenziati anche dai pentiti di mafia, richiederebbe anche una precisa autocritica di pratiche personali di anni ormai passati, riconducibili non alla prassi e all’ideologia comunista, ma a ideologie e pratiche tipicamente legate a organizzazioni di stampo borghese, come la carboneria e la massoneria.

Errare fa parte della natura degli esseri umani e i nostri errori possono essere strumentalizzati dai nostri avversari. Per impedire la strumentalizzazione i comunisti praticano l’autocritica, un meraviglioso strumento di liberazione. Chi non la pratica rischia di diventare, oggettivamente, un nemico di classe.

Saluti comunisti

COMMISSIONE PARLAMENTARE

DI INCHIESTA

sul fenomeno della mafia

e sulle altre associazioni criminali similari

4 dicembre 1992

da pag. 505 in poi

AUDIZIONE DEL COLLABORATORE DELLA GIUSTIZIA

LEONARDO MESSINA

….PRESIDENTE. Lei ha detto: “Non è la prima volta che questo accade”. Può spiegare che cosa vuol dire?

LEONARDO MESSINA. Consideri che io ho trentasette anni, per cui posso appartenere a questo tipo di Cosa nostra. Dal momento che nella mia famiglia ci sono state sempre tradizioni di Cosa nostra … sa, tutti gli uomini d’onore pensiamo di essere cattolici, si vuole fare risalire Cosa nostra all’apostolo Pietro. Dall’apostolo Pietro ad ora ha avuto molte fasi, tra cui quella della carboneria ed altro; siamo arrivati ad oggi e Cosa nostra sta cambiando di nuovo perché molti degli uomini di Cosa nostra appartengono alla massoneria.

PRESIDENTE. Torneremo su questo aspetto del rapporto tra uomini d’onore e massoneria; seguiamo un certo schema, perché ci aiuta a capire.

Lei ha detto in un interrogatorio che appartenendo ad una provincia che è al centro della Sicilia è riuscito a conoscere un numero di informazioni particolarmente elevato. Vuole spiegare questo concetto?

LEONARDO MESSINA. Non solo perché appartengo ad una famiglia centrale. A volte si costituiscono gruppi di fuoco che appartengono a più province ed io ero uno che apparteneva a tre province – Caltanissetta, Agrigento ed Enna -, per cui la mia conoscenza spazia su tre province.

….LEONARDO MESSINA. Nella provincia di Enna. Avevano fatto la nuova strategia e avevano deciso i nuovi agganci politici, perché si stanno spogliando anche di quelli vecchi.

PRESIDENTE. Può spiegare meglio questo passaggio di alleanze?

LEONARDO MESSINA. Cosa nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro.

PRESIDENTE. L’obiettivo è quello di rendere indipendente la Sicilia rispetto al resto d’Italia?

LEONARDO MESSINA. Sì. In tutto questo Cosa nostra non è sola, ma è aiutata dalla massoneria.

COMMISSIONE PARLAMENTARE

DI INCHIESTA

sul fenomeno della mafia

e sulle altre associazioni criminali similari

Martedì 6 aprile 1993, ore 15. — Presidenza del Presidente VIOLANTE.

Nel 1984 Buscetta aveva per la prima volta parlato del rapporto tra mafia e massoneria nel contesto del tentativo golpista di Junio Valerio Borghese del dicembre 1970; anche Luciano Liggio e Antonino Calderone rievocano, in momenti diversi, lo stesso episodio davanti ai giudici palermitani.

Le dichiarazioni recentemente rese alla magistratura ed alla Commissione antimafia da Calderone, Buscetta, Messina, Mutolo e Mannoia, confermano le conoscenze già acquisite e forniscono ulteriori elementi utili per ridisegnare l’insieme dei collegamenti intercorsi nel tempo tra Cosa Nostra e la massoneria.

Le richieste di cooperazione erano sollecitate dalla massoneria e talora accolte da Cosa Nostra in una logica utilitaristica. Cosa Nostra ha conservato la sua autonomia decisionale e non è mai stata subalterna alla massoneria, con la quale non ha condiviso strategie, limitandosi a compiere azioni che potevano anche risultare gradite alla massoneria, ma che da questa non erano mai state imposte. Antonino Calderone sostiene che nel 1977 una loggia segreta della massoneria avrebbe chiesto ai vertici di Cosa Nostra di far affiliare due uomini d’onore per ciascuna provincia. Stando a quanto riferitogli dal fratello Giuseppe, la proposta sarebbe stata accettata, con l’ingresso in massoneria di Michele Greco e Stefano Bontate per la provincia di Palermo; di Giuseppe Calderone e di un altro uomo d’onore per la provincia di Catania; di Bongiovino per quella di Enna e di Totò Minore per quella di Trapani. I personaggi citati rappresentavano all’epoca i vertici di Cosa Nostra.

Calderone ha illustrato il ruolo che gli iscritti alla massoneria potevano svolgere nel favorire la posizione giudiziaria degli uomini d’onore, avvicinando i magistrati massoni. Tommaso Buscetta dichiara che alcuni massoni si erano interessati al cosiddetto « processo dei 114 » e che il massone Giacomo Vitale aveva accompagnato Michele Sindona, massone anch’egli, presso Salvatore Inzerillo e Stefano Bontate. Nel corso della sua audizione davanti alla Commissione antimafia, Buscetta conferma le dichiarazioni rese alla magistratura sul golpe Borghese.

Il collegamento tra Cosa Nostra e gli ambienti golpisti era stato stabilito attraverso il fratello massone di Carlo Morana, uomo d’onore; la contropartita offerta a Cosa Nostra consisteva nella revisione di alcuni processi. Buscetta parla del coinvolgimento della massoneria al tentativo eversivo del 1974. Al golpe erano interessati ambienti massonici e militari, ma certamente anche Cosa Nostra, sostiene Buscetta, poiché il direttore, anch’egli massone, del carcere dell’Ucciardone lo informò dell’evento, assicurandogli che nell’occa-sione lo avrebbe fatto evadere ospitandolo a casa sua. Sostiene inoltre che Sindona nel ’79 lasciò la Sicilia perché Cosa Nostra non condivise il suo progetto separatista.

Leonardo Messina nella sua audizione dichiara che il vertice di Cosa Nostra sarebbe affiliato alla massoneria e, in particolare, sarebbero massoni Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontate, Giacomo Vitale, Mariano Agate, nonché vari esponenti della famiglia di San Cataldo: Nicola Terminio (che avrebbe affiliato in massoneria Bontate), Moreno Micciché e Gaetano Piazza. Terminio e Piazza avrebbero ospitato a San Cataldo Sindona durante la sua permanenza in Sicilia. È anche iscritto alla massoneria l’imprenditore Angelo Siino , referente dei corleonesi nella gestione Processo contro Angelo La Barbera ed altri svoltosi presso la Corte d’assise di Catanzaro nel 1968 (sentenza del 22.12.1968).

Gaetano Piazza risulta essere affiliato alla loggia coperta periferica I normanni di Sicilia di Palermo della Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M.: vedi allegati relazioni Commissione P2, volume IV, tomo 2, p. 1.153. Siino risulta essere affiliato alla loggia Orion di Palermo del CAMEA insieme a Giacomo Vitale: vedi allegati relazione Commissione P2, volume VI, tomo XIV, pag. 167.

Martedì 6 aprile 1993 — 91 — Commissione bicamerale degli appalti in Sicilia.

Messina ritiene che spetti alla commissione provinciale di Cosa Nostra decidere l’ingresso in massoneria di un certo numero di rappresentanti per ciascuna famiglia; trattasi, in particolare, di un’ala segreta della massoneria, per cui non sarà mai possibile dimostrare queste affiliazioni. A suo giudizio il rapporto mafia-politica si concretizza attraverso gli appalti e la massoneria. Quest’ultima è definita « un punto di incontro per tutti ».

Cosa Nostra può ritenere utile avere propri uomini all’interno della massoneria o stabilire rapporti con massoni: servono per combinare appalti, contattare magistrati al fine di « aggiustare » processi, garantire contatti esterni.

Gaspare Mutolo ha sostenuto davanti alla Commissione antimafia di non essere a conoscenza diretta dell’appartenenza di uomini d’onore alla massoneria, ma di aver sentito parlare, soprattutto in tempi più recenti, dell’importanza che la massoneria rivestiva per Cosa Nostra « in quanto tutti i punti chiave, sia commercialmente, sia nelle istituzioni, si sa che sono occupati per la maggior parte da massoni ».

Mutolo conferma che alcuni uomini d’onore possono essere stati autorizzati ad entrare in massoneria « per avere strade aperte ad un certo livello » e per ottenere informazioni preziose, ma esclude che la massoneria possa essere informata delle vicende interne di Cosa Nostra. Gli risulta che iscritti alla massoneria sono stati utilizzati per « aggiustare » processi attraverso contatti con giudici massoni. Riferisce anche sul ruolo svolto dagli psichiatri Semerari e Ferracuti, di cui non conosceva la comune appartenenza alla loggia P2, nel predisporre perizie favorevoli agli uomini d’onore. Il complesso delle dichiarazioni dei collaboratori della giustizia appare dunque essere concordante su almeno tre punti:

  • * intorno agli anni 1977-1979 la massoneria chiese alla commissione di Cosa Nostra di consentire l’affiliazione di rappresentanti delle varie famiglie mafiose; non tutti i membri della commissione accolsero positivamente l’offerta; malgrado ciò alcuni di loro ed altri uomini d’onore di spicco decisero per motivi di convenienza di optare per la doppia appartenenza, ferma restando la indiscussa fedeltà ed esclusiva dipendenza da Cosa Nostra;
  • ** nell’ambito di alcuni episodi che hanno segnato la strategia della tensione nel nostro Paese, vale a dire i tentativi eversivi del 1970 e del 1974, esponenti della massoneria chiesero la collaborazione della mafia;
  • *** all’interno di Cosa Nostra era diffuso il convincimento che l’adesione alla massoneria potesse risultare utile per stabilire contatti con persone appartenenti ai più svariati ambienti che potevano favorire gli uomini d’onore.

Mafia, il pentito che disse:
Il Divo è punciutu” non si trova più

Leonardo Messina – Passò dalla parte dello Stato dopo Capaci. Fuori dalla “protezione” da 3 anni, è irreperibile da 3 mesi. Gli inquirenti: “C’è preoccupazione”

Giulio Andreotti con Salvo Lima Gianfranco Miglio (1918-2001)Gianfranco Miglio

di Giampiero Calapà | 19 Aprile 2019

Narduzzo di San Cataldo non si trova più: è l’ultimo pentito con cui Paolo Borsellino parla, due giorni prima di morire, è l’unico a definire Giulio Andreotti punciutu, affiliato a Cosa nostra.

Leonardo Messina, 64 anni, ex collaboratore di giustizia prezioso per i magistrati che hanno indagato su Cosa nostra, sempre ritenuto attendibile dalle procure di Caltanissetta e Palermo, infame per i boss rinchiusi con cui ha condiviso i crimini fino al ’92, è irreperibile almeno da tre mesi, dall’ultima volta che lo Stato lo ha cercato – al domicilio conosciuto dall’Ufficio centrale per la protezione personale – per convocarlo a testimoniare in un processo per un omicidio di mafia. Messina è uscito dal programma di protezione nel marzo 2016, con una capitalizzazione di circa 50 mila euro per la collaborazione con la Repubblica italiana.

“Andreotti affiliato” e la vigilia di via D’Amelio

E gli investigatori non sarebbero preoccupati se Leonardo Messina non avesse il peso che ha nella storia recente per le dichiarazioni sulle trame oscure che ancora avvolgono il periodo delle Stragi, per le rivelazioni sui rapporti tra Cosa nostra, ’ndrangheta e massoneria deviata, per quanto raccontato su Giulio Andreotti, morto nel 2013, sette volte presidente del Consiglio, riconosciuto colpevole nel 2003 dalla Corte d’appello di Palermo per associazione a delinquere con Cosa nostra fino al 1980, ma “salvato” dalla prescrizione. Il 30 giugno 1992, Narduzzo, agli arresti da due mesi, parla nella sede dello Sco di Roma. Fra le altre cose racconta ai magistrati di Palermo, tra i quali c’è Paolo Borsellino, cose che avrebbe poi ribadito al processo Trattativa Stato-mafia nel 2013: “Lillo Rinaldi, che frequentava Piddu Madonia (oggi 73enne al 41 bis, ma fino a qualche tempo fa ancora influente seppur dal carcere, capo indiscusso della mafia di Caltanissetta, ndr) disse che Andreotti era punciutu, mentre c’era chi diceva che Andreotti fosse il figlio di un Papa. Salvo Lima e Andreotti erano i politici che dovevano garantire che il maxi-processo sarebbe stato assegnato al giudice Corrado Carnevale in Cassazione e non ci sarebbero stati problemi. L’ottimismo cessa quando i politici si allontanano e non riescono a far assegnare il processo al giudice Carnevale. C’è stato un momento in cui in Cosa nostra si decise di non votare per la Democrazia cristiana ma per i socialisti. Io ho ricevuto l’ordine preciso di votare e far votare per i socialisti. L’onorevole Claudio Martelli quando è arrivato al potere, scavalcando l’ala craxiana, non ha mantenuto i patti. Io non partecipavo alle riunioni ma venivo messo a conoscenza delle decisioni prese”. Salvo Lima, referente di Cosa nostra per la Dc in Sicilia, era già stato ucciso il 12 marzo 1992.

I colloqui con Borsellino continuarono. Narduzzo lo racconta nel 2013: “Il dottore mi disse: ‘A noi serve solo la verità. Non le congetture o i pensieri’. E così ho iniziato a collaborare parlando per ore con lui”. Il 17 luglio 1992 ci fu l’ultimo incontro: “Il dottore era molto nervoso, fumava in continuazione. Accese un’altra sigaretta e prima di andare via mi disse: ‘Signor Messina, non ci vediamo più, è arrivata la mia ora. Non c’è più tempo, la saluto’. Sapeva di morire”. Passano 48 ore e anche via D’Amelio salta in aria. Il 17 novembre 1992 l’operazione Leopardo, generata proprio da quelle chiacchierate tra Messina e Borsellino, porta agli arresti di 200 uomini d’onore in tutta Italia.

La Lega meridionale e la vedova Schifani

Le deposizioni degli anni Novanta di Leonardo Messina sono state di recente inserite anche nell’inchiesta ’ndrangheta stragista della Procura di Reggio Calabria. Messina parlò di un coordinamento tra le mafie siciliana e calabrese nella svolta di tritolo e sangue del ’92, dei legami con la massoneria deviata e con pezzi dello Stato, del ruolo di Licio Gelli nell’idea sostenuta da Leoluca Bagarella di creare una Lega meridionale, Sicilia libera, con lo scopo di una secessione da cui generare un narcostato del Sud gestito dai Corleonesi. “Mi trovai a conversare con Borino Miccichè, il Potente e Giovanni Monachino (arrestato a Pietraperzia meno di un mese fa, ndr). Umberto Bossi era andato a Catania. Io che consideravo Bossi un nemico della Sicilia dissi: ‘Perché un’altra volta che viene qua non l’ammazziamo?’ Il Miccichè rispose: ‘Ma che sei pazzo? Bossi è giusto’. Spiegò che era un pupo di Gianfranco Miglio, espressione di una parte della Dc e della massoneria con a capo Giulio Andreotti e Licio Gelli, che sarebbe nata una Lega del Sud”. Quel progetto fu poi abbandonato, scalzato dall’idea di Forza Italia.

Narduzzo, licenza elementare ma dal buon eloquio, combinato uomo d’onore il 21 aprile 1982 con la famiglia di San Cataldo, amico del feroce Piddu “chiacchiera” Madonia, fu catturato appunto nel 1992 e spiegò così il suo pentimento dopo Capaci: “La mia crisi è di tipo morale. Quando ho sentito in tv la vedova dell’agente di scorta, Vito Schifani, parlare e pregare gli uomini di mafia, le sue parole mi hanno colpito come macigni e ho deciso di uscire dall’organizzazione nell’unico modo possibile, collaborando con la giustizia”. Se Tommaso Buscetta fu il primo a parlare di un’entità che garantiva Cosa nostra, Messina fu il primo a raccontare che il punciutu Andreotti fosse il santo in paradiso dei boss, tanto da essere chiamato anche lo “zio”. Chissà ora dov’è Narduzzo.

Cos’è la seconda Repubblica con i suoi eterodiretti partiti lo hanno spiegato più di vent’anni fa i pentiti di mafiaultima modifica: 2019-04-23T05:54:30+02:00da iskra2010
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