Caso Moro e strage stazione di Bologna unica strategia anticomunista

di Andrea Montella

Carissime compagne e compagni

la Procura generale di Bologna dalle carte segrete di Licio Gelli, fatte sparire dagli atti del processo per bancarotta del Banco Ambrosiano e oggi rese pubbliche, ha scoperto tramite i finanziamenti i mandanti, gli organizzatori e gli esecutori della strage del 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna, che ha fatto 85 morti e oltre 200 rimasero ferite.

Viene direttamente chiamato in causa, anche se deceduto 5 anni fa, il capo della loggia P2, Licio Gelli, già condannato per tutti i depistaggi compiuti dopo la strage.

Sono complici di Gelli il suo tesoriere e braccio destro, il banchiere Umberto Ortolani e il capo dell’Ufficio affari riservati del Viminale, Federico Umberto D’Amato, ambedue deceduti.

Al centro delle nuove accuse ci sono carte segrete di Licio Gelli, scritte di suo pugno, che erano state fatte sparire dagli atti del processo per la bancarotta dell’Ambrosiano e ora sono finalmente state rese pubbliche.

Tra i personaggi che emergono dall’inchiesta troviamo l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi, promosso questore nel 1977, deceduto nel 1994; Parisi fu inviato a Grosseto e continuò a collaborare attivamente con la Direzione generale di PS in un gruppo di lavoro per la semplificazione delle procedure e dei sistemi di comunicazione.

Significativo, al riguardo, un appunto inviato al capo della polizia, Giuseppe Parlato il 23 gennaio 1978, due mesi prima del rapimento di Aldo Moro, che faceva seguito alla richiesta del direttore generale del personale del ministero, Aldo Buoncristiano, di permettere che Parisi – nonostante fosse questore di Grosseto – potesse continuare a svolgere l’incarico ricevuto, per la sua «specifica esperienza nei settori interessati». Dopo la tragica vicenda di Aldo Moro, Parisi, fa una brillante carriera e diventa vicedirettore del Servizio segreto civile (SISDE) dal 1980. In seguito ne divenne direttore rafforzando l’azione del SISDE nelle forze di Polizia.

Migliorò” i rapporti con i paesi interni alla NATO ridimensionando il ruolo dell’Italia nell’area del Medio Oriente favorendo in particolar modo gli Usa e Israele. Come ulteriore premio per i suoi servigi fu nominato capo della Polizia il 23 gennaio 1987, quando presidente del Consiglio era Bettino Craxi e ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro.

Vi domanderete come mai tiro in ballo Vincenzo Parisi? Tra i temi d’interesse dei magistrati doveva esserci anche il ruolo di Licio Gelli nella strage di Bologna. Infatti: “Qualche giorno prima dell’interrogatorio, il suo avvocato, Fabio Dean, va a incontrare il capo della polizia Vincenzo Parisi, che in una nota scritta sintetizza i contenuti della conversazione. Nel documento, indirizzato al ministro dell’Interno Amintore Fanfani, Parisi racconta che il legale di Gelli ‘ha riferito di aver contattato il ministro di Grazia e giustizia (Giuliano Vassalli, ndr), il vicesegretario del Psi Martelli ed esponenti della Dc e di altri partiti’. Durante la conversazione, Dean fa delle precise minacce: ‘Se la vicenda viene esasperata – scrive Parisi, riportando le parole dell’avvocato – e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha li tirerà fuori tutti’. Qualche settimana dopo, quando Licio Gelli verrà interrogato, non dovrà rispondere a nemmeno una domanda su Bologna”.

Come avete visto Parisi era molto efficiente… Tanto efficiente che lo troviamo anche nella vicenda del caso Moro, dal libro del compagno Sergio Flamigni Il covo di Stato. Via Gradoli 96 e il delitto Moro, pagine 179-181:

«Il fatto che a partire dal settembre 1979 (cioè a poco più di un anno dal delitto Moro) il futuro capo del Sisde e poi della polizia Vincenzo Parisi fosse divenuto proprietario di immobili di via Gradoli (al n° 75, dove il capo brigatista Moretti aveva avuto in uso un box auto; e al n° 96, dove Moretti aveva allestito la prima base delle Br romane in vista del sequestro Moro) era un fatto tanto grave quanto gravido di implicazioni e sottintesi.

Era la prova provata che i Servizi erano presenti in via Gradoli, e che in quella via avevano precisi interessi. Era la conferma che nel 1978 – cioè prima, durante e subito dopo il sequestro Moro – gli immobili in quella strana via di Roma venivano gestiti dai fiduciari-prestanome dei servizi segreti; conclusa l’operazione Moro e trascorso un certo lasso di tempo, il Sisde – nella persona del suo dirigente Vincenzo Parisi – si era manifestato con più precisione 24.

Le proprietà immobiliari di Parisi in via Gradoli verranno scoperte casualmente solo nel 1994, quando il locale commissariato di Ps aveva accertato la presenza in via Gradoli di numerosi extracomunitari clandestini, alcuni privi di permesso di soggiorno, alloggiati in appartamenti e scantinati gestiti da Domenico Catracchia.

La polizia aveva fatto rapporto all’autorità giudiziaria denunciando il Catracchia quale organizzatore di un’agenzia per il favoreggiamento di immigrazione clandestina, e aveva chiesto e ottenuto di poterne perquisire l’ufficio e l’abitazione.

Nel corso della perquisizione nell’ufficio di via Gradoli 75, svolta ai primi di agosto 1994, tra la documentazione degli appartamenti amministrati dal Catracchia la polizia aveva trovato un fascicolo intestato a Vincenzo Parisi e contenente contratti d’affitto 25.

La perquisizione era proseguita nell’abitazione del Catracchia, dove erano state sequestrate altre carte, fra le quali un’agendina con annotati nomi e prestanome, proprietari occulti di appartamenti, società immobiliari, rendiconti, nominativi

24 La vicenda rende assai concreto il sospetto che almeno il primo rogito in favore dell’allora dirigente del Sisde Vincenzo Parisi, effettuato dal notaio Fenoaltea nel settembre 1979, fosse la sistemazione di una situazione pregressa.

Del resto, nella storia del ministero dell’Interno si sono verificati vari casi in cui immobili di proprietà del Viminale sono stati intestati a funzionari e dirigenti del ministero. È il caso – per fare un solo esempio – di un immobile situato a Roma in via Giuseppe Silla 21: utilizzato come abitazione provvisoria per pentiti, è stato intestato al funzionario del Sisde Maurizio Improta (figlio del più noto questore e poi prefetto Umberto Improta). Quando poi Maurizio Improta era stato nominato vice capo della Criminalpol e aveva lasciato il Sisde, aveva affittato l’appartamento seguendo le indicazioni del Servizio.

Mentre l’ispettore Pacilio, che dirigeva l’ispezione, procedeva al sequestro del fascicolo, il Catracchia lo aveva chiamato in disparte e lo aveva invitato a desistere in quanto quel “Vincenzo Parisi” era persona potente e di tutto rispetto, e il fatto avrebbe potuto avere per l’ispettore gravi conseguenze. Ma il Pacilio aveva proceduto ugualmente al sequestro di funzionari di polizia e di magistrati. Il tutto era poi arrivato all’autorità giudiziaria romana (ferma per la pausa estiva).

Alla metà del successivo settembre il questore Vincenzo Sucato (il quale durante il sequestro Moro aveva diretto la Sala operativa della Questura di Roma) aveva chiesto al dirigente del commissariato Flaminio nuovo, Michele Laratta, un rapporto informativo sull’esito della perquisizione di poche settimane prima nell’ufficio del Catracchia in via Gradoli 75. A quel punto era intervenuto, in veste di avvocato del Catracchia, il massone Antonio Juvara 26, il quale a ottobre era riuscito a ottenere la restituzione dei documenti sequestrati al suo assistito e la repentina archiviazione del procedimento giudiziario a carico del Catracchia.

26 Nel corso della sua lunga attività massonica, lo Juvara ha avuto stretti contatti con Giuseppe Mandalari, già Gran maestro aggiunto della Serenissima Gran Loggia, Delegato magistrale per la Sicilia, e consulente finanziario del boss mafioso Totò Riina. In base ad alcune risultanze investigative, lo Juvara è stato a Roma elemento di raccordo con le attività del Mandalari in Sicilia. Cfr. Relazione di consulenza tecnica dei consulenti Piera Amendola, Giuseppe De Lutiis, Ercole Nunzi, per il Tribunale di Palermo, procedimento penale n˚ 6459/93, pagg. 115-17.»

Come potete notare: i personaggi, nelle trame, nelle stragi della strategia atlantica dell’eversione nel nostro martoriato Paese, portano sempre ai soliti nomi, legati uno all’altro in modo indissolubile dai ricatti, dalla corruzione, dagli omicidi e nel servire solo gli interessi dei vertici del massocapitalismo nazionale e internazionale.

Questo è il retaggio lasciatoci dal fascismo e da tutta la destra andata al potere nei decenni successivi.

La lotta di LIBERAZIONE non è finita il 25 Aprile 1945, quella è stata la prima tappa…

Saluti comunisti

Caso Moro e strage stazione di Bologna unica strategia anticomunistaultima modifica: 2020-08-01T06:22:35+02:00da iskra2010
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